Alberto Arbasino.
Alberto Arbasino.
di Matteo Moca
In un testo scritto per la morte di Alberto Arbasino, avvenuta il 22 marzo del 2020, il critico letterario e scrittore Pietro Citati, suo giovane collega al “Giorno” negli anni Sessanta, in poche parole dipinge la natura centrifuga e inafferrabile dell'opera di Arbasino: “Una cosa mi piaceva alquanto. Arbasino era sempre altrove. Arbasino era sempre in movimento. Leggeva, leggeva, leggeva, appropriandosi di ogni cosa. Lo trovavi dappertutto, anche dove non avrebbe dovuto stare”. Citati, nel suo elogio sul movimento continuo della mente e del corpo dello scrittore nato a Voghera (“Nato a Voghera nel 1930, rinato Roma nel 1957” scrive di sé nell’Autodizionario degli scrittori italiani), racconta bene anche come nell'esperienza letteraria di Arbasino non esista un confine netto tra la vita e l'opera, ma anzi come l'una si mescoli e influenzi l'altra nella creazione di un maelstrom che continuamente tutto risucchia e processa. E poi c'erano i maestri, quelli a cui si restava fedeli perché riferimenti per lo stile, la parola o la creazione di storie e poco importava che fossero narratori, saggisti, registi o critici d'arte: “In fondo noi viviamo in una famigliona di paese, abbiamo tre padri, lui [Moravia], Soldati e Brancati, abbiamo tre zii anziani, Gadda, Comisso e Palazzeschi, e due zii giovani, Bassani e Flaiano; e abbiamo perfino una madrina che abita a Firenze e ci sgrida [Anna Banti], un fratellastro sempre fuori di casa [Pasolini], oltre che alcuni bravi professori, come Longhi e Cecchi e Praz, che le loro cose giuste le hanno insegnate a chi voleva stare a sentire”. Basta in effetti gettare uno sguardo ai “generi” frequentati da Arbasino per notare un nomadismo inarrestabile che porta alla consunzione di ogni confine tra continue riscritture, nuovi allestimenti di vecchi libri e originali, e organiche, raccolte, come testimonia il processo a cui è stato sottoposto il fluviale romanzo Fratelli D'Italia, straordinaria cronaca di due giovani che girano in un'Italia degli anni Sessanta, documento fondamentale per capire cosa è stato quel periodo del Novecento, pubblicato, con inversione di capitoli, incrementi di pagine, cambi di nome, nuove citazioni, per tre volte, dalla prima edizione del 1963 all'ultima, per Adelphi (che oggi ne pubblica tutta l'opera) nel 1993 (per capire la vertiginosità di questi procedimenti si pensi che anche l'Anonimo lombardo ha subito la stessa sorte: nato come una serie di racconti messi da parte da Calvino per la pubblicazione del suo esordio Le piccole vacanze è poi divenuto, nel corso degli anni e grazie a una serie di aggiunte e riscritture, un volumone di quasi seicento pagine). […]
…segue per 6 pagine nel numero 333 di Blow Up, febbrao 2026
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Ogni mese Blow Up propone monografie, interviste, articoli, indagini e riflessioni su dischi, libri, film, musicisti, autori letterari e cinematografici scritti dalle migliori penne della critica italiana.
In un testo scritto per la morte di Alberto Arbasino, avvenuta il 22 marzo del 2020, il critico letterario e scrittore Pietro Citati, suo giovane collega al “Giorno” negli anni Sessanta, in poche parole dipinge la natura centrifuga e inafferrabile dell'opera di Arbasino: “Una cosa mi piaceva alquanto. Arbasino era sempre altrove. Arbasino era sempre in movimento. Leggeva, leggeva, leggeva, appropriandosi di ogni cosa. Lo trovavi dappertutto, anche dove non avrebbe dovuto stare”. Citati, nel suo elogio sul movimento continuo della mente e del corpo dello scrittore nato a Voghera (“Nato a Voghera nel 1930, rinato Roma nel 1957” scrive di sé nell’Autodizionario degli scrittori italiani), racconta bene anche come nell'esperienza letteraria di Arbasino non esista un confine netto tra la vita e l'opera, ma anzi come l'una si mescoli e influenzi l'altra nella creazione di un maelstrom che continuamente tutto risucchia e processa. E poi c'erano i maestri, quelli a cui si restava fedeli perché riferimenti per lo stile, la parola o la creazione di storie e poco importava che fossero narratori, saggisti, registi o critici d'arte: “In fondo noi viviamo in una famigliona di paese, abbiamo tre padri, lui [Moravia], Soldati e Brancati, abbiamo tre zii anziani, Gadda, Comisso e Palazzeschi, e due zii giovani, Bassani e Flaiano; e abbiamo perfino una madrina che abita a Firenze e ci sgrida [Anna Banti], un fratellastro sempre fuori di casa [Pasolini], oltre che alcuni bravi professori, come Longhi e Cecchi e Praz, che le loro cose giuste le hanno insegnate a chi voleva stare a sentire”. Basta in effetti gettare uno sguardo ai “generi” frequentati da Arbasino per notare un nomadismo inarrestabile che porta alla consunzione di ogni confine tra continue riscritture, nuovi allestimenti di vecchi libri e originali, e organiche, raccolte, come testimonia il processo a cui è stato sottoposto il fluviale romanzo Fratelli D'Italia, straordinaria cronaca di due giovani che girano in un'Italia degli anni Sessanta, documento fondamentale per capire cosa è stato quel periodo del Novecento, pubblicato, con inversione di capitoli, incrementi di pagine, cambi di nome, nuove citazioni, per tre volte, dalla prima edizione del 1963 all'ultima, per Adelphi (che oggi ne pubblica tutta l'opera) nel 1993 (per capire la vertiginosità di questi procedimenti si pensi che anche l'Anonimo lombardo ha subito la stessa sorte: nato come una serie di racconti messi da parte da Calvino per la pubblicazione del suo esordio Le piccole vacanze è poi divenuto, nel corso degli anni e grazie a una serie di aggiunte e riscritture, un volumone di quasi seicento pagine). […]…segue per 6 pagine nel numero 333 di Blow Up, febbrao 2026
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TUTTLE Edizioni - P.iva 01637420512 - iscrizione rea n. 127533 del 14 Gennaio 2000







