ALAN LICHT
ALAN LICHT
di Stefano I. Bianchi

“C’è solo un piccolo salto tra l’heavy metal di Ritchie Blackmore o Eddie Van Halen e gli esperimenti avanguardistici di Glenn Branca o dei Sonic Youth. Sono tutti differenti esempi di ‘tecnica estesa’. Talvolta ti senti di mangiare un dolcetto, talaltra una bella bistecca: non puoi fare a meno di nessuno dei due anche se la gente ti dice che ti fanno male.” (Alan Licht)


     Partito alla fine degli anni Ottanta con i Love Child e i Blue Humans e arrivato alla carriera solista solo nel 1994, Alan Licht è uno dei più interessanti tra i ‘giovani’ chitarristi d’avanguardia statunitensi. In pianta stabile con i Run On (“Dentro i Run On mi vedo come Jeff Beck negli Yardbirds: per lo più si tratta di tessiture sonore e solo di tanto in tanto mi butto in qualche assolo un po’ fuori schema.”) ma sempre impegnato in collaborazioni importanti come quelle con Keiji Haino e con Loren MazzaCane Connors, Alan divide la sua ispirazione soprattutto tra due passioni: il minimalismo e l’improvvisazione, ed è sempre su questi due ‘estremi’ che la sua musica si misura. Il paradosso è che nelle sue mani due generi teoricamente così antitetici (l’apparente stasi e il calcolo minimalista vs. lo spontaneismo della musica improvvisata) diventano quasi un corpo unico in cui è possibile trovare impensabili punti d’accordo come stratificazioni noise che si reiterano in forma di drones magicamente ‘improvvisati’ o partiture per organo (il suo secondo strumento) la cui superficiale compattezza nasconde uno studio di stampo più improvvisativo che razionalmente calcolato. In entrambi i ‘settori’ Alan si è dimostrato anche un notevole esperto e critico, con numerosi articoli pubblicati su Halana, Logopandocy e Wire.

Quando suoni la chitarra sei una sorta di ‘improvvisatore rumorista’, quando suoni l’organo sei molto più vicino all’estetica del minimalismo... Apparentemente c’è uno scarto perché le due cose apparirebbero quasi opposte...
“In verità non mi considero un organista, sono soprattutto un chitarrista. Per ‘improvvisatore’ credo tu intenda il fatto che si tratta di materiale ‘non idiomatico’, e potrei esser d’accordo. Considera però che l’improvvisazione è una delle componenti principali della musica sia di La Monte Young che di Terry Riley, quindi non direi che teoricamente sono concetti esattamente opposti. E poi anche l’organo che compare su “The Evan Dando Of Noise?” e “Gerry Miles” è completamente improvvisato, addirittura più realmente improvvisato di quello che faccio con la chitarra perché se devo essere onesto non sono molto abile all’organo... Una delle cose che amo di Michael Snow è il fatto che riesce a improvvisare sia con strumenti che conosce che con quelli che non conosce bene.”
OK, ma concorderai che la stasi e il calcolo ‘matematico’ del minimalismo si coniugano un po’ forzosamente con la libertà espressiva dell’improvvisazione...
“Può darsi, e per certi versi hai ragione, ma nel mio caso si tratta di differenze solo apparenti. Se non ascolti dal punto di vista tecnico può sembrare che la mia chitarra improvvisi ma in realtà il suono è più calcolato di quanto si creda...”
OK. Perché solo 3 album solisti con una carriera così lunga alle spalle?
“È più divertente suonare insieme ad altri.”
Che chitarre usi?
“Una Les Paul del ‘68 e una Fender del ‘70 con diversi pedali per le distorsioni come Turbo Rat, Boss Hyperfuzz e Ibanez Tube Screamer.”
Quali chitarristi citeresti come fonti d’ispirazione? Ho letto altre interviste e ho visto che non hai mai menzionato Hendrix, ma il tuo suono mi pare spesso in perfetto equilibrio tra lui e i Dead C...
“Be’, Hendrix è un’influenza quasi ovvia: tutti sono influenzati da lui, in qualche maniera. Però i miei amori veri sono Beck, Clapton, Page, Duane Allman, Townshend, Neil Young. Più tardi ho scoperto Lou Reed, Robert Quine, Pete Cosey e un mucchio di ‘nuovi’ chitarristi come Andy Summers, Elliot Easton, James Honeyman-Scott. Henry Kaiser e Fred Frith sono stati i primi chitarristi d’avanguardia che ho amato, poi Donald Miller e Rudolph Grey.”
Che ricordi hai dei concerti fatti con Arthur Lee?
“È stato un onore per me suonare con lui, oltre che un gran divertimento. Abbiamo fatto tre brevi tour, suonavamo un mucchio dei vecchi pezzi dei Love... Be’, queste cose meriterebbero un’intera intervista. È un personaggio incredibile e la sua voce ancora perfetta. Però devo dire che gli altri membri del suo gruppo hanno sempre avuto troppo pochi riconoscimenti per il lavoro che facevano, e che Arthur da solo non ha mai eguagliato le vecchie cose.”

     L’esordio di Alan si chiama “Sink The Aging Process”, è stato pubblicato solo su vinile e contiene un pezzo per facciata. Il primo è un’irriconoscibile revisione per solo vibrato chitarristico della vecchia Polarity dei Minutemen: reso in continuum di drones che sembrano galleggiare quasi immobili nell’aria, il pezzo - in origine neppure due minuti - è dilatato e sconvolto all’inverosimile ed espone chiaramente la passione di Alan per il minimalismo. Meno sorprendente il secondo lato, occupato per intero da Betty Page, un delirio noise, ancora per sola chitarra, che dichiara l’altra passione del musicista.

