AUTOFICTION
AUTOFICTION
di Maurizio Bianchini

[nella foto: Marcel Proust]

È IL MOMENTO d’oro dell’autofiction. Siti, Trevi, Eston Ellis, Auster, Houellebecq. Che sia anche il caso di interrogarsi su un fenomeno, una tendenza, forse persino un penchant naturale, troppo a lungo rimasto in ombra, della creazione letteraria? Ci sono gli autori; c’è il pubblico e l’editoria non resta a guardare. Solo la critica sembra tergiversare ancora, forse inibita dalla liquidità del fenomeno.
Cos’è, propriamente parlando, l’autofiction? Nulla, stando almeno alle tradizionali categorie letterarie; neanche un pidocchioso sottogenere. La narrazione canonica riconosce al massimo l’autobiografia, che è il contrario dell’autofiction: tanto l’una celebra a tutto tondo il personaggio che c’è dietro la voce narrante, quanto l’altra cerca di sfumarlo, di problematizzarlo. L’autobiografato è una statua equestre sempre in posa col profilo migliore; l’autofictionato è un’immagine appena sbozzata, una confusione di tracce, indizi, incertezze, ipotesi e affermazioni, con cui l’autore si rappresenta nel racconto, per così dire, anzi no, detto con forza, incidentalmente, nel senso che un altro potrebbe prenderne il posto, a patto di trovare qualcuno in grado di leggere con la stessa inquietudine nei suoi stati d’animo, nei trapassi di sensibilità, nell’interloquire problematicamente con la realtà esterna. Ma chi potrebbe sostituire Kafka nel pedinamento di se stesso? E anche se l’uno e l’altro si vogliono, in effetti, un gran bene, lo fanno in maniere che più opposte non si potrebbe: l’autobiografo, solennemente, en plein air, come un borghese di fine Ottocento che esibisce se stesso, nel suo abito di sartoria; a passeggio nel corso della città; l’autofictionario, invece, inquietamente, come un personaggio di Dostoevskij che chiuso nella sua stanza si macera insonne nel letto di Procuste cui non rinuncerebbe per nulla al mondo (e così abbiamo tirato giù anche Proust dallo scaffale). L’amore che l’autobiografato ha per sé è palese, appagato, autosufficiente e grossier; quello dell’autofictionato è ambiguo, incontentabile e snob. […]

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