AMERICA OGGI: speciale noir USA
AMERICA OGGI: speciale noir USA
Roberto Curti, Raffaele Meale, Luca Malavasi

Tre film si misurano con lo stato delle cose in un paese squassato dalla crisi, nelle forme del racconto pulp, tra spietati killer a tariffa, veterani di guerra che si reinventano spacciatori, parenti serpenti e l'odore dei soldi che si mescola a quello del sangue. Le belve di OLIVER STONE, Cogan – Killing Them Softly di ANDREW DOMINIK e Killer Joe di WILLIAM FRIEDKIN.
[nella foto: Le belve, di Oliver Stone]


I BEI SELVAGGI
Le belve (Savages) di OLIVER STONE
di Roberto Curti

NON È DIFFICILE intuire cosa possa avere entusiasmato Oliver Stone in Le belve di Don Winslow, al punto di opzionarne i diritti di tasca propria prima ancora della pubblicazione. I protagonisti, innanzitutto. Chon (Taylor Kitsch) e Ben (Aaron Johnson), il pragmatico e il sognatore, il veterano di guerra (qui l’Iraq anziché il Vietnam, ma cambia relativamente poco) e il filantropo idealista, sono complementari come yin e yang, terra e spirito – ricordate i due sergenti di Platoon, che era sì plotone ma anche un po’ Platone? – in un triangolo dove il terzo incomodo (e narratore) non è il soldatino implume Charlie Sheen ma una sventolona bionda (Blake Lively) che di nome fa O come Ophelia.
Alfieri di una piccola impresa di successo di Laguna Beach che mette sul mercato la miglior marijuana in circolazione, Chon e Ben sono liberi imprenditori in un’America che ha perduto ogni traccia dell’eredità puritana, conservandone solo lo spirito della ricerca del benessere, svuotata di ogni retaggio morale. Un “paradiso terrestre” («qui è venuto Dio a riposarsi il settimo giorno» precisa la petulante O) dove il ritorno alla natura significa mettere in pratica quel sogno impossibile che Stone da sempre si porta dietro, dalla scena di White Rabbit in Platoon all’incontro in spiaggia di Jim Morrison e Manzarek in The Doors: regredire a uno stato primario di buoni – anzi, bei – selvaggi…


IL PECCATO ORIGINALE DELL’AMERICA
Cogan - Killing Them Softly di ANDREW DOMINIK
di Raffaele Meale

VOCI. Voci che prorompono da megafoni lungo le strade, riverberate da televisioni, radio, e qualsiasi altro medium comunicativo a disposizione. Voci che si accavallano, le une sulle altre, in un brusio di sottofondo che è colonna sonora ideale per immagini che vagano da tutt’altra parte: quale contrappunto migliore, per un profluvio di ammazzamenti, vendette, esecuzioni malavitose, se non le annose diatribe della campagna elettorale?
Killing Them Softly, terza incursione dietro la macchina da presa del neozelandese (ma statunitense d’adozione artistica) Andrew Dominik, è un’opera complessa e stratificata nonostante a prima vista appaia come il grado zero del crime movie. Che Killing Them Softly celi al proprio interno una precisa presa di posizione politica lo si può comprendere già dal senso dell’adattamento: il soggetto è infatti desunto dal romanzo Cogan’s Trade che George V. Higgins diede alle stampe nel 1974. Si era allora in pieno scandalo Watergate, con la figura di Richard Nixon pronta alla gogna mediatica e la guerra del Vietnam che procedeva verso la conclusione, con conseguente sconfitta – la prima in un conflitto armato – degli Stati Uniti. L’adolescenza in cui gli USA avevano prosperato a cavallo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la metà degli anni Sessanta si era trasformata in cupa accettazione dell’età adulta. Non è certo un caso che Dominik abbia spostato l’ambientazione dal cuore pulsante degli anni Settanta al 2008, quando si è concluso il secondo mandato di George W. Bush aprendo il fianco a una successione temuta e ambita da tutti, democratici e repubblicani. Lo scontro dialettico tra Barack Obama e John Sidney McCain, tratto distintivo della messa in scena operata da Dominik, identifica dunque un fil rouge tra gli Stati Uniti post-contestatori in pieno riflusso e la crisi economica che nell’ultimo lustro sta contribuendo a mettere in ginocchio l’impostazione stessa del capitalismo occidentale…


BLOOD MONEY
Killer Joe di WILLIAM FRIEDKIN
di Luca Malavasi

NELL’ESTATE DEL 2011, gli Stati Uniti – e, di conseguenza, il mondo – vissero alcune settimane di suspense economica. Senza un innalzamento del tetto del debito, infatti, l’amministrazione centrale non avrebbe più avuto i soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici: l’equivalente di una dichiarazione di fallimento o, all’inglese, default. Dopo aver stupidamente resistito per alcun settimane, il Congresso, ostaggio di una maggioranza repubblicana e estremista dopo le elezioni di medio termine, votò l’innalzamento chiesto da Obama, aumentando il tetto del debito – fino a quel momento pari a 14.300 miliardi di dollari – di 2.100 miliardi; più che una soluzione, una boccata di ossigeno, per arrivare almeno fino al 2013.
La storia sembra ormai vecchia, un po’ come Killer Joe di William Friedkin, passato a Venezia nel 2011. La coincidenza temporale tra rischio default degli Stati Uniti e presentazione del film (dopo Venezia, Toronto e Sitges) è però bella e istruttiva. Perché Killer Joe è un film sui soldi (anzi, sui dollari), il più bello degli ultimi anni assieme a Vegas di Amir Nader (iraniano, ma americano d’adozione), uscito nel 2008 e vicino a Killer Joe anche geograficamente – Nevada, Texas. Un film sulla disperazione per i soldi, versione West e dunque un po’ western, niente a che vedere con l’ideologia protestataria e “civile” degli Occupy Wall Street della costa Est. Sulle due sponde degli Stati Uniti, le cose si fanno diversamente, e si raccontano diversamente. Friedkin parte ancora una volta da una pièce di Tracy Letts (com’era accaduto per Bug, 2007) per occuparsi di una nuova possessione, anzi di una possessione vecchissima ma dal volto nuovo o rinnovato sullo sfondo della crisi economica globale. Ne è vittima la famiglia Smith (naturalmente), figlio spacciatore (Emile Hirsch), padre primitivo (Thomas Haden Church), figlia angelica e pericolosa (Juno Temple) e madre (Gina Gershon) in cerca di meglio e quindi in fuga verso un’altra vita e un altro uomo, Rex. L’esorcista si chiama Joe Copper, killer e detective…

…segue per 4 pagine nel numero 173 di Blow Up, in edicola nel mese di ottobre 2012 al costo di 6 euro.

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