A HISTORY OF VIOLENCE
A HISTORY OF VIOLENCE
Bizarre

Una divagazione su letteratura e violenza in ambito anglofono.
[nella foto: Iain M. Banks]

LA RECENTE RISTAMPA di La fabbrica delle vespe di Iain Banks, ripubblicato pochi mesi fa dai tipi di Meridiano Zero, ci fornisce uno spunto interessante per ragionare sulle modalità con le quali il concetto di violenza si è sviluppato nella narrativa anglosassone degli ultimi trent’anni. Questo romanzo, l’esordio di Banks, che per il seguito avrebbe avuto un certo successo soprattutto come scrittore di fantascienza, comparve originariamente nel 1984. La storia è quella di Frank Cauldhame, un sedicenne che vive isolato in un mondo tutto suo e che a forza di pratiche pseudo religiose e riti ciber-pagani passa con disinvoltura da un omicidio all’altro, adducendo per ognuno di essi motivazioni del tutto labili, che in sostanza rivelano l’indicibile natura del personaggio: Frank uccide perché gli piace farlo, pratica la violenza per il gusto fine a se stesso di far soffrire altri esseri viventi, fino a privarli della vita.
È questo il motivo fondamentale per cui La fabbrica delle vespe fece così scandalo all’epoca in cui comparve: non solo per il fatto che era intriso di violenza in modo così esplicito, ma perché questa violenza non era, almeno apparentemente, giustificata da nulla, se non dal desiderio stesso di un personaggio di voler essere cattivo fino all’estremo. Emblematica la scena in cui Cauldhame decide di uccidere una colonia di conigli selvatici, uno dei quali, secondo lui, lo ha gravemente minacciato. Forte di questo pretesto, Frank imbottisce le tane degli animali di bombe, e quando i conigli indifesi escono allo scoperto, gioca al tiro al bersaglio con fucili e lanciafiamme. Conseguenza di questa prodezza: “Mi sentivo bene... Con una deliziosa sensazione di sazietà dentro di me.”
Oggi, a tre decenni di distanza da quel testo, è ovvio che la sua portata sovversiva si è drasticamente ridotta. Infatti, da almeno vent’anni, il concetto di violenza pura è diventato non solo accettato in letteratura, ma anche opportunamente apprezzato. Il punto di rottura, la scintilla che accese la miccia che fece poi esplodere gli anni ’90 come il decennio del pulp (ovviamente inteso come evoluzione del concetto originario del termine) è stato senza alcun dubbio la pubblicazione di American Psycho nel 1991. Il romanzo di Bret Easton Ellis, che descriveva senza censure e perfino con un certo gusto per l’orrore le vicende di Patrick Bateman, yuppie psicopatico malato di violenza e di sesso estremo, mostrò che quel tipo di scrittura poteva essere non solo godibile, ma anche offrire un valore letterario importante. Non andremo qui a disquisire di come il confine tra opera di valore e grand guignol di bassa lega sia poi stato in quegli anni spesso frainteso, tanto dagli autori quanto dalla critica; limitiamoci a constatare che gli anni ’90 furono il decennio in cui la violenza letteraria fu definitivamente sdoganata, da Joe Lansdale a Elmore Leonard, da Mickey Spillane a Thomas Harris a cento altri, ben spalleggiata al cinema dai vari Natural Born Killers e dalle memorabili truculenze del primo Tarantino. Ma nel decennio precedente (o addirittura prima), in quale misura la violenza pura aveva già fatto la sua comparsa?...

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