Alack Sinner
Alack Sinner
di Stefano I. Bianchi

In parallelo a quello che accadeva alla musica pop-rock, nella seconda metà degli anni ’60 anche il fumetto divenne adulto. I disegni iniziarono a straripare oltre i limiti imposti dalle vignette espandendosi all’intera pagina e oltre per comunicare una sorta di psichedelia onirica e visionaria, i testi cominciarono a veicolare una letterarietà fino ad allora sconosciuta, le storie si fecero complesse e sperimentali allungandosi o accorciandosi in dimensioni del tutto inusuali. Le tavole nel loro insieme sbocciarono così in fluorescenti artefatti che, a colori o meno che fossero, trasformarono il fumetto da intrattenimento rivolto per lo più a un pubblico di bambini e adolescenti – come era stato fino ad allora – a nuovo medium artistico dove la pittura, la grafica, la poesia e la letteratura coagulavano in qualcosa di completamente nuovo che non si poneva più semplicemente come elemento di rottura col passato e quindi d’interesse e speculazione intellettuale (questo succedeva anche in precedenza, vedi le puntuali analisi di Umberto Eco in Apocalittici e integrati) ma diventava incomprensibile senza le coordinate culturali necessarie per la sua interpretazione: non era più fumetto così come lo si era conosciuto fino ad allora perché cambiava radicalmente il proprio pubblico di riferimento.
Senza ripercorrere una storia che – ovviamente – ebbe dei prodromi di grande valore e si snodò lungo percorsi impossibili da riassumere in poche righe, fu allora che nacque quello che all’epoca veniva definito fumetto d’autore e oggi chiameremmo graphic novel. Alla metà degli anni ’70 questo nuovo genere-stile arrivò alla sua massima espansione ed espressione: le scuole nazionali non si contavano più (Argentina, Francia e Italia le più rilevanti, mentre Stati Uniti e Inghilterra avrebbero iniziato a dare il loro meglio solo nel decennio seguente), e basti citare, come esemplare per tutte, la cricca francese degli Humanoïdes Associés (Philippe Druillet, Moebius e Jean-Pierre Dionnet) che dette vita alla rivista Métal Hurlant, con la quale il fumetto assurse allo status di vera forma d’arte correndo anche, coraggiosamente, il rischio di qualche barocchismo di troppo, proprio come parallelamente accadeva al rock col progressive. Dopodiché, a fine decennio e ancora in sintonia col mondo della musica, ci fu un ricambio generazionale che potremmo definire punk-wave e il fumetto d’autore subì una serie di radicali mutazioni di linguaggio ed espressione, quindi arrivarono gli anni ’80 e i manga, poi la decadenza eccetera eccetera eccetera…

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