Bob Dylan, The Great White Wonder
Bob Dylan, The Great White Wonder
di Riccardo Bertoncelli

Cinquant’anni fa di questi giorni due giovani californiani (capelloni & figli dei fiori, ça va sans dire) inventarono un grand jeu che avrebbe rivoluzionato l’industria discografica. Si chiamavano Dub Taylor e Ken Douglas , e come tanti in quei tempi erano innamorati pazzi di Bob Dylan e in lutto perché il loro beneamato era sparito dalle scene e mandava rare comunicazioni discografiche, per di più ambigue. Che John Wesley Harding sia un criptico capolavoro lo diciamo oggi, con il senno del poi e dimenticando lo scetticismo che a fine ‘60 animava le faccende rock quando un artista voleva uscire dal suo seminato; quanto a Nashville Skyline, pubblicato giusto ad aprile del 1969 di cui stiamo parlando, sulle prime apparve ai più come un gigantesco granchio, un dispetto, una provocazione, con quel Dylan vestito da cowboy che sorrideva in copertina e la voce marinata in rosolio che era facile scambiare per quella di suo cugino. Spirava una feroce nostalgia del Bobby “vero”, quello di prima dell’incidente, che i soliti bene informati assicuravano fosse tutt’altro che morto, solo accantonato in un angolo per chissà quale crudele messinscena.
A nome e per conto di tutti i dylaniani in gramaglie, Dub & Ken drizzarono le antenne e si misero a cercare tracce di quel fantasma. Circolavano tra i fans diverse bobine, a Los Angeles e non solo, relative soprattutto all’epoca aurea pre ‘66, e la prima idea fu quella di compilare una piccola antologia di quel tesoro. Altro di più recente & intrigante però incalzava. Durante il buen retiro successivo all’incidente di moto, tra marzo e ottobre 1967, Dylan aveva registrato una pila alta così di nastri con gli amici Hawks, appena diventati The Band, con l’intenzione non di farci un disco ma di affidare le canzoni nuove ad altri. I pezzi ritenuti migliori erano stati selezionati da Garth Hudson e fatti circolare presso diversi editori musicali; e a partire da Peter, Paul & Mary, che avevano subito adottato Too Much Of Nothing, da Manfred Mann (The Mighty Quinn), da Brian Auger (This Wheel’s Of Fire) e quanti altri, le canzoni erano giunte alle orecchie degli appassionati, che le avevano giudicate lontane sì dal wild thin mercury sound di Blonde On Blonde ma in linea con il miglior gusto dylaniano. […]

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