20 ESSENTIALS: GRUNGE 1986-1994
20 ESSENTIALS: GRUNGE 1986-1994
di Eddy Ciĺa con Roberto Calabṛ, Roberto Municchi, Fabio Polvani, Federico Savini e Marco Sideri

DA DOVE cominciare per raccontare cosa fu il grunge? Un buon inizio potrebbe essere la fine, il colpo di pistola che il 5 aprile 1994 suggellava la vita troppo breve e troppo tormentata del poster boy non solo di una scena ma di una generazione. Con la morte di Kurt Cobain la prima si scopriva condannata a un’estinzione rapida quanto lo era stata la sua ascesa, se non di più, mentre la seconda – smarrita – si trovava a fare i conti con il più traumatico dei raggiungimenti della maggiore età. Qualche lustro prima si era chiamato “nichilista” il punk? Con che aggettivo definire allora chi aveva cercato il fine ultimo della vita, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore – per il Buddhismo questo è il nirvana – prima nell’eroina e quindi in un gesto estremo, irreparabile? Nei vicoli ciechi si va a sbattere e l’unico modo per evitarlo è una bella inversione a “u”. All’apice delle sue fortune mercantili il grunge veniva condannato a morte da quella morte. Superata l’emozione del momento, il cambio di clima era repentino. Qualcosa vorrà pur dire se uno dei campioni di vendite di quello stesso 1994 americano era il debutto di un gruppo compagno di etichetta dei Nirvana e con molte radici in comune con costoro ma anche con una – per usare una parola grossa – Weltanschauung assolutamente opposta quale gli Weezer. Se da lì a un anno sarebbero stati Blur e Oasis a disputarsi i favori della stampa specializzata più mainstream e i vertici delle classifiche in mezza Europa se non ancora oltre Atlantico (dove solo i secondi sfondavano). Mentre la critica più snob ma anche più attenta si concentrava su un fenomeno sotterraneo come il grunge era stato solo ai primissimi passi e ad esso musicalmente, e attitudinalmente, antipodico quale il post-rock. Non vale replicare che il 1994 è anche l’anno in cui i Soundgarden collezionano dischi di platino con “Superunknown” (è il loro album più eclettico e pop), che nel 1995 gli Smashing Pumpkins faranno sfracelli con “Mellon Collie And The Infinite Sadness” (un’opera il cui gigantismo rinnega il rapporto organico di tanto grunge con la filosofia settantasettina), o che i Pearl Jam hanno saputo costruirsi una carriera giunta (per quanto con il fiato corto) ai giorni nostri. E in ogni caso, messa insieme, l’intera loro produzione successiva a “Vitalogy” ha venduto quanto “Vitalogy” stesso, che a sua volta aveva venduto un terzo in meno di “Vs.” e poco più di un terzo di “Ten”. Il grunge muore con Cobain e l’underground USA tutto per ripigliarsi dovrà aspettare che sia la discografia maggiore ad agonizzare. […]

…segue per 14 pagine nel numero 191 di Blow Up, in edicola ad Aprile 2014 al costo di 6 euro

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