Alberto Arbasino
Alberto Arbasino
di Umberto Rossi

Una cosa che qui in Italia si stenta a capire: quando muore uno scrittore, il migliore omaggio che gli si può rendere è leggere quello che ha scritto. E dopo, magari, scrivere qualcosa. Ma qui c'è troppa gente che parla di cose che non ha letto, pontifica su cose che non ha letto, intervista scrittori che non ha letto, e così via. Parlare di libri fa fico; ma leggerli? E chi ha il tempo? C'è la comparsata in TV, la presentazione, l'apericena, la cena il pranzo il brunch il dopocena...
Fortunatamente capita di incontrare qualcuno che probabilmente non s'era perso niente, aveva conosciuto tutti, era stato dappertutto, aveva visto tutto, non s'era perso un evento, una serata, una cena, ecc. e comunque, e qui entriamo nello strabiliante, oserei dire nella leggenda, aveva letto di tutto e dimostrava a ogni pagina che scriveva una formazione culturale vasta e profonda. E quello era Alberto, come lo chiama confidenzialmente un mio amico che ha frequentato i suoi articoli e i suoi libri per una vita. Alberto di nome e Arbasino di cognome.
Non vengo a raccontarvi di essere stato sempre un ammiratore dello scrittore di Voghera (città che non produsse solo casalinghe, è ora che si sappia), o lettore della vasta produzione (dire che fosse prolifico è un pallido eufemismo, andate a guardare la bibliografia sulla Wikipedia e stupitevi). Ad Alberto ci sono arrivato solo dopo la sua dipartita (se n'è andato il 22 marzo di quest'anno a novant'anni), su insistenza di un altro amico (questa volta digitale, uno di quei personaggi che giustificano l'esistenza di Facebook). E non ho optato per i suoi titoli più noti, come Fratelli d'Italia, o Un paese senza, o L'anonimo lombardo (che scopro avere cultori nella comunità gay, e non sorprende), o La bella di Lodi (che ai tempi ebbe anche diritto a una versione cinematografica con tanto di Stefania Sandrelli). Quello che mi ha attratto è stata America amore, una raccolta di saggi pubblicata da Adelphi nel 2011, un autentico mattone da ottocento e passa pagine. Essendo di formazione un americanista volevo incontrare Arbasino sul mio terreno, vedere cosa aveva da raccontare degli Stati Uniti, un paese che tutti i nostri intellettuali o snobbano (“gli scrittori americani sono sopravvalutati” ho sentito dire l'anno scorso a un ben noto critico letterario) o credono di conoscere (ma date le dimensioni del paese, sarà sempre conoscenza parziale). […]

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