CORMAC McCARTHY
CORMAC McCARTHY
di Maurizio Bianchini, Stefano Lecchini, Fabio Donalisio, Stefano I. Bianchi e Roberto Curti

Cormac McCarthy e l’America come metafora del mondo
di Maurizio Bianchini

HAROLD BLOOM, il contestato aedo del Canone Occidentale, eleva a pilastri del Romanzo Americano del Secondo Novecento Thomas Pynchon, Philip Roth, Don De Lillo e