Controcanone italiano
Controcanone italiano
di Maurizio Bianchini

[nell'immagine: Alberto Arbasino]

Precauzioni per il lettore

1. Lungi da noi (purale caritatis) l’idea di scrivere l’ennesima storia della cultura, delle arti, delle idee guida e magari della weltanschaung degli ultimi settant’anni, impresa cui ci dichiariamo serenamente inetti. Questo è solo il ritratto a pelle di una stagione e di un paese – l’Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale e inghiottita dalla Grande Poltiglia Europea – che abbiamo amato, odiato e cercato perfino di capire.

2. Considerare passata l’epoca in cui viviamo è un bell’azzardo, ne siamo consapevoli, ma non più, a pensarci bene, di quanto lo sia considerarla aperta ‘a magnifiche sorti e progressive’. E poi questo è quanto gli occhi vedono e la mente registra: un tempo immobile, smemorato e rumoroso, in cui neppure le news sono nuove. Trattarlo come un testo consegnato già al giudizio della storia è forse l’azzardo minore.

3. Si noterà, procedendo nella vicenda, come la letteratura perda terreno sul cinema; il cinema sulla televisione; la tv sui social network. Il medium è il messaggio. Vediamo intorno a noi quasi solo persone che parlano con uno smartphone. Perché stare a sentire gli altri, o lasciarsi ‘rappresentare’, se si può farlo da soli, diventando i Balzac di se stessi: autori, attori, registi e pubblico della comédie humaine col proprio nome in tutti i titoli di testa? A che servono maestri e pietre miliari quando app e cellulari di ultima generazione ci tengono a galla nel Mar Gassoso nelle Informazioni? E i vecchi libri, i film e le canzoni? Ferri di cavallo in un mondo di automobili in cui la vita scorre come un film che sui finestrini. Philip Dick l’aveva già visto e previsto.


I
Ci sarà Virgilio, in questo viaggio, l’ARBASINO dei Ritratti italiani, che ha letto e visto e sentito tutto – e tutto ha filato, a diritto e rovescio, nella sua prodigiosa memoria, raccontandolo senza farne nostalgia, erudizione o postuma resa di conti. È stata la sua grande invenzione, non ‘inventare’ niente, non sprecare un’oncia di talento per ripetere la storia della contessa che ‘uscì a mezzanotte’: si ripete la realtà, figuriamoci le imitazioni. Basta (basta?!) ricombinare quel che è già stato scritto, raccontato, inventato o accaduto ed elevato a luogo comune.
Né leggero né pesante, Arbasino ama l’attualità, i rimandi, i richiami, il gioco degli specchi. E grazie ad una scrittura che si distende, si dilata e si decanta – si concentra e si distilla in essenza ma anche declama e ‘canta se stessa’, ed evoca e allude – ci porge la storia culturale degli ultimi settant’anni in una luce nuova, non retorica, non edificante, non corriva alla polemica di parte, di bottega o di angiporto; con le molte miserie e i pochi splendori (pure i letterati, si sa, ‘tengono famiglia’). E anche quella che in lui appare, a prima vista, perfidia, sia pur di grana finissima, si rivela, ad un esame più stretto, puro senso pratico lumbard, che chiama le cose a nome, a modo, ma senza le riverenze e le ammoine da Magna Grecia care ai chierici, in pubblico, almeno quanto lo sono, in privato, i colpi di stiletto alla schiena; intinta semmai, ma un ciccinello appena e gaddianamente, signora mia, gaddianamente!, nel cinismo di quelle sciroccose notti romane, umide e snervanti, quando nelle terrazze acculturate che danno sulla Storia e i set cinematografici e i fenicotteri rosa si è così presi dalla fatica d’essere al mondo che ci si arrende infine alla pura, semplice e perfida – ma sì: perfida – verità, che perfino il Kraus, ha presente? riteneva esecrabile rivelare senza esservi costretti. […]

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