Brian Wilson, Phil Spector, George Martin
Brian Wilson, Phil Spector, George Martin
di Maurizio Bianchini

Una cosa che non manca mai di stupire, nelle storie del rock in circolazione, è la poca considerazione riservata ai progressi nella tecnica di produzione e registrazione del suono. È come leggere una storia della guerra ferma all’arco e alle frecce, tanto più se, come nel rock, l’innovazione si forma insieme - formandola al contempo - con la musica stessa. E invece il racconto si barcamena sempre fra storicismi provvidenziali e impressionismi di maniera; ispirazioni romantiche e aspirazioni generazionali; sussulti eversivi e singulti sentimentali – sempre che non si restringa a una nota a piè di pagina sull’eterna lotta fra oppressi e oppressori (sia detto una volta per tutte: il rock è roba da affluent society: le barricate fanno parte del decor). Ma non si può ridurre la differenza fra Robert Johnson e i Beatles al fatto che il primo è vissuto in un tempo non ancora attrezzato per i ‘portavoce delle nuove generazioni’ e i secondi hanno potuto contare su budget illimitati e consolle spaziali. Alcuni aspetti della liturgia stessa del rock avrebbero dovuto mettere in guardia da vulgate così superficiali e in definitiva poco interessanti. A cominciare dalla figura del produttore, che si cercherebbe invano nella musica classica o nel jazz, dove il ruolo dell’autore riunisce in sé quelli dell’arrangiatore, del produttore e spesso dell’esecutore. (George Martin, che cominciò la sua carriera alla Parlophone, sussidiaria della EMI, così riassume i compiti di produttore nelle incisioni di musica classica: occuparsi dei contratti dei musicisti; autorizzare i pagamenti; fermare le date di registrazione; ripetere di tanto in tanto “va bene, gente, ma che ne direste di velocizzare un po’ i tempi?” - non la stessa tazza di thè di Phil Spector o lui stesso con i Beatles). Grazie a un pugno di canzoni il cui influsso si avverte ancora, nonostante il rock sia morto e sepolto, tra la fine degli anni Cinquanta e la seconda metà dei Sessanta un passaggio epocale ha trasformato il produttore in un demiurgo, lo studio in una risorsa musicale e la registrazione in un processo creativo. Be My Baby, Good Vibrations, A Day in the Life; Phil Spector, Brian Wilson, George Martin e i Beatles: cosa sarebbe la storia della musica senza di loro – e senza l’overdubbing, l’echo chamber, il multitracking , eccetera eccetera? […]

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