ASSALTI FRONTALI
ASSALTI FRONTALI
di Mauro Zanda

Militant A e i Brutopop: a distanza di quattordici anni dalla nascita dell’hip hop (in) italiano, gli Assalti Frontali riescono ancora a colpire nel segno con un nuovo album, “HSL”, che ne riporta d’attualità la drammatica urgenza


Sabato 1 maggio 2004. Al Forte Prenestino di Roma si celebra la “Festa del non lavoro”, tradizionale appuntamento che da diciassette anni raduna presso lo storico centro sociale di Centocelle la città antagonista. Sotto il sole finalmente generoso di una primavera timida e tardiva, il dj mescola tracce sonore ad altissimo contenuto di THC: reggae, punk, ska, musica demenziale. Poi, con il disco non ancora nei negozi (vedi recensione su BU#71), arriva improvviso un pezzo nuovo degli Assalti. Sentirlo per la prima volta fuori dalle mie mura domestiche, vedere e percepire la reazione elettrica dei presenti è una sensazione bellissima e spiazzante. La musica dei Brutopop è febbricitante, le parole di Militant A sono taglianti e dirette come ai tempi dell’Onda Rossa Posse. Sono passati 14 anni da quando i ragazzi infiammavano l’università occupata con la prima fulminante esperienza di rap autoctono, 5 dall’uscita del precedente “Banditi”, primo e ultimo capitolo congegnato nel cuore dell’ingranaggio major. Eppure c’è grande aspettativa per questo ritorno di cui si erano finite per perdere le tracce. Sarà l’entusiasmo per i primi live, il feedback dei pre-ascolti, o soprattutto la ritrovata energia di Militant A, voce, penna e anima di un progetto capace in tre lustri di evocare qualcosa di più grande di sé, un progetto ebbro di un respiro lirico e militante, battagliero ed emotivo, ricco di un’insopprimibile vocazione paradigmatica; e forse anche per questo, talvolta, indebolito dal peso di tanta responsabilità. Tante cose sono passate nel frattempo sotto la stella di Assalti: il mercato discografico è arrivato vicino all’implosione, i centri sociali hanno smesso di essere quella fucina di musica, cultura e idee non omologate e Militant A e i Bruti sono cresciuti come uomini prima ancora che come musicisti. Oggi, proprio per ritrovare quell’immediatezza, quel terremoto dell’anima che ha sempre reso gli Assalti Frontali qualcosa di unico nel panorama della musica indipendente italiana, tornano con un disco che semplifica il linguaggio tanto nei testi che nelle musiche, ma non rinuncia a raccontare storie di assalti alla diligenza e periferiche sacche di resistenza. Non entrare se non sai da che parte stare.

