20 Essentials: Hard Rock USA 1968-1976
20 Essentials: Hard Rock USA 1968-1976
di Eddy Cilža con Stefano I. Bianchi, Federico Guglielmi, Roberto Municchi, Piergiorgio Pardo e Fabio Polvani

[nell’immagine: Blue Cheer]

LO SI DICEVA già un mese fa, ricordate? In principio era il blues, musica acustica e nera che elettrificandosi guadagnava esponenzialmente in impatto senza che la poesia pagasse un pegno troppo alto. Pure i bianchi prendevano a esercitarsi su quelle dodici magiche battute, scoprendo dopo un po’ che uno schema apparentemente rigido lasciava in realtà spazi immensi a variazioni sul tema. Così mentre ancora un afroamericano, Jimi Hendrix, smontava e rimontava in combinazioni mai sentite prima e geniali blues, rock e jazz, anche dei bianchi e perdipiù inglesi, i Cream, si scuotevano da dosso l’approccio reverenziale di un tempo e iniziavano a sperimentare. L’uno e gli altri cammin facendo inturgidivano ulteriormente il sound di partenza ed era allora che si cominciava a parlare di hard rock. Oppure di heavy metal e per un abbondante decennio le due etichette verranno adoperate quasi indifferentemente, ma la seconda molto di meno. Controversa la primogenitura del termine, generalmente attribuita ai canadesi (ma trapiantati in California) Steppenwolf, che nel gennaio 1968 nell’omonimo debutto piazzavano (il brano non è però autografo ma di Mars Bonfire; come del resto non è loro bensì di Hoyt Axton l’altro grande classico di quel disco, vale a dire The Pusher) uno degli inni rock definitivi: propulso da una linea di basso semplicissima quanto di impareggiabile efficacia e da chitarre stentoree e affilate, Born To Be Wild veniva l’anno dopo inserito nella colonna sonora di Easy Rider ed era fatta, non si sarebbe più schiodato dalla mente e dall’immaginario di generazione dopo generazione dopo generazione di amanti del rock. […]

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