Albert Ayler
Albert Ayler
di Giampiero Cane

ALBERT Ayler è uno di quei sorprendenti musicisti che nel corso degli anni Sessanta rivoluzionarono l’idea di jazz che si era venuta formando e trasformando nel tempo, quella che aveva dato la sua ultima immagine forte nel suono del be-bop e si era consolidata nei jazzclub e nelle fanzine nel periodo immediatamente successivo alla guerra contro le dittature europee e il loro alleato nipponico.
Affermatosi solidamente nel corso del 5° decennio del secolo, al suo terminare il be-bop era diventato uno stile manieristico che s’era lasciato alle spalle ogni idea di originalità. Lo tenevano in vita soltanto le abitudini, e se queste davano l’impressione della vitalità era solo perché permanevano la grande narrativa di Sonny Rollins, nutrita nel suo profondo dalla focosa idea ritmica che dai Caraibi il sassofonista s’era portato a New York, e il suono e i sogni di Thelonious Monk, che godeva di una seconda giovinezza forse perché per più della metà degli anni Cinquanta aveva lavorato assai poco, s’era dovuto risparmiare dato che gli era stato sospeso il permesso di suonare in pubblico a New York, ma ancor più grazie alla sua arte, che lo portò all’essenzialità di costrutti fatti togliendo; una sorta di Michelangelo della musica, un non-virtuoso, un non-spettacolare che marcò una personaltà singolare a confronto con i pianismi sbalorditivi che appartenevano piuttosto a un Bud Powell o a un Oscar Peterson. Il resto era “culto di Parker” immerso in una carnevalata epifanica non necessariamente triste ma grossomodo revivalistica. Certo, c’erano anche le musiche “east coast”, il “cool” e i “new sound” che a volte brillavano d’ingegnosità, ma erano incapaci di rifondare l’intero, cioè il jazz tutto, e non solo le frammentarie immagini in cui esso perdeva la sua natura, di certo misteriosa ma olistica (praticamente più nessuno ormai usava ancora la scappatoia di definire il jazz quale una musica ritmicamente africana, armonicamente europea, melodicamente americana). […]

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