Carmelo Bene
Carmelo Bene
di Luca Majer

“È brutto, arrogante, incentrato su sé stesso, politicamente neutrale - e geniale.”
Gideon Bachmann (su Carmelo Bene), “Film Quarterly” inverno ‘72/’73

“L’arte è quello che vogliamo sia la vita e perciò non puoi dire “impara l’arte e mettila da parte”, perché non puoi né impararla né metterla da parte.”
CB, “Cinema & Film” estate-autunno 1970

“Egli distende il settentrione sul vuoto, sospende la terra sul nulla.”
Giobbe 26,7

Il primo e per ora ultimo attacco dei Turchi in terra italica iniziò ad Otranto. Fu il capriccio del vento (chiamiamolo il Caso) a far desistere i mori dall’attaccare Brindisi; ripiegarono sulla piccola Otranto, ove sbarcarono il 28 luglio 1480. Ci dice Ilarione - nel 1481 - che “il numero esatto nessuno, neppure il re in persona lo sa” ma, “tutti soldati sceltissimi”, pare arrivarono in 18.000, con 150 navi e “600 cavalli di razza da corsa” e “l’apparecchiatura bellica”, un migliaio di “macchine da guerra.” Per due settimane razziarono le campagne, dove “coloro che hanno dato subito retta alle voci si sono rifugiati con i loro beni in luoghi più sicuri.” Giovanni Albino Lucano, nel successivo “De Bello Hydruntino” (1589), spiega così quel preambolo: tra “gli sventurati abitanti” i più tremebondi “si allontanavano in massa (...) non più sorretti da alcuna speranza, lasciando in balìa del vincitore i beni, i figli, le case, preoccupati solo di trovare una via di scampo” mentre quelli rimasti furono fatti prigionieri e mandati dritti a Istanbul. Meno bene finì il cavaliere Giulio Antonio Acquaviva che, in timorosa attesa dell’attacco alla città, decise una sortita notturna con duecento suoi prodi, inizialmente felice. Poi “per avidità di strage” venne accerchiato e sopraffatto e successe che ritornarono il suo cavallo e la sua armatura, ancorché senza capo. Da lì nacque la leggenda del “cavaliere senza testa”, il cui fantasma giurano veder aggirarsi ancora oggi nel leccese, le calde notti estive.
Infine, il 12 agosto, toccò alla città. Ne fece le spese dapprima l’arci-vescovo. Per Ilarione “è rimasto a tal punto instupidito dal terrore” che gli si rizzarono le chiome “e neppure dopo (...) è riuscito ad esprimere una parola”: “i più dicono che sia stato squartato.” Poi toccò alle donne, specie “le vergini, con le vesti sollevate al di sopra delle natiche e del pube e legate alle reni fino all’orlo (...) vergognosamente esposte alla libidine dei Turchi.” Quindi rotolarono, mozzate, “mille teste di Cristiani” e pure il “condottiero degli Otrantini” Francesco Zurlo (che rifiutò qualsiasi resa, per l’imperitura gloria dei pochi valorosi combattenti) finì “tagliato in due parti.” Il Lucano conferma “indicibili violenze” perpetrate “alla maniera delle bestie, su innocenti fanciulli e fanciulle” e il terrore nei pacifici idruntini che, tra loro, “nessuno osava combattere (...) ma tutti presi dalla disperazione, tendendo le mani giunte alla maniera delle donne, non chiedevano altro che l’incolumità.” Ai Turchi finirono centomila sesterzi d’oro di bottino (ventimila del vescovo) e c’è chi - riporta Ilarione - pure pensò: “la città ha meritato la strage subìta ed è stata perduta dalla sua stessa avarizia.” Lucano rammenta invece come - quando finalmente i Turchi vennero scacciati - “moltissime ragazze pugliesi, che in due anni avevano facilmente appreso la religione e la lingua barbara, vengono nascoste nelle imbarcazioni.” Pure il “salvatore” Alfonso, figlio di Ferdinando d’Aragona, alla fine, accolse i Turchi più assassini tra le fila del proprio esercito. Quantomeno, ciò ricordano i resoconti cronologicamente più vicini a quella guerra. […]

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