Bastian Contrari
Bastian Contrari
di Maurizio Bianchini e Fabio Donalisio

[nell'immagine: Witold Gombrowicz]


1 / Witold Gombrowicz o: dell’immaturità
di Maurizio Bianchini

A
L’inizio di Ferdydurke (“Quel martedì mi svegliai nello smorto evanescente attimo in cui la notte vera e propria è ormai finita e l’alba non riesce ancora a farsi strada”) ricorda quello della Metamorfosi (“Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si ritrovò trasformato in un enorme insetto”). E come il protagonista del racconto più noto di Kafka, anche il protagonista del romanzo più citato di Gombrowicz è reduce da un sogno che l’ha tormentato e poi svegliato. “Per un’inversione temporale che alla natura non doveva essere concessa, mi ero visto com’ero a quindici, sedici anni… con la mia stridula vocetta pollastrina… il mio naso non del tutto cresciuto… nella spiacevole consistenza di quella fase di mezzo, transitoria, del mio sviluppo. Metà esilarato e metà impaurito: mi pareva che il mio io attuale, già oltre la trentina, scimmiottasse e deridesse lo sbarbatello implume che ero stato una volta, e che questi a sua volta scimmiottasse me e con pari diritti ci deridessimo a vicenda.” Ma si deve diffidare dei richiami di un bastian contrario: portano quasi sempre fuori strada. Come ha scritto Milan Kundera nel Sipario, una riflessione sul romanzo europeo di rara profondità, in cui è contenuta una lettura vertiginosa dell’opera gombrowicziana, l’autore di Ferdydurke, ‘infastidito dagli snob che se n’erano appropriati, non aveva per di Kafka una particolare predilezione.’ E in effetti si ha il sospetto che il sogno dell’uomo diventato insetto – visione metafisica, metaforica e parodistica insieme – sia evocato da Gombrowicz per dar risalto al dilemma attuale, storico e sociale dell’uomo costretto a ‘rimbambinire’ nell’immaturità: “il lamento di un individuo”, per usare le parole dell’autore, “che si difende dalla dissoluzione… e al tempo stesso si rende conto che qualsiasi forma lo sminuisce e lo limita: si difende dalla imperfezione degli altri, perfettamente cosciente della propria.” È un ritratto che si addice anche al Bardamu di Viaggio al termine della notte, uscito cinque anni prima. Come Céline, anche Gombrowicz scrive dalla faglia di una modernità implosa, e l’io narrante di Ferdydurke si ritrova, al termine del suo ‘viaggio nella notte’, in una veglia che lo vede “diviso e disperso come nel sogno”, e risospinto verso una fanciullezza che è, ha scritto Ripellino, ‘pungente allegoria dell’infantilismo moderno: un ritratto della nostra società, che anela a rimpicciolire gli adulti, a mutarli di nuovo in bambini’. (Scritto nel 1961: davanti all’infantilismo contemporaneo, un’orgia di bambinizzati che ballano per un biscotto o sbavano per una Bmw, temo che neppure la sua pirotecnia verbale troverebbe parole all’altezza.) [...]

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