Tu scrivi volentieri di minimalismo, un genere di cui sei esperto. Da dove nasce questo interesse?
Mi interessa perché l’ho sempre ritenuto fortemente legato alla musica rock che ho nel cuore. Puoi sentire tracce di minimalismo negli Husker Du, nei Velvet Underground, nei Sonic Youth, nello speed metal, negli Who... in un mucchio di roba. Per me si è sempre trattato di ‘musica rock’, sebbene esso non sia esattamente tale. Anche all’inizio della mia carriera, con i Love Child, facevamo una cover di Moondog che poi abbiamo inserito in un 7”, una cosa decisamente drony, e il mio primo album solo, “Sink The Aging Process” del 1994, conteneva due lunghe suite minimali.
"Polarity” è minimalista ma “Betty Page” mi pare più un’improvvisazione.
È vero. Però Betty Page è abbastanza elaborata. Dentro c’è un’improvvisazione ma in larga parte ha una struttura definita in precedenza. Si tratta sostanzialmente di quattro note - e/a/g/d - e degli accordi corrispondenti a ognuna delle note. Alla fine tutte e quattro le note sono prodotte come un solo accordo.
Non credi che diventi impossibile definire il minimalismo se poi ne troviamo tracce anche negli Husker Du?
E chi se ne importa? Non è il mio lavoro definire il ‘minimalismo’, è solo una parola comoda da usare. Non lo userei certamente con i Seeds, ma la definizione (qualunque essa sia) si potrebbe allargare a includere anche loro o Question Mark and the Mysterians, o Junior Kimbrough, o “For Those About to Rock” degli AC/DC.
Ok, ci siamo capiti... Già prima di pubblicare Sink The Aging Process avevi conosciuto MazzaCane Connors, col quale dal ‘96, anno di uscita dell’album Two Nights, hai iniziato una proficua collaborazione...
Ho conosciuto Loren a un suo concerto, dopo il quale venimmo presentati da amici comuni, poi lui nel gennaio del ‘93 mi invitò a suonare per una data. Mi piace quello che abbiamo fatto ma non sono sicuro del motivo che stia alla base di una simile collaborazione. Lui è nato per suonare da solo, la sua musica è molto... solitaria. Ho visto anche un concerto che ha fatto insieme a Keiji Haino e anche in quel caso si trattava di due persone che suonavano da sole nello stesso momento...

     E infatti è spesso questa la sensazione che emerge dall’ascolto di “Two Nights”. Nonostante la simultaneità d’esecuzione, non ci sono intrecci ma sovrapposizioni (quasi), non reale collaborazione ma linguaggi indipendenti sebbene affini, fatti solo di dolci(astre) pennellate ambientali. Più intimamente coerente e complessivamente riuscita l’unica incisione fatta con Keiji Haino, l’album “Gerry Miles”, pubblicato nello stesso 1996. Registrato dentro una chiesa con il giapponese alla voce, Lucy Hamilton (la China Burg dei vecchi Mars) al clarone, Melissa Weaver al piano e Alan all’organo, il disco è una litania chiesastica dai toni scuri e ritualistici, spesso classicheggiante (soprattutto nelle parti di piano) e stranita dal canto irreale e imprendibile di Haino. Una collaborazione comunque minore, sebbene l’album sia molto buono e Alan tenga parecchio ad esso.

Come è stato lavorare con MazzaCane e Keiji Haino?
Nonostante quanto ti dicevo prima, sono orgoglioso di aver suonato con entrambi, anche se in retrospettiva mi pare di esser stato come intimorito e subordinato dalla chitarra di Loren... Mi sembra comunque di averla in qualche maniera anche ‘sovvertita’ e alla fine, forse, di averne influenzato gli sviluppi successivi. Non suonerei mai la chitarra con Haino invece, e ritengo una fortuna che in “Gerry Miles” non ci siano momenti di questo tipo: ho suonato l’organo e mi sono trovato benissimo sia con Lucy (amo come suona Lucy, vorrei sentirla più spesso, ha uno straordinario senso dello spazio) che Melissa. Personalmente di Haino preferisco la maniera in cui canta piuttosto che la tecnica chitarristica.
Chi è “Gerry Miles”?
Gerry Miles è un nome fittizio, una combinazione dei soprannomi di Lucy e Melissa.

     Nel 1997 Alan diventa molto più visibile ai media con l’uscita di due album molto importanti, il suo secondo solista, “The Evan Dando Of Noise?”, e il nuovo frutto della collaborazione con MazzaCane, “Mercury”. Abbiamo scritto più volte dei due dischi, quindi è inutile soffermarsi ancora su di essi. Varrà la pena ripetere della loro bellezza - variegato tra noise e accenti chiesastici il primo, totalmente chitarristico il secondo - e soprattutto citare l’inserto contenuto in “Evan Dando”, Logopandocy No.4, la rivistina allegata da Bruce Russell dei Dead C alle uscite della sua etichetta Corpus Hermeticum (vedi BU#8).

