BECK
BECK
di Stefano I. Bianchi

Ha conosciuto il suo momento di gloria, il buon Beck Hansen, quando il singolo Loser ha fatto il giro delle radio e dei juke-box di tutto il mondo: una canzoncina appiccicosa e geniale, tutta costruita attorno ad un campionamento di Dr. John sopra il quale il musicista ha ritagliato un contagioso ritornello. L’album che l’ha contenuto, poi, Mellow Gold (Geffen, 1994), riservava delle sorprese niente male in quanto a capacità camaleontiche. C’era di tutto, dentro: dal soft rap della stessa Loser, di Fuckin’ with my head (quasi fossero i Little Feat di Dixie Chicken!) e Beercan (potrebbero essere dei redivivi Mungo Jerry!) a quello più minaccioso e duro di Soul suckin’ jerk (uno dei vertici del CD, con ritmi e scansioni hip hop disturbati da minacce industrial e conditi da una soffice chitarrina folk blues) e Sweet sunshine, dalle diverse riletture del folk dylaniano più puro (la svogliatissima Pay no mind, la psicotica Whiskeyclone..., la delirante Truckdrivin’ neighbors downstairs), al grunge rumoroso e distorto di Motherfucker, dalla ballad dolcissima di Blackhole a quella un po’ ubriaca di Nitemare hippy girl. Per finire poi con il capolavoro del disco, la claustrofobica, lentissima, psichedelica Steal my body home, che resuscita nel finalino a base del solito accompagnamento folk blues. E già ad accompagnare il songolo Loser c’erano state delle avvisaglie di cosa era capace il giovanotto, con una MTV makes me want to smoke crack (!) in puro stile jazz, cantata col solo accompagnamento di un pianoforte d’epoca.
     I media si appropriarono immediatamente del fenomeno Beck, ipotizzando la nascita e consacrazione di una generazione di musicisti slacker (come svogliato e scansafatiche) poco disposti ad apparire, lenti nei movimenti musicali e soprattutto quasi completamente autarchici come filosofia compositiva. In realtà sia Beck che gli altri due personaggi presi di mira in questo articolo sono quasi sempre accompagnati da altri suonatori, sebbene risulti del tutto evidente come il genio che ne esce sempre è sempre farina del sacco solitario dei compositori. Che sono accumunati, è bene dirlo subito, dalla stessa metodologia ispirativa: gli strumenti, meno sono e meglio è, più sono artigianali meglio è, più sono scordati meglio è; la voce, più è poco educata meglio è, più la si adatta a filtri ed altre diavolerie meglio è, meno canta meglio è; le musiche, più sono scarne meglio è, meno si arrangiano meglio è, più sono masturbatorie meglio è. Insomma: sparire, nascondersi, non esserci, pare essere l’imperativo comune di questi curiosi personaggi tanto spesso geniali (nessuno di loro si propone al mondo col proprio nome vero, tra l’altro). E soprattutto costruire in proprio, nella propria (presumibile) solitudine, dentro i propri (presumibili) fantasmi, tutte le composizioni.
     Che questa possa essere la risposta che tanti giovani americani danno ad un mondo esterno che non comprendono più, è solo un sospetto. Come lo è, magari, quello che la risposta inglese sia il rifugiarsi nell’elettronica spinta ed eccessiva della techno o dell’ambient. Certo è che fenomeni sociali come l’AIDS o tecnologici come l’espansione vertiginosa del mercato informatico, la realtà virtuale, le autostrade comunicative di Internet ecc., favoriscono certi ripiegamenti interiori, dove la casa torna ad essere sinonimo di protezione dal mondo esterno proprio come qualche millennio fa. I nostri tre eroi (ma potevamo certamente sceglierne molti altri: ogni scelta è sempre del tutto arbitraria; questa volta è toccata a loro solo perché eccezionali musicisti) dunque come possibile avanguardia di un fenomeno che potrebbe rappresentare uno degli sbocchi cui approdare adesso che il grunge è morto e defunto senza lasciare eredi plausibili. Ma torniamo a Beck.
     Il notevole successo di Mellow gold ha spinto due piccole etichette indipendenti a pubblicare dei nastri che contengono composizioni anteriori a quelle uscite su Geffen, e non so con quanta approvazione da parte dello stesso Beck. Poco, comunque, importa.
    La prima delle due è stata la Flipside, che ha dato alle stampe l’album Stereopathetic soulmanure, ancora nel 1994. La musica del CD non differisce molto da quella di Mellow gold, eccetto che tutto quanto ha vesti più selvatiche e meno disposte a compromessi; anzi, forse è solamente meno prodotta, vicina comunque allo spirito con cui lo stesso album precedente era stato composto, tanto che un buon numero di brani potrebbe essere tranquillamente trasformato in hit, se ripulito a dovere. Si parte allora con gli spasmi noise di Pink noise (appunto...) per giungere alle pedal steel guitar di Thunder peel, The spirit moves me e Modesto, passando tra gli esperimenti psycho di Total soul future e quelli folk-rap di Cut 1/2 blues (vere e proprie prove generali per Mellow gold). Nel mezzo ci sono la bellissima ballad Puttin’ it down per sola chitarra e voce, l’old time di Satan gave me a taco, il purissimo talkin’ blues di One foot in the grave e l’indigesto rock di Tasergun. Più una miriade di abbozzi, ritagli e frattaglie varie di quel corpaccione che è la musica popolare americana, posti tutti sopra e sotto quasi a ricordarci dov’è che sta il cuore di questo giovane proud to be american.
     A confermare tutto ciò arriva, a poche settimane di distanza, la K Records, che pubblica, dal titolo di un pezzo del disco precedente, One foot in the grave, nuova raccolta di pezzetti vari che (stavolta ben più di prima) si rifanno sfacciatamente a tutto il patrimonio della musica popolare americana, dal folk blues (soprattutto) al country al bluegrass, senza il benché minimo imbarazzo. Si staccano da questi suoni paludosi l’attacco furioso dell’hardcore Burnt orange peel, l’esperimento di Outcome e la finale, psichedelica Atmospheric conditions. Nel suo genere, un ottimo disco.
     Non saprei dire dove andrà a parare la prossima volta il buon Beck. Accasato alla Geffen, probabilmente riemergerà col seguito musicale di Mellow gold, e, visto che il musicista è di razza, sarà un nuovo successo alle radio ed ai juke box di mezzo mondo. Arriveranno le interviste, i concerti, la fama, i soldi in quantità industriali. Arriveranno anche le canzoncine, e poi le canzonacce e le delusioni.
     Ma noi lo sapremo sempre bene, dov’è che batte il suo cuore.

[pubblicato su Blow Up Fanzine #1, Settembre 1995]
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