Perché “Hic Sunt Leones”? E’ l’urlo della periferia contro il nuovo Impero?
“HSL” è una sigla che suona bene e “Hic Sunt Leones” è un concetto super evocativo! In alcune città italiane, sui muri che costeggiano territori “liberati” spuntano grandi scritte fatte con la vernice che segnano un confine e dicono: “Hic Sunt Leones”. Nella mappa visiva di chi passa sta a indicare... qui c’è resistenza, qui c’è gente che non si rassegna alle leggi del dio denaro e della guerra. Qui c’è qualcosa di imprevisto e anche di pericoloso, qualcosa che riempie i cuori di speranza perché allude ad altre forme di vita possibili.
Trovo che il disco nel suo insieme sia il lavoro più coeso e diretto che hai realizzato da molto tempo a questa parte. Sei d’accordo? E’ stata un’intenzione precisa o è semplicemente quello che doveva uscir fuori in questo momento?
Sono d’accordo. Abbiamo tenuto sotto maggiore controllo liriche e arrangiamenti per dare più chiarezza alle canzoni. A costo a volte di sembrare semplici, ma naturalmente semplici alla maniera di Assalti Frontali, quindi sempre “roba esplosiva” per DNA. Stiamo ricostruendo un rapporto con un pubblico più vasto che non sa niente del nostro passato. E penso che ci sia molto spazio in Italia per roba come HSL. Questo non è un disco di denuncia. Non stiamo lì a dire quanto è cattivo il nemico, gli andiamo direttamente addosso. HSL è forza d’urto.
In Sulla Strada te la prendi con il mondo della discografia major, la sua ottusità, la sua miopia. Che cosa è successo con la BMG?
Con la BMG è successo che è finita presto. Dovevamo fare tre dischi, ne abbiamo fatto uno solo. Ma in fondo non poteva che essere così. La cosa più importante è che è cambiato tutto intorno a noi in questi cinque anni. E’ cambiata l’economia mondiale e le visioni per cui un capitalista investe del denaro. A fine anni ‘90 si viveva dentro una bolla speculativa in cui chiunque investiva dieci era convinto di fare mille! Il Nasdaq era sopra quota 5.000 e mille altre cazzate così... Poi si è visto come è finita: in dieci si sono arricchiti e in mille si sono bruciati. Questo è il capitalismo: una gigantesca truffa ai danni delle masse, una rapina in grande stile. E perché sia chiaro dove va a finire il bottino c’è la guerra! Anche Assalti Frontali nel suo piccolo ne ha risentito, i rubinetti si sono prosciugati e per gente come noi non c’è stato più spazio nelle stanze di una multinazionale. Ma in fondo mi sono sempre sentito un “clandestino” là dentro, uno senza “permesso di soggiorno”. Una volta chiarite le cose siamo tornati al nostro luogo naturale: Sulla Strada. Ora, quello che voglio dire su questo pezzo è che noi possiamo vivere senza padroni mentre i padroni non possono vivere senza di noi. Un gruppo musicale senza major è la cosa più naturale che ci sia, mentre il contrario è impossibile.
È cambiato nulla dai tempi in cui vi facevate in quattro per trovare una quadratura possibile tra autoproduzione, autodistribuzione e l’opportunità di parlare a più gente possibile?
Lasciata la BMG, circa un anno fa, siamo andati a fare un tour durante l’estate e abbiamo fatto venti concerti tutti affollati. Siamo passati a “Il manifesto” che in fondo è la nostra dimensione ottimale e ci hanno accolto senza neanche ascoltare un provino. Kaki Arkarazo ci ha fatto spazio nel suo studio di registrazione nei Paesi Baschi, ci ha trovato dieci giorni nel suo calendario malgrado prenda le prenotazioni con un anno di anticipo! Insomma, la rete dell’underground è vivibile! Si mettono in moto complicità produttive che ti aiutano a farcela. Noi siamo cambiati rispetto a dieci anni fa, abbiamo molta più esperienza e contatti e anche il mercato è cambiato: è molto più in crisi di prima. Mi aspetto di tenere botta, come si dice, e anzi guadagnare molte posizioni. Uscire a 8 euro, come è nella politica dei CD del Manifesto, è un missile che sfonda una certa palude dovuta al carissimo costo dei dischi. È un prezzo infatti perfettamente concorrenziale con quelli masterizzati che trovi nelle bancarelle di strada.
Cosa hai ascoltato negli ultimi anni? la passione per l’hip hop si è parzialmente affievolita o sono piuttosto stati i Brutopop a spingere su un suono a loro più congeniale, quello della cantina?
Ascolto sempre molto hip-hop, ma non solo. Ascolto anche quello che ascoltano tutti, non potrei altrimenti. Per quanto riguarda il nostro disco, quello che tu chiami “il suono della cantina” è il marchio sonoro del disco. Groove funky, quelli più solidi registrati in un anno di lavoro, sono il punto di riferimento da cui partire. Poi avanti con i riff di chitarra, con i ting di tastiera e naturalmente con le rime più intelligenti e divertenti prodotte in questo tempo. Ci siamo tenuti solo la roba dell’ultimo anno. E’ il modo più fresco per uscire. Se ti metti a pensare: “Sono cinque anni che non esco devo fare qualcosa di ultrapotente e completo e innovativo ecc, ecc.” ti incarti facilmente.
Qual è la canzone del disco a cui ti senti più legato e perché?
Ora come ora non so dirlo, è troppo presto. Il mio giudizio varia velocemente. Anche riguardo un eventuale video non sappiamo quale scegliere. Denaro gratis, Le merde fanno affari, In periferia, Hsl...
Come è cambiata la tua vita di uomo e ‘musicista’ da quando sei padre?
Già i bambini sono patrimonio dell’umanità. Poi c’è una bambina che è anche la mia bambina! Averla mi ha fatto scattare un sentimento di appartenenza alla specie umana che non avevo mai provato prima, un misto di protezione animale e proiezione nel futuro. E’ un’esperienza che ti mette alla prova: è fantastico ed è anche un culo pazzesco, considerando poi come viviamo “noi”, gente un po’ sregolata, con i ruoli “tradizionali” di mamma e papà confusi. Da un punto di vista “artistico” è “primavera”: ho spazzato via molti pensieri scuri, ora c’è lei che mi sorride e si aspetta molto dalla vita.
È vero secondo te che, come dice un autorevole quotidiano USA, il movimento dei movimenti è la seconda super-potenza mondiale?
Lo è davvero quando riesce a far pagare il conto a chi si mette contro la sua volontà. Nel caso della guerra, se la maggioranza di un paese non la vuole, i governanti che ci trascinano in questa forma schifosa di terrorismo in grande devono pagare. In Spagna è stato così, Aznar ha pagato. E questo è stato un segno positivo.
Dopo i due libri già pubblicati per “Derive e Approdi” e le incursioni corsare tra le pagine di Alias del Manifesto, hai in cantiere qualcosa di nuovo nelle vesti di scrittore?
Scrivere è la cosa che più adoro fare. Ora che il disco è chiuso mi guardo intorno. Per un libro c’è tempo, ci vuole l’ispirazione e la preparazione giusta, per gli articoli e le collaborazioni è forse il momento buono…


[pubblicato su Blow Up #73 – Giugno 2004]
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