Hai un notevole senso dell’humor... Penso a titoli come “Calvin Johnson has ruined rock for an entire generation” [un suo vecchio singolo, ndr.] o “I Hate Gate” [un pezzo dell’album Evan Dando], alla traccia con l’hollering su “The Evan Dando Of Noise?” o ancora al titolo stesso dell’album... Mi verrebbe da dire anche di come stai rispondendo a questa intervista... Quanto scherzi e quanto sei serio in ognuno dei casi prima citati? Sei veramente l’Evan Dando Of Noise...?
Ehi, sei tu a dovermelo dire!
Te lo dirò: lo sei... Nella tua corrispondenza con Bruce Russell in Logopandocy No.4 racconti, in qualche maniera, la tua idiosincrasia per i pezzi ‘pop’, ma in realtà quello che suoni con i Run On è definibile ‘pop’...
No, il punto centrale di quella corrispondenza era che a me piacciono sia il pop che il noise (magari più il secondo che il primo...), ma ho una posizione ambivalente nei confronti di entrambi.
‘Music Of The Spheres’... Russell ha scritto un vero e proprio manifesto per il ‘free noise’ degli anni Novanta. Ti riconosci in questo ‘movimento’?
Certamente.
Non credi però che sia la musica dei Dead C che la tua non raggiunga lo scopo (ammesso che tale sia) di estraniarsi da quell’’armonia universale’ codificata sin dai tempi di Pitagora e che ha dato forma a tutta la musica occidentale? Ognuna delle vostre composizioni, seppur brutali e amelodiche, ha un’intima coerenza, è completa in sé, non esce dall’‘ordine naturale delle cose’...
Hai ragione, ma non è mai stata mia intenzione andare oltre le ‘sfere’... Nonostante mi piaccia la musica ‘strana’, le cose che preferisco sono ancora quelle tipo il classico quartetto di Coltrane, non proprio radicali...
Ma allora perché ti riconosci nel ‘Manifesto’?
È solo una parte di quello che mi interessa. Il noise è un elemento della mia musica ma non potrei mai dire che la definisce completamente. Forse Bruce potrebbe dire una cosa simile.

     Sul finire dello scorso anno Alan è tornato a far parlare di sé con un’altra importante collaborazione con MazzaCane, un album di cui vociferava da tempo per la produzione di Jim O’Rourke e per la sua forma, che sostanzialmente è jazz. E infatti sarebbe stato forse più logico accreditare questa terza uscita comune anche al produttore, visto il ruolo determinante che questo ha avuto nella realizzazione. “Hoffman Estates”, questo il titolo, è stato infatti assembrato con una maniera dichiaratamente molto simile a quella usata da Teo Macero per gli album di Miles Davis di fine Sessanta/inizio Settanta: da un lato le registrazioni e dall’altro il lavoro di studio (compreso il missaggio) di O’Rourke, che ha eseguito un complesso taglia, cuci e incolla delle diverse componenti (chitarre, fiati, basso, contrabbasso, tastiere, batteria), che sono state suonate, oltre che dai due intestatari dell’album, da Ken Vandermark (Vandermark 5), Chad Taylor e Rob Mazurek (il Chicago Underground Duo), Kevin Drumm, Rick Rizzo (Eleventh Dream Day), Darin Gray (You Fantastic!), lo stesso O’Rourke e Jeb Bishop (Cheer-Accident).
     La prima sorpresa sta appunto nella natura del suono: jazz. O jazz rock, se vogliamo, visto che la struttura si basa sull’asse portante dei due chitarristi. Una musica che dichiara un debito certo a quella dello stesso Davis ma che amalgama bene anche altre influenze, soprattutto quando mostra un afflato più avanguardistico, parente stretto di certa sperimentazione contemporanea (vedi la splendida Peace Scare). Le chitarre (che a tratti diventano anche cinque) dialogano pacatamente, tra le pennellate di MazzaCane, le insofferenze noise di Licht e la ricerca di Kevin Drumm, mentre sopra di esse si distendono gli inserti dei fiati (trombone, clarinetto, sax, tromba), perfettamente calibrati e aggiustati dal lavoro di O’Rourke. Ora molto free (Turner’s Murder), ora quieto (Slowly Slowly Slowly) ora evocativo e sofferto (And Everyone ‘Neath Their Vine And Flag Tree Shall Live In Peace And Unafraid), questo album pare alla fine più un atto d’amore che una dichiarazione d’intenti, sebbene la mistura appaia per più di un verso originale.

Come è stato lavorare con MazzaCane Connors e O’Rourke in “Hoffman Estates”? Da dove arriva il titolo?
Jim ha fatto un lavoro fantastico, quel disco è realmente unico, credo, sebbene talvolta ricordi troppo l’album doppio della Jazz Composers Orchestra. “Hoffman Estates” è semplicemente il nome della città in cui si trovava lo studio di registrazione.
Qalcuno ha scritto che il lavoro di O’Rourke è stato molto simile a quello che faceva Teo Macero per Miles Davis...
Sì, sì, certo... L’hanno detto in molti... Ed era il concept che c’era dietro, in verità...
Quanto è stato un omaggio a un periodo e quanto invece pensavate di creare atmosfere inedite?
Non è un omaggio di per sé, significherebbe esagerarne le proporzioni. Si trattava soprattutto di porre me e Loren in un contesto nuovo invece di riproporci come un duo di chitarre. E nessuno di noi aveva suonato prima con un grosso gruppo jazz.
È vero che avete registrato tutti quanti separatamente?
No, Loren e io abbiamo suonato separatamente ma ognuno con un gruppo d’accompagnamento. Suoniamo insieme solo nel primo e nell’ultimo pezzo.

