CCCP Fedeli alla Linea
CCCP Fedeli alla Linea
di Stefano I. Bianchi

Punk
A differenza dei tanti più o meno risentiti e indignati (tutto è sempre degno d’indignazione), io ho molto apprezzato le reunion dei CCCP e dei CSI. Anzi: le ritengo, rispettivamente, il gesto più punk fatto dai primi e quello più logico fatto dai secondi. Di più: credo che le reunion, in generale, siano sempre gesti punk perché smitizzano e mettono a nudo tutti quei Miti che non dovrebbero più avere motivo di esistere: aiutano a far diventare adulto l’adolescente che continua imperterrito a sonnecchiare dentro di noi e che, diciamolo, sarebbe l’ora di svegliare: quella famosa bellissima canzone diceva "forever young", non "forever teenager".

Abbiamo pazientato 40 anni, ora basta
A quaranta anni di distanza dall’album d’esordio dei CCCP, “1964-1985 Affinità-Divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età”, uscito circa a metà 1986, e a due dalla reunion in cui i quattro cavalieri dell’Apocalisse hanno celebrato l’epopea dei loro esordi rimettendosi insieme per alcuni fortunati concerti, forse è il momento di riflettere un po’ su quel disco e su quei giorni. Che sono lontanissimi non solo cronologicamente ma anche esteticamente, culturalmente, politicamente. Vado a caso: s’ascoltava ancora il vinile perché il cd era atterrato da poco sul pianeta musica e noi diffidenti lo guardavamo di sottecchi e poi costava troppo; c’erano ancora l’URSS (eh be’) e la guerra fredda, in Italia governava il pentapartito DC-PSI-PRI-PLI-PSDI; c’erano la Milano da bere, i paninari e Papa Wojtyla, c’era la Thatcher contro cui si scagliavano gli inglesi Billy Bragg Style Council Redskins e c’era Reagan per gli americani alla Dead Kennedys; Mani Pulite era lungi dall’arrivare; eccetera eccetera. È bene far mente locale per ricordare, ripensare e giudicare perché la calata dei CCCP in quel piccolo mondo antico fu letteralmente dirompente: un gruppo che si dichiarava filosovietico (e passi: ci faceva sorridere) e al contempo antiamericano (ahi: questo ci poneva qualche interrogativo), che inneggiava alla (e suonava anche la) musica melodica emiliana e cantava cose inaudite come fascinazioni arabeggianti e piani quinquennali e lo faceva in italiano (oggi è normale ma allora erano pochi a farlo in ambiti post-punk, i fiorentini e poco più). Se non si fa bene mente locale a tutto questo non si cattura mentalmente la portata epocale dell’avvento dei CCCP. […]

…segue per 12 pagine nel numero 342 di Blow Up, novembre 2026

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