Angel Olsen
Angel Olsen
di Beppe Recchia

[nell'immagine: Angel Olsen, foto di Amanda Marsalis]

Provare a definire, o persino semplicemente comprendere, la complessità della musica e del personaggio Angel Olsen è un po’ come provare a domare la corrente di un fiume in piena. Quella che doveva essere una veloce chiacchierata da Los Angeles tra un ciak e l’altro di un video promozionale, si è trasformata in un fitto paio d’ore interrotto solo dalla necessità di ritornare sul set. L’occasione è quella di raccontare il quarto album di studio, “My Woman” (“immagino che con un titolo del genere, sia facile pensarlo, ma non è il mio disco femminista”), quello forse più importante, della conferma ed oltre, di questa ragazza nemmeno trentenne, originaria del Missouri, che, avendo esordito nella band di Bonnie Prince Billy, se ne è affrancata con una serie di lavori, dall’esordio “Strange Cacti” del 2010 sino all’ottimo “Burn Your Fire For No Witness” del 2014, che l’hanno rivelata come una voce singolare tanto per il folk di provenienza quanto per il pop di (probabile) destinazione. In queste due ore si parla di tutto, con leggerezza ed auto-ironia, dalla passione di sempre per i pattini a rotelle alla recente curiosità per la regia (sua è la firma di tutti i video dei singoli estratti dall’album), dalla voce di Rocky Erickson, di cui le piace interpretare For You, alla rivelazione che la parrucca argentata che indossa nelle prime foto circolate quest’anno è un po’ meno omaggio al trasformismo di Bowie e un po’ più l’indisponibilità di un buon parrucchiere. La sensazione è che la Olsen abbia il terrore di essere fraintesa (“mi devo ancora abituare alle interviste, sono come un appuntamento al buio, ma il cui successo sta poi solo nella tua penna”), ma allo stesso tempo che si diverta a confondere le acque, a giocare con qualunque (pre)giudizio ci si possa esser fatti sul suo conto: anche la stessa sequenza di “My Woman” funziona come un canto di sirena, con le canzoni più accattivanti (“digeribili”, direbbe lei) posizionate nella prima metà e quelli più lunghe ed intricate nella seconda. […]

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