Berberian Sound Studio
Berberian Sound Studio
Alberto Pezzotta, Valerio Mattioli

Qualche riflessione su Berberian Sound Studio, opera seconda di PETER STRICKLAND: uno dei film più curiosi e spiazzanti degli ultimi tempi, e un lavoro da non perdere per gli amanti dell’hauntology.


NOSTALGIA DELL’ANALOGIA
di Alberto Pezzotta

CHISSÀ SE QUALCUNO mai doppierà in italiano Berberian Sound Studio, e cosa si inventerà quando il personaggio di Toby Jones, nell’ultima parte del film, acquista inopinatamente una voce italiana. Forse abbiamo svelato una sorpresa, ma forse è da qui che si può partire per cercare di capire di che cosa parla questo film in cui non succede quasi niente, ma qualcuno perde se stesso, viene espropriato della propria vita, delle lettere della propria madre (che diventano dialoghi di un film), della propria immagine (che diventa parte di un film), della propria voce – quest’ultimo appiglio all’identità, al soggetto.
Tutti temi molto classici di una modernità nutrita di Lacan e Deleuze. E coerentemente il film di Peter Strickland si svolge negli anni 70, in un universo analogico fatto di nastri e pellicole, foley artigianali ed elettronica d’antan. C’è tutto un feticismo dell’analogico che percorre il film, con la mdp che accarezza macchinari oggi obsoleti, modernariato da dottor Frankenstein contemplato da una generazione che è partita dai led. Una nostalgia di un mondo predigitale in cui il soggetto c’era e poteva essere fatto a pezzi, come quello del povero Gilderoy/Jones. Mentre oggi, nell’era di Facebook e di Twitter, in cui il soggetto si riduce a pochi graffiti su web tracciati mentre si fa altro (vedere un film scaricato, per es.), che cosa rimane da decostruire e da frantumare? […]


INTERVISTA A PETER STRICKLAND
di Valerio Mattioli

AL DI LÀ DEGLI ESITI e delle reazioni di critica e pubblico (che pure, specie in Inghilterra, sono state lusinghiere), la cosa significativa di un film come Berberian Sound Studio è innanzitutto che un film come questo… esiste. E che esiste adesso, in anni di tarantinismi italian sounding da una parte, e nostalgia per il futuro che fu dall’altra. Perché la pellicola di Peter Strickland coglie in un colpo solo due aspetti non marginali dell’immaginario pop anni 2000: da una parte il recupero (simbolico più che letterale) del cinema di genere italiano, fenomeno che ormai data da quasi un ventennio e che pure – a quanto sembra – prosegue in una pervicace operazione di disseppellimento del rimosso; dall’altra, questo recupero non avviene per tramite di citazioni o ammiccamenti cinefili, ma attraverso la rievocazione onirica (o meglio ancora “stregata”) di un passato ectoplasmico alla stessa maniera di quella hauntology teorizzata da Mark Fisher e Simon Reynolds (vedi BU#146/147) e che in musica fu originariamente coniata dall’etichetta inglese Ghost Box (a cui aggiungere a piacere i vari The Caretaker, Demdike Stare, eccetera eccetera).
Il collegamento non è casuale, e per una volta non è nemmeno forzoso: innanzitutto, quello di Strickland è un film – se non propriamente musicale – quantomeno “sonoro”. È la storia, ambientata negli anni 70, di un tecnico audio spedito dall’Inghilterra all’Italia per sonorizzare un truculento film giallo dal titolo The Equestrian Vortex. Il tecnico – di nome Gilderoy e interpretato da Toby Jones – finirà per trovarsi al centro di un’impenetrabile spirale fatta di sottaciuti misteri, silenzi e ritrosie, fino a sconfinare nell’allucinazione più o meno dichiarata. E a dominare questa atmosfera paranoide sono appunto i suoni, i rumori e gli effetti audio che Gilderoy e i suoi colleghi vanno concependo per il film all’interno dello studio Berberian, che Strickland ha voluto così chiamare in omaggio a Cathy Berberian, moglie di Luciano Berio il cui Studio di Fonologia della Rai – concepito nei ’50 assieme a Bruno Maderna – ha fornito l’ispirazione diretta per il regista. […]


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