Alberto Sordi
Alberto Sordi
di Gabriele Gimmelli

[nell'immagine: Un borghese piccolo piccolo]

Arriva flebile, l’eco del centenario sordiano (15 giugno 2020), e non soltanto per via del confinamento imposto dall’emergenza sanitaria (nel momento in cui scrivo, mancano ancora alcuni giorni all’invocata/vituperata “fase due”). Ripassando in dvd le sue interpretazioni più note e spigolando fra gli articoli dedicati alla sua morte, vecchi di oltre tre lustri, lentamente mi assale il sospetto che il ricordo di Sordi si sia ormai appannato.
Messa così sembra quasi una beffa, a danno dell’interprete che più di tutti – più o meno consapevolmente – aveva dedicato l’ultima parte della propria carriera a edificare il monumento di se stesso (ricordate Storia di un italiano?). Divinizzato in vita, come certi imperatori, fu omaggiato in morte con esequie degne di un pontefice, con tanto di pubblica esposizione della salma (imbalsamata) al Campidoglio e cerimonia funebre in Laterano, officiata a favor di telecamere dal cardinale Ruini, in presenza di una folla oceanica. Era il 27 febbraio 2003. Quelli che all’epoca erano adolescenti o poco più, forse ancora ne serbano memoria: le oltre 250.000 persone strette in piazza San Giovanni per l’estremo saluto al Divo Alberto formavano in effetti un bel colpo d’occhio. E pazienza se lui, Sordi, non avesse più imbroccato un film dignitoso da oltre un ventennio: vuoi per i numerosi passaggi televisivi, vuoi per una certa deferenza nei confronti di quello che già allora veniva percepito come un’istituzione, a qualcuno di noi sembrò davvero di assistere a un momento storico. Ma un quindicenne di oggi? Che cos’è per lui Alberto Sordi? Forse soltanto una GIF animata che fa il gesto dell’ombrello ai «lavoratori della mazza», o che ripete in loop «Mi dispiace, ma io so’ io…». […]

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