Art Ensemble Of Chicago
Art Ensemble Of Chicago
Michele Coralli

Storia e mitologia del più importante gruppo afroamericano di sempre.

[…] RIVOLUZIONE NERA, Nuova Sinistra Americana, New Thing e Great Black Music. Sembrano parole appartenenti a una lingua morta, definitivamente scavalcata non solo da migliaia di altre definizioni, ma soprattutto da un altro modo di intendere la vita. Sono parole che appartengono a un mondo scomparso, ma è compito di tutti cercare di preservarne una memoria. Tanto per cominciare varrebbe la pena ricordare che in un’epoca non molto lontana, quando il mondo è afflitto da una Guerra Fredda planetaria ed esistono ancora regimi segregazionisti come il Sud Africa, anche dall’altra parte dell’Atlantico, negli Stati Uniti, la democrazia non è cosa esattamente compiuta e non soltanto in termini di giustizia tra classi sociali, quanto di uguaglianza tra uomini con un differente colore della pelle. I ghetti neri, ampi quartieri in cui si concentra il disagio e l’assoluta mancanza di pari opportunità di fronte al grande sogno americano, sono una realtà. Negli anni ’60 il magma politico che ribolle da quelle parti parla soprattutto di ribellione contro il sistema: di rivolte nelle università come a Berkeley nel 1964 con il Free Speech Movement e a seguire la controcultura hippie, ma anche di lotte per i diritti civili dei neri, iniziate già da qualche anno in Georgia e giunte al loro l’apice con la marcia di Washington del reverendo King nel ’63. E non tardano a esplodere, in modo anche violento, dopo le brutali repressioni della polizia durante le marce successive funestate dalle bombe. Nei ghetti di Harlem, Rochester e Philadelphia le lotte subiscono brusche accelerazioni, anticipando così di pochi mesi anche Berkeley, luogo a cui si suole riportare il germe della contestazione di tutti gli anni ’60.
Qual è la valvola di sfogo attraverso cui passa la rabbia di una generazione? Non è casuale, ad esempio, che proprio in seno alla musica più importante e rappresentativa della cultura nera, già ampiamente assimilata e in parte edulcorata dal business bianco, ovvero il jazz, si stia ormai dando una brusca accelerata in termini di sviluppo linguistico con uno scarto deciso rispetto alle condotte precedenti. Nel 1960 Cecil Taylor, pianista già posizionato sulla prima linea dell’avanguardia jazzistica afroamericana, inizia a suonare con Archie Shepp. Eric Dolphy inizia a farsi notare come figura “anomala”. Max Roach ha fatto quattro balzi in avanti nel modernismo della Freedom Now Suite e il texano Ornette Coleman ha battezzato con un disco eponimo la nascita di un nuovo genere: “Free Jazz”. La politica entra prepotentemente nella musica, ma lo fa anche con molta leggerezza e ironia, come nel caso della mingusiana Fables of Faubus, dedicata a quel governatore dell’Arkansas che invia la Guardia Civile non per garantire il diritto allo studio di nove giovani studenti neri, bensì per non farli entrare in una scuola che nel 1957 è, nella pelle dei suoi alunni, ancora orgogliosamente monocolore. Poi arrivano altri musicisti arrabbiati come Albert Ayler che dichiara senza mezzi termini che “jazz è Jim Crow” e Jim Crow sta per “zio Tom”, iconografia macchiettistica del nero, segregato sostanzialmente perché stupido e sottomesso. La parola jazz inizia ad appartenere quindi a una terminologia del passato, ora si privilegiano definizioni come Free Music oppure Great Black Music.[…]

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