     A fine ‘97 Alan era comparso nel CD allegato al numero 3 della fanzine Halana con un pezzo chiamato The Shvitz, termine yiddish che sta per ‘bagno pubblico’ e che evidenziava, nei limiti in cui può farlo una musica comunque sempre strumentale, quello che pareva il riavvicinamento di Licht alla propria cultura ebraica. Sparsa sinfonia oceanica di quelli parrebbero drones d’organo, The Shvitz incede morbido e solenne come un accompagnamento liturgico, per quanto il ‘bagno pubblico’ non sia esattamente luogo di meditazione o di culto...
     È però insito nel minimalismo stesso un senso di quiete cerimoniale che avvicina naturalmente a una possibile lettura ‘religiosa’, e la cosa non sfugge se si ascoltano attentamente i diversi episodi composti da Alan in questa forma. Il suo recente terzo album, “Rabbi Sky” (vedi BU#13), rimarca ancora questa sorta di silenzioso omaggio alle proprie radici in maniera contemplativa ed estatica, anche se l’idea che lo sottende è altra che non quella prettamente religiosa.

Spiegheresti meglio le note che hai scritto per “Rabbi Sky”? L’idea di ‘trasformazione’ (‘permutation’) del suono e i titoli che citi, come il primo album dei Seeds e materiali di LaMonte Young e Sun Ra...
L’idea di ‘permutuation’ è quella che collega una serie di materiali diversi da cui mi sento attratto; che si tratti della musica di La Monte o dell’arte di Ray Johnson, hanno questo in comune. I Seeds e La Monte Young non sono così differenti, chiedi a John Cale! Entrambi sono “selvaggiamente interessati alla ripetizione”, per citare lo stesso La Monte. Nel primo album dei Seeds ogni canzone è essenzialmente una variazione dei primi due pezzi. Ecco perché lo ritengo un capolavoro di ‘permutation’...
Recensendo “Rabbi Sky” scrivevo che il primo brano sembra una forse inconsapevole maniera di esporre una visione escatologica del mondo... Il caos iniziale (il noise chitarristico), la scoperta di Dio (l’organo chiesastico), la rivelazione (gli scintillii chitarra-organo), l’estasi mistica (la quiete che segue) e il compimento finale (la circolarità minimale con cui termina)... Naturalmente si tratta di una lettura molto personale, un gioco...
Onestamente non avevo in mente simili letture religiose, sebbene il misticismo ebraico sia stato un’ispirazione certa nella realizzazione del disco come nella mia vita... Le prime quattro parti del pezzo potevano avere qualsiasi sequenza, ho scelto solo quella in cui mi sembrava suonassero meglio.
Be’, alla fine però è così che è il pezzo venuto fuori. Forse Freud non ha lavorato invano...
Okay, un punto per te...
Adesso Rabbi Sky e, poco prima, The Shvitz, il pezzo pubblicato da Halana. In che rapporti ti senti con la tradizione ebraica? E cosa pensi della “radical jewish culture” che Zorn promuove a New York? Alcuni lo accusano di eccessiva ortodossia...
I miei genitori erano ebrei osservanti e molto conservatori ed è così che sono stato educato anch’io. In casa mangiavamo cibo ‘kosher’ [si dice ‘kasher’ o ‘kosher’ il cibo considerato ritualmente ‘puro’ secondo la legge ebraica, ndr.], mio padre recitava le preghiere ogni mattina e andavamo al tempio ogni sabato. Questa è stata l’identità con cui sono cresciuto. Mi piace la mia cultura, anche se non mi ritengo un dogmatico. Credo però che qualsiasi promozione della cultura ebraica sia una cosa positiva, che identificare i musicisti come ebrei sia una cosa giusta, come sta facendo Zorn con la serie Great Jewish Music con Bolan, Bacharach e altri. Troppe persone nel mondo non hanno idea di cosa e di chi siano gli Ebrei ed è importante che si dia una giusta rappresentazione della nostra storia.
Hai visto il film “La vita è bella” di Roberto Benigni? Sappiamo che ha diviso il pubblico... Tu che opinione te ne sei fatto?
Non ho visto il film e quindi non posso fare commenti, ma penso che sia importante mantenere viva la discussione sull’Olocausto, anche se viene letto in una prospettiva controversa. È vitale tenerlo in perenne attualità nella memoria popolare.
Il contributo che gli ebrei hanno dato alla cultura nei secoli è stato straordinario; oggi che hanno una Nazione, uno Stato loro, smetteranno probabilmente di essere “l’ebreo errante”, quello che piantava i semi in ogni luogo in cui andava. La grandezza della vostra cultura si fondava proprio su questo continuo spostarsi, su questo lottare, combattere, non sentirsi mai a casa propria... Una provocazione: quanto impiegheranno gli ebrei a diventare un popolo di piccolo borghesi come tutti gli altri, adesso che hanno trovato una casa?...
È un’osservazione interessante... Consideriamo però che gli ebrei vagabondavano solo perché venivano cacciati da ogni paese, e che anche i Palestinesi hanno cercato di mandarli via da Israele fin dal loro arrivo, come stanno facendo ancora oggi. Quello che gli Ebrei hanno fatto è dovuto al loro status di outsider, e il loro nomadismo è il risultato. Gli Ebrei hanno sempre iniziato dal nulla e si sono sempre rimboccati le maniche per arrivare a un qualche risultato, che è poi il motivo per cui alcuni sono pieni di risentimento nei loro confronti. Però senz’altro, sono perfettamente d’accordo con te, più gli Ebrei assimileranno la loro cultura a quelle vigenti, più diventeranno i ‘piccolo-borghesi’ che dici.
È meglio quindi non lasciarsi assimilare?...
Non ho detto questo, ho fatto solo una constatazione... Come hai fatto tu.

