Carmel
Carmel
di Stefano I. Bianchi

Immagino che siano pochi a ricordarsi di Carmel McCourt e del trio che dal suo nome personale prendeva la ragione sociale. Nella prima metà degli anni ’80 i Carmel furono tra i protagonisti, assieme a Sade, Style Council, Everything But The Girl, Working Week, Joe Jackson e altri, dell’innesto del soul e del jazz nel cuore delle propaggini terminali della new wave. Poi le mode cambiarono e loro, come gli altri, sparirono più o meno nel dimenticatoio: un vero peccato perché i Carmel erano, oltre che i più solidi compositivamente e strumentalmente, i più sinceri di tutti nella dedizione a quel tipo di suono, tant’è che furono gli unici a mantenere dritta la linea senza alcuna deviazione anche dopo gli anni d’oro.
Come le altre formazioni a loro similari, anche i Carmel affondavano le radici nel post-punk: laddove la prima generazione della new wave aveva recuperato il funk più schizoide, il jazz più free e il dub più antagonista, quella del new jazz-pop riscoprì la magia della classicità: swing, crooning, cool, torch song, grandi orchestre, soul, jazz e blues d’atmosfera, tocchi di latinità e di chanson francese. Tra tutti loro, i Carmel rappresentarono il versante più rustico, quello che andò alla riscoperta delle radici più arcaiche della musica nera e le seppe coniugare in maniera esemplare con umori perfetti per far breccia tra il pubblico giovane e bianco a cui si rivolgevano, loro che per due terzi erano neri. Non c’è alcun motivo, non c’è alcun anniversario, in questo momento, per riscoprire i Carmel e celebrarne la grandezza. O forse sì, uno magari c’è ed è strettamente personale: la nostalgia per un’epoca in cui rivolgersi al passato, come facevano loro, non significava scimmiottarlo stancamente ma recuperarne il mood e riadattarlo al presente. E questo forse perché un presente in quel momento c’era ed aveva ancora un significato esatto: sedimento (e sentimento) della memoria al fine della sua conservazione, e della nostra. […]

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