Andrea Centazzo
Andrea Centazzo
di Michele Coralli

IL RACCONTO di una scena musicale nata dal riverbero prodotto all’interno delle comunità afroamericane nel corso degli anni ’60 termina, dopo le precedenti puntate che hanno visto protagonisti rispettivamente Guido Mazzon (BU#181) e Giancarlo Schiaffini (BU#184), con Andrea Centazzo, all’epoca dei fatti che abbiamo narrato, giovane e brillante batterista di provincia, che in brevissimo tempo brucia le tappe, da un lato accreditandosi attraverso collaborazioni di alto livello come quelle con Giorgio Gaslini e Steve Lacy, dall’altro percorrendo in modo assai meritevole la via dell’autoproduzione con la fondazione di una propria etichetta indipendente, la Ictus Records, già operativa dalla metà degli anni ’70. Oggi Centazzo è un artista a tutto tondo, impegnato nel campo dell’improvvisazione, così come in quello della musica contemporanea, della multimedialità e della produzione video. Da anni si è trasferito negli Stati Uniti dove ha avuto modo di incontrare altri musicisti che hanno animato la scena creativa tra New York e Los Angeles, come Eugene Chadbourne, Henry Kaiser o John Zorn. Quarant’anni di carriera, per lo più spesa all’estero, sono difficili da concentrare nello spazio di un’intervista che vuole soprattutto mettere a fuoco il periodo in cui anche in Italia, tra free jazz e musica creativa, si crea un movimento musicale che prima di tutto scardina – o prova a farlo – una serie di stereotipi che vogliono il jazz come musica incatenata a parametri ossessivi come swing o a vincoli di relazione armonica di tipo scolastico, in seconda istanza prova a ricercare delle relazioni con il mondo delle altre musiche sperimentali, neo-avanguardie in primo luogo. Ed è proprio da incontri come questi che nascono ambiti difficilmente etichettabili se non attraverso label di comodo come quella di “musica creativa”. Ciò che rimane oggi di quell’esperienza sta tutto nel modo di concepire la musica, ma più in generale l’arte tout court, da parte di musicisti come Centazzo, autore instancabile di progetti che possono vivere solo dove gli steccati sono meno rigidi, ovvero dove non imperano ancora i Signori del jazz che dominano i festival di jazz o i Signori della musica contemporanea che dominano i festival di musica contemporanea. Basterebbe un’occhiata all’enorme discografia di Centazzo per farsi un’idea di come il suo territorio sia ampio, quanto imprevedibile: dalle primissime e fortunose registrazioni, alle più recenti, molte delle quali si relazionano con il passato attraverso un’opera di documentazione e recupero dello storico che non ha pari nel mondo del “free” italiano. A questo punto le virgolette sono d’obbligo, perché uno come Centazzo sembra poter dimostrare senza la ben che minima contraddizione quel postulato da cui siamo partiti, riprendendo in mano un vecchio libro che, a proposito di free parlava di “moltiplicazione / collisione / giustapposizione a ogni livello e in tutte le direzioni del materiale, dei codici, delle fonti e dei modi (e mondi) ai quali i musicisti fanno ricorso o ai quali si riferiscono” (Carles e Comolli “Free Jazz. Black Power”, Einaudi 1973). […]

…segue per 6 pagine nel numero 190 di Blow Up, in edicola a Marzo 2014 al costo di 6 euro

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