DISCOGRAFIA
con i Love Child
Love Child (7”EP Trash Flow 1990) (con Rebecca Odes e Will Baum - Alan suona la batteria)
Love Child plays Moondog (7” Forced Exposure 1990) (con Rebecca Odes)
Okay? (LP Homestead 1991) (con Rebecca e Will)
Six of One / Sleepyhead (7” Homestead 1992)
Witchcraft (LP Homestead 1992) (con Rebecca e Brendan O’Malley) (l’edizione della City Slang non contiene Six of One ed ha Polly for a Day e Polly, noon, and... in più)
Stumbling Block / Six of One (7” City Slang 1992)
Erotomani, nella compil. This Is Art Hoboken (2x7” Radiation 1992)
Ponytail, su Fortune Cookie Prize: Beat Happening Tribute (LP Simple Machines 1992)
John Peel Session (EP del 1992 con 4 pezzi, ancora non pubblicato)

con Rudolph Grey And The Blue Humans:
Mask Of Light (LP/CD Ecstatic Peace 1991)
To a higher time (7” Ecstatic Peace 1993)
Clear To Higher Time (LP/CD Ecstatic Peace 1993)

con Loren Mazzacane Connors:
Two Nights (CD Road Cone 1996)
Mercury (CD Road Cone 1997)
Hoffman Estates (CD Drag City 1998)
In France (CD FBWL 2004)

con Keiji Haino:
Gerry Miles (CD Atavistic 1996)

con Tamio Shiraishi:
Our Lips Are Sealed (mini CD Pure 2003)

con Tetuzi Akiyama e Oren Ambarchi
Willow Weep and Moan For Me (CD 3” Antiopic 2007)

con Aki Onda
Everydays (CD Family Vineyared 2008)

solista:
Betty Page, sulla compil. Breathe on the Living (3LP, Locust 1990)
Calvin Johnson Has Ruined Rock For An Entire Generation (7”, 18 Wheeler 1994)
Tone Poem For The Nikki Sixx Million (7”, 18 Wheeler Records 1994)
Protocols of the Elders of Zion, su uno split con gli A Handful of Dust inserito nella fanzine Crank (1994)
Sink The Aging Process (LP Siltbreeze 1994)
un pezzo sulla compil. Waiting To Be Old (LP/CD Opprobrium 1997)
The Evan Dando Of Noise? (CD Corpus Hermeticum 1997)
The shvitz su compil. Halana #3 (CD allegato alla rivista Halana #3 1998)
Rabbi Sky (CD Siltbreeze 1999)
Plays Well (CD Crank Automotive 2001)
A New York Minute (2CD XI Records 2003)
[articolo pubblicato su Blow Up #16, Settembre 1999]


TUTTE LE RECENSIONI PUBBLICATE SU BLOW UP

LOREN MAZZACANE CONNORS
Calloden Harvest (Road Cone)
LOREN MAZZACANE CONNORS & ALAN LICHT
Mercury (CD Road Cone)
ALAN LICHT
The Evan Dando Of Noise? (CD Corpus Hermeticum)

Loren Mazzacane Connors è un poco meno che cinquantenne chitarrista statunitense in giro dagli anni Settanta ma solo in tempi recenti provvidamente ripescato grazie a una serie di ristampe, nuove uscite e collaborazioni importanti, tanto che le sue opere principali datano senz’altro anni ‘90. Il nuovo Calloden Harvest lo vede ancora alle prese con quella personalissima revisione del blues che da sempre è nodo indissolubile attorno a cui si muove il suo interesse di sperimentatore ‘moderato’. Note trattenute, dilatate e quindi assottigliate fino alla soglia dell’udibile, colme di pathos ma insieme risolute e a tratti persino noisy (Wild night, Come death Lord Cromwell). Note che partono pulite e poi risuonano dietro con un feedback ovattato sulla distanza che serve da controcanto e da equilibrio (spettacolare, in questo senso, la lunga apertura di Premonition). Due ‘facce’ sonore che in Mercury - inciso assieme ad Alan Licht - diventano ruoli ben definiti: Licht costruisce sottili sequenze di feedback e drones (o un accompagnamento defilato ma essenziale) come turbini rallentati e sommessi sopra i quali si distendono le sofferte note di Mazzacane. La riuscita finale della combinazione è pressoché perfetta: l’album - che in verità pare più di Mazzacane che di Licht - è una vera celebrazione della comunicatività chitarristica se mai ce n’è stata una. Al di là della tanta retorica e dell’ancor maggiore volgarità che sono state costruite attorno a questo strumento nei decenni, è difficile rimanere indifferenti di fronte a un suo uso tanto evocativo. La lunga Chicago, episodio centrale del lavoro, pare l’epitome perfetta per la storia della sei corde: un dialogo di partenza con l’alternarsi di cadenze blues e controcanti solisti, poi lievi rifrazioni, rumore, silenzi, esplosioni contenute e poi lasciate finalmente libere come urla liberatorie. Magnifico. (7/8) al primo e (8) al secondo.
Alan Licht, dicevamo, interessantissimo chitarrista newyorkese noto alle cronache rock più per la sua militanza nei Run On che per le sue opere collaterali, spesso composte e suonate a metà con artisti come Keiji Haino e lo stesso Mazzacane. The Evan Dando Of Noise? è il secondo album pubblicato interamente a suo nome e si articola in 5 episodi principalmente dedicati ad elaborazioni chitarristiche, non eccessivamente sperimentali né cervellotiche sebbene indubbiamente ostiche. Il feroce rumorismo dell’iniziale I hate Gate (un’ironica presa in giro dell’amico Michael Morley e della sua band), che a tratti sembra fare il verso alle elaborazioni elettroniche merzbowiane, trova così un degno contraltare nel curioso esperimento chiamato Lonesome valley, in cui all’arpeggiare della sei corde si sovrappone un distratto gorgheggio vocale (‘hollering’) recuperato da una vecchia cassetta, mentre in Ambulance chaser la chitarra azzarda la riproduzione del lamento di un’ambulanza e nella finale For Jojo il noise è stratificato in un procedere dilatato e quasi catatonico a cui non è estranea la lezione hendrixiana. L’unico momento avulso dal resto è il lunghissimo duetto con Lucy Hamilton (la China Burg dei vecchi Mars) titolato West twenty, in cui Licht e la collega si misurano rispettivamente all’organo e al clarinetto: un’ipnotica nenia d’organo chiesastico su cui si muovono, misuratissime e aliene, le perfette pennellate del clarinetto. Tre acquisti obbligatissimi. (8) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up #4, Gennaio/Febbraio 1998]

