20 Essentials - Black 1967-1974
20 Essentials - Black 1967-1974
di Mauro Zanda con Enrico Bettinello, Eddy Cilža, Piergiorgio Pardo e Christian Zingales

[nella foto: George Clinton]

INUTILE girarvi troppo attorno. In quell’irripetibile manciata di anni a cavallo tra le prime rivolte studentesche e la crisi energetica, non furono solo le musiche di tradizione afro-americana a dischiudersi magicamente come un fiore. Fu il mondo (occidentale) intero a farlo. Questione ineluttabile d’altronde: l’esercito dei baby boomers si presentò all’appuntamento con la storia ben determinato a prendersi quanto gli era stato negato fino al giorno prima dal grigio mondo degli adulti; se necessario anche con la forza.
La musica, dunque, non fece che cogliere e riflettere i fermenti di un tempo in profonda ri(e)voluzione, a prescindere dalle sue matrici culturali, religiose o razziali. Quella black, nello specifico, si aprì alla “nuova era” in maniera ubriacante, immergendosi fin quasi allo stordimento in un’utopia libertaria che finalmente guardava alla bizzarria cheesy dei fratelli e sorelle afro, non più solo come a una forma sexy e diabolica, ma come ad un’autentica oasi di stile e originalità. Beninteso, non che non lo avesse già fatto prima; gli Stati Uniti d’America rappresentano dalla loro fondazione il luogo naturale del meticciato. E, pur con tutte le restrizioni del caso, questo valse anche per la musica degli ex schiavi africani e la loro composita espressività culturale. Mai come nel periodo preso in esame, però, la mescolanza assurse a paradigma assoluto, modus operandi naturale e obbligato che avrebbe finito per generare musiche che proprio dall’impollinazione traevano giovamento. Il soul, il blues, il jazz adottarono dunque in maniera libera e gioiosa all’interno della propria grammatica, sintassi ‘altre’ che - in un virtuoso processo di contaminazione da sempre caro alla genetica - produsse alcune delle musiche più fresche e vitali di sempre. Ecco allora che inevitabilmente si complica anche il quadro del critico musicale, con le definizioni mono-genere che a quel punto vanno a farsi benedire perché ogni disco - bianco, nero o giallo che sia – comincia a nutrirsi indistintamente di rock, psichedelia, folk, ritmi latini, serie tv, soundtrack cinematografiche e tutti gli altri mille rivoli della nuova ondata pop. Da Sly & The Family Stone ai War passando per i Mandrill è il trionfo delle band multirazziali, il sogno del melting pot che per un attimo si avvera sul serio (salvo svanire nell’incubo qualche anno dopo, come tutta o quasi l’utopia contro-culturale d’allora). […]

…segue per 14 pagine nel numero 188 di Blow Up, in edicola a Gennaio 2014 al costo di 6 euro

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