BlacKkKlansman, di Spike Lee
BlacKkKlansman, di Spike Lee
di Roberto Curti

Walter Huntley Long, chi era costui? Il nome non dirà nulla al lettore d’oggi, ma neppure le masse di spettatori che nel 1915 lo videro sullo schermo sapevano come si chiamasse. Eppure, non ne dimenticarono più la faccia. Long non era un divo, ma solo un caratterista specializzato in ruoli di cattivo, si trattasse di film drammatici o di comiche con Laurel e Hardy. E per milioni di americani rappresentò l’incarnazione del Male assoluto, subdolo, traditore e sessualmente rapace. E, soprattutto, nero. In Nascita di una nazione, Long è lo spregevole Gus, lo schiavo negro liberato che cerca di violentare la povera Flora, la quale preferisce darsi la morte, lanciandosi nel vuoto, piuttosto che soccombere a tale oltraggio. Per fortuna, a fare giustizia, provvederanno i candidi cavalieri del Ku Klux Klan, linciando il colpevole. In quell’appassionata evocazione della Hollywood dei primordi che era Vecchia America di Bogdanovich, il regista interpretato da Ryan O’Neal assisteva alla prima del film di D.W. Griffith rimanendo sbalordito dalla sua portata innovatrice, a dispetto del razzismo della vicenda: Griffith aveva posto le basi stilistiche e narrative del cinema americano come lo conosciamo. A Spike Lee Nascita di una nazione non ha certo fatto lo stesso effetto (chi si ricorda di Bamboozled?), e tra le altre cose BlacKkKlansman è anche un piccolo trattato sulla rappresentazione dei neri nelle pellicole hollywoodiane, da Griffith a Via col vento, entrambi meticolosamente citati nell’incipit, passando per i Tarzan con Johnny Weissmuller e la blaxploitation. […]

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