Betty Davis
Betty Davis
di Piercarlo Poggio [+ Eddy Cilža]

[nell'immagine: Betty Davis, foto Fin Costello-Redferns]


Basta osservare in modo distratto (no, non è possibile) qualche immagine a caso di Betty Davis per comprendere l’impossibilità di indagarne le gesta sul piano strettamente musicale. È complicato oggi, figuriamoci ai tempi belli, quando i fortunati che le ruotavano intorno e ne contemplavano azioni e performance rimasero all’istante folgorati dalla sua silhouette iconica, espressione di un’afrobeltà liberata da ogni incatenamento sociale o pregiudizio moralistico. Dai look stravaganti al rauco hard funk di cui fu mirabile interprete, dagli atteggiamenti provocatori alle scelte di vita fuori schema, tutto concorreva a definire il travolgente personaggio che la ragazza di Durham, California del Nord, aveva saputo confezionarsi da sola con estrema determinazione e consapevolezza. Uguale a nessuna, collocabile con qualche approssimazione all’incirca a metà strada fra la Pam Grier eroina blaxpoitation e la quasi omonima Angela Y. Davis attivista e militante comunista, la sua figura si staglia sfuggente e solitaria tanto al culmine dell’esigua fama raggiunta alla metà dei Settanta quanto nei quarant’anni di eclissi successivi. Nello scarno documentario dedicatole da Paul Cox, “Betty: They Say I’m Different” (2017), in cui è poco più che un’apparizione fantasma, ha modo di esprimere in poche parole molte verità: «Ho scritto e cantato a squarciagola tre album, ho messo tutto lì dentro. Ma le porte rimanevano chiuse. Dietro le scrivanie sempre uomini bianchi che mi dicevano di cambiare: il mio aspetto, il mio suono. Avrei dovuto ‘adattarmi’, altrimenti nessun contratto. Ho imparato che le stelle muoiono di fame in silenzio». Il suo carattere intransigente, indisponibile a qualsivoglia compromesso, non le permetterà di fare sconti e prendere scorciatoie, ma neppure di avviare alcuna rivoluzione di genere. Se è inevitabile che la società bianca le chiuda le porte in faccia, non si può dire che la comunità afroamericana le stenda il tappeto rosso sotto i piedi. Al di là di questioni razziali innegabili e drammatiche, chi era disposto in quei giorni ad accettare le provocazioni di una donna che, per il tramite di un funk aggressivo e abrasivo, rivendicava con forza il diritto a poter esprimere, tanto quanto gli uomini, sentimenti e desideri, e aspirava al totale controllo della propria sessualità? Rappresentazione plastica di una donna che non intendeva più essere un oggetto passivo, disegnato per piacere al maschio dominante, indipendentemente dal colore della pelle, la Davis si costruiva un’immagine spavalda, audace e insieme sicura di sé. Troppo in anticipo e in avanti sui tempi, pagherà le sue trasgressioni all’istante, sottoforma di insuccesso commerciale, non potendo la sua filosofia di vita che scuotere un pubblico numericamente limitato. D’altro canto l’ipotesi di liberazione sessuale intrinseca al suo personaggio pubblico, come da lei affermato in alcune interviste distanti nel tempo, non la porterà a essere né un faro per il movimento femminista (“Non credo che la donna nera media possa davvero relazionarsi con la libertà delle donne”, Essence 1974; “Come potevo pensare al femminismo con le canzoni che stavo scrivendo? Non ho mai pensato che le donne avessero il potere. Avevamo il potere in camera da letto, ma non avevamo il potere politico”, New York Times 2018), né tanto meno un’aspirante leader riguardo tematiche razziali. […]

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