LOREN MAZZACANE CONNORS / ALAN LICHT
Hoffman Estates (CD Drag City) (7t-41:32)

Hoffman Estates è un’opera bella e relativamente accessibile, che può suscitare qualche problema solo nell’attribuzione dei meriti; ma andiamo con ordine, innanzitutto azzerando le aspettative: non è, infatti, un confronto chitarristico tra i due titolari nominali, ma la creazione collettiva di un ensemble di dodici elementi (cinque chitarre - non tutte insieme! - ritmi e fiati); il lettore ritroverà sonorità conosciute quali lo starnazzante sax di Ken Vandermark (è un complimento), la cornetta quasi davisiana (ante wha-wha) di Rob Mazurek, l’agile batteria di Chad Taylor, la chitarra e le tastiere di Jim O’Rourke (toh!); superfluo dire degli stiramenti di corda di Mazzacane-Connors. Hoffman Estates si snoda in sette episodi che pur avendo senso finito qualora presi singolarmente trovano la giusta valorizzazione all’interno del tutto: non è, insomma, album da ascolti frettolosi. La dimensione estetica complessiva - piana, sommessa, a tratti dolente - ci ha ricordato la seconda facciata di People In Sorrow, uno dei più bei lavori dell’Art Ensemble Of Chicago (‘69); ancora più curiosamente, il sesto brano riproduce sonorità tipiche del free degli anni sessanta, con la batteria ‘indietro’ - ma allora era un problema di ripresa microfonica! Il jazz è ovviamente solo una delle componenti di quest’album, su cui si innestano chitarre ispide e abrasive e un sottile lavoro tastieristico, che spunta a tratti nella filigrana del suono. Abbiamo citato Davis; ci pare che O’Rourke si sia qui ritagliato il ruolo di Teo Macero (vedi gli ‘additional arrangements’ citati in copertina), il che a differenza di altre occasioni - Rien era un bel disco: ma era un disco dei Faust? - non ci turba molto. Valutazione finale frutto di mediazione tra il piacere estetico (che è tanto) e la voce del critico che ricorda al lettore - e prima di tutto a se stesso - che la musica non ha avuto inizio il giorno in cui abbiamo cominciato a interessarcene. (7) (Beppe Colli)
[pubblicata su Blow Up #10, Marzo 1999]

ALAN LICHT
Rabbi Sky (CD Siltbreeze) (2t-39:21)

Chitarrista tra i più originali di questi anni oltre che critico ed esperto di minimalismo (lo abbiamo letto spesso nelle pagine della bella fanzine Halana), Alan Licht ha inciso a più riprese con Keiji Haino, Loren MazzaCane Connors e come solista, oltre a far parte in pianta stabile dei Run On ed esser stato, agli esordi, membro dei Love Child. Un eclettico all’ennesima potenza, quindi...
Questo, che in veste propriamente solistica è il suo terzo album, raccoglie un po’ tutte le eredità avanguardiste di cui il musicista si è fatto carico finora, a partire da quella rumorista dell’esordio Sink The Aging Process. È così infatti che si apre la lunga suite Rabbi Sky (5 Permutations), una mezz’ora che parte da vetrose scorie chitarristiche per lasciar spazio poi al canto chiesastico di un organo, ammarare verso lidi puramente ambientali, defluire in un vero tripudio chitarra-organo (quasi delle campane a festa!) e infine sommare le diverse parti con mirabili circolarità e coerenza. Che possa trattarsi di una sua personale visione escatologica è solo un sospetto (il caos iniziale, la scoperta di Dio, la rivelazione, la pura estasi mistica e il compimento finale...).
Seguendo una logica di questo tipo potremmo quindi attribuire agli 11 minuti della seguente All Blues (for Phill Niblock and James McNew) una funzione di contrasto-contraddizione, infernale, cavernoso e cupo (e straordinario!) delirio chitarristico com’è. Supposizioni e letture (e ossessioni) personali a parte: un altro grande album. (8) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up #13, Giugno 1999]

ALAN LICHT
Plays Well (CD Crank Automotive) (2t-73:32)

È certamente molto limitativo considerare Alan Licht ‘un chitarrista sperimentale’, considerato come riesce a muoversi in ambiti radicalmente diversi - dalle waves al minimalismo, dal rock all’avanguardia, dal noise al jazz. Oggi che suona fisso con i Run On ma anche in compagnia di molti e dei più distanti musicisti, la sua carriera solista ci ha abituato a scarti impossibili, tanto che i suoi nuovi album riservano costantemente delle sorprese; queste due nuove, lunghissime composizioni, per esempio, differiscono profondamente anche tra loro. Remington Khan, per sola chitarra, accosta due piani che s’intersecano: da un lato il minimalismo esacerbato di una corda che reitera un tema folkie faheyano, dall’altro le restanti, che si muovono inizialmente in uno spazio psichedelico a rammentare le evocative atmosfere di Roy Montgomery e poi finiscono nella gloria di un feedback modulato. The Old Victriola è un cut up letteralmente impossibile: parte con una citazione di Captain Beefheart (Well) alla quale si sovrappone un distorto rifferama degno dei Sonic Youth che poi, dopo quattro minuti, sfocia in una sorprendete variazione di purissima disco music (!!!) che va avanti per venti minuti tra battute pestate e funkettose (con tanto di vocalizzo femminile alla Donna Summer in cura da Moroder) e svisate chitarristiche tenute malamente in sordina; ma non finisce qui: il nostro passa poi all’organo per intonare un inno prima distorto e improvvisato e poi delicatamente cantato. Alla fine non si sa più che pensare; il primo pezzo è ottimo, il secondo incuriosisce ma lascia piuttosto perplessi. Dopo che anche i Gate di Michael Morley (vedi numero scorso) hanno sposato la dance, ora tocca a Licht: dovremo farne un trendino? (7) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up #38/39, Luglio/Agosto 2001]

ALAN LICHT & TAMIO SHIRAISHI
Our Lips Are Sealed (CD RRRecords) (1t-19:56)

Il sax di Tamio Shiraisi e la chitarra di Alan Licht. Né l’uno né l’altra suonano come pensereste e forse fanno a gara a scimmiottarsi. Musica aspra e acida, note acutissime e feedback che sguscia dalle mani, un’improvvisazione radicale che, come tante, serve unicamente ad allungare la discografia dei protagonisti. (5) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up #64, Settembre 2003]

ALAN LICHT
A New York Minute (2CD XI Records) (6t-123:45)

Pare che negli ultimi tempi il chitarrista Alan Licht (Love Chil, Blue Humans, Run On, solista) abbia perso la testa per il bastard pop (vedi BU#50/51). Sarà per questo che ne dava una personale visione in The Old Victriola, uno dei due pezzi che componevano “Plays Well” (BU#38/39), il suo disco più recente prima di questo nuovo doppio - e monumentale - lavoro. Tanto che anche qui troviamo una traccia composta similmente a quella, per l’esattezza la terza, titolata Muhammed Ali & The Crickets e impossibile mix di field recordings, schitarrate hardcore metal carpite nell’etere e percussioni & voci tribali.
L’album in verità partirebbe con tutt’altre intenzioni: la title track, che apre il lavoro, è un cut-up di un quarto d’ora di sole chiacchiere miste tra previsioni del tempo registrate a una stazione radio e parole diverse rubate a commercianti e impiegati della city, a significare che “ogni minuto a New York è denaro”, come racconta puntualmente il poeta Kenneth Goldsmith, chiamato a commentare il lavoro nel booklet. Fortuna vuole - non me ne vogliano gli oltranzisti dell’allusione eccentrica - che per il resto si passi dalle sole parole alla sola musica: ed è l’album migliore mai registrato da Licht.
Tutto naviga nel mare del neo minimalismo, vecchio pallino del chitarrista. I venti minuti di Freaky Friday sono una meraviglia per risonanze circolari di feedback e limpide note chitarristiche che s’intersecano ipnoticamente mentre Another Sky chiude il primo CD (‘Studio’) con una sola statica frase d’organo multitraccia. La seconda parte (‘Live’) è occupata da due soli lunghissimi episodi: apre Second, Fifth, sola chitarra per una magia di riflessi che si specchiano come sfarfallii infiniti sopra battiti percussivi infinitesimali riprodotti da un’unica corda battuta, poi è la volta di una alternate track di Remington Khan, già su “Plays Well”, ancora per sola chitarra (stavolta è una 12 corde) dove due piani paralleli s’intersecano reiterando da un lato un tema folkie e dall’altro uno spazio improvvisato-psichedelico che cresce fino a chiudere in una immane modulazione rock.
Bellissimo. “A New York Minute” è la superba prova dello stato di salute di un musicista geniale nonché uno dei punti più alti raggiunti dal neominimalismo chitarristico dell’ultimo decennio. (8) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up #65, Ottobre 2003]

LOREN CONNORS & ALAN LICHT
In France • CD FBWL • 6t-31:21

Non è certo la prima volta che Licht e Mazzacane Connors uniscono le proprie forze: “Live in NYC” e “Two Nights” del 1996 e “Mercury” dell’anno seguente (per non dire di “Hoffman Estates”, realizzato con un collettivo di altri dieci musicisti) sono la testimonianza della bontà della loro intesa, dacché le note sparse ed evanescenti del secondo sembrano il commento naturale alla maggior disposizione ‘rumorista’ del primo. Questo loro nuovo album, registrato in posti diversi della Francia nel Gennaio 2002 e poi masterizzato da Jim O’Rourke, è l’esemplificazione più esatta che i due abbiano mai pubblicato di questa magica comunione. Licht fornisce uno sfondo ombroso e inquietante, vagamente minaccioso a tratti, sopra cui si allungano e rilassano le corde di Connors, dolcemente pizzicate e risonanti oppure stirate e rese infinite come drones gentili. Le sei tracce, tutte titolate Silent Wounds e ordinate numericamente, riescono a diversificarsi l’una dall’altra proprio in virtù dei piccoli aggiustamenti progressivi di Connors, che espone, uno dopo l’altro, ogni aspetto della sua arte a mo’ di rappresentazione di stile: i blues metafisici, le rapide dissonanze, i lamenti ovattati come ululati malinconici. E Licht, anch’esso in stato di grazia e collaboratore essenziale come non mai, non esagera mai (merito anche del missaggio di O’Rourke), restando limpidamente nei limiti di una correttezza formale rara. L’unico limite del Cd è la sua brevità; per il resto, si tratta della miglior realizzazione del duo e una delle vette di entrambi. (8) Stefano I. Bianchi
[pubblicata su Blow Up #70, Marzo 2004]

TETUZI AKIYAMA, OREN AMBARCHI, ALAN LICHT
Willow Weep and Moan For Me • CD 3” Antiopic [www.antiopic.com] • 1t-18:49

Tre magistrali chitarre per rinnovare ancora una volta lo spirito del blues più antico: registrata in Nuova Zelanda al festival Bomb the Space del 2004, Willow Weep [and Moan] For Me si trasforma da brillante errebì a figura spettrale, evanescenza, puro mood. Ambarchi fornisce i timbri bassi(ssimi) mentre Akiyama e Licht duellano con la lentezza western di un Sergio Leone sonorizzato da MazzaCane Connors toccando vertici formidabili d’introspezione e (cognizione del) dolore. Un autentico capolavoro, venti minuti di purissima magia. (8) Stefano I. Bianchi
[pubblicata su Blow Up #101, Ottobre 2007]

ALAN LICHT
Sound Art • Rizzoli International • 304 pag., 49,95 dollari

Efficacemente sottotitolato “Beyond Music, Between Categories”, lo studio del chitarrista, compositore e critico newyorkese si presenta come una delle più compiute e interessanti ricostruzioni della nebulosa di fenomeni produttivi e strategie di presentazione associate alla (sempre più inclusiva) categoria della Sound Art. Licht definisce l’ambito concentrandosi essenzialmente su istallazioni di ambienti sonori basati sullo spazio (piuttosto che sul tempo), arte visiva che con la funzione aggiuntiva di produzione sonora (scultura sonora), suoni prodotti da artisti visivi come estensione di una particolare estetica, normalmente espressa attraverso altri media (ad.es. sound pieces). Di qui, si dipana un affascinante reticolato di esperienze e di riferimenti incrociati in grado di teletrasportare il lettore dalla pop music al cinema, dalla land art alla composizione minimal in poche righe: un filo rosso che si genera nell’avanguardia modernista ma arriva a toccare anche i fenomeni di contaminazione più attuali. Chi conosce la scrittura di Licht, sa già della fenomenale capacità di sintetizzare concetti e della ricchezza di dettagli storici che farebbero di questo testo (anche) uno strumento prezioso per l’introduzione alle estetiche intermedia in accademie d’arte o di comunicazione. Edizione squisita, ricca di foto e corredata da un CD (Bill Fontana, Steve Roden, Destroy All Monsters e altri). Cara Rizzoli, sarebbe chiedere troppo una versione in italiano? (8). Francesco Tenaglia
[pubblicata su Blow Up #117, Febbraio 2008]

ALAN LICHT & AKI ONDA
Everydays • CD Family Vineyared [www.family-vineyard.com] • 5t-49:32

Chi è più dentro alle cose giapponesi ricorderà il nome di Aki Onda quale responsabile, nella prima metà degli anni ’90, dei lounge-hop Audio Sports (nel gruppo passò anche Yamatsuka Eye), poi come ideatore del progetto audiovisivo Cinemage e infine come raffinato autore solista di delicatezze minimaliste ‘aggiustate’ via strumentazione acustica. La sua collaborazione con il chitarrista Alan Licht - che non dovrebbe invece aver bisogno di presentazioni - passa proprio per il comune amore per il minimalismo; questo è difatti il denominatore base di cinque tracce che al loro interno nascondono però numerose sorprese.
Già l’iniziale Tick Tock si propone come eccentrica variabile lasciando penetrare, tra le intermittenze dei bordoni elettronici e chitarristici e le intromissioni delle ‘cassette’ suonate da Onda, l’inattesa voce di Manolo Martinez a stranire il modulo in una sorta di primitiva, spastica improvvisazione. Di seguito Ship Shape, dove la chitarra di Licht libera assolo taglienti e cupi sopra il gorgogliare reiterato di un’elettronica meccanica, ferrosa e dall’ispirazione limpidamente industrial, quasi a stabilire il rifferama devastato di un formato out-rock che non può non rimandare ai trascorsi del chitarrista nei Blue Humans di Rudolph Grey. La lunga Tiptoe è il nucleo centrale del disco: field recordings di uccelli cinguettanti come contrasto al lavorio continuo del noise di sfondo fino a che meraviglie di fiati campionati arrivano a modulare una sorta di jazz-errebì completamente deformato che si sfalda, in chiusura, sui delicati bozzetti folkie ricamati da una chitarra acustica. Chitchat procede per frammentati commenti di chitarra spezzata che si sciolgono su oniriche volute di tastiere e voci in sovrapposizione; e infine il tour de force per chitarra trattata e maltrattata titolato Be Bop. Alla base di tutto un’idea minimalista dalla forte coscienza ritmica: come segnaletica morse, come secca frase di chitarra, come swing inconsapevole, soprattutto come artificioso riflesso dell’azione urbana in contrasto con la pulsazione naturale dell’ambiente: ora Tiptoe, che fa riemergere dal passato il fantasma dei Gastr Del Sol (che su quella dicotomia costruirono una carriera superlativa), ora Chitchat e l’inutilità delle parole di fronte all’urgenza distesa (e disattesa) dello spazio che si apre intorno. Alan Licht si conferma una delle menti più lucide e originali della scena avant degli ultimi vent’anni. (8) Stefano I. Bianchi
[pubblicata su Blow Up #120, Maggio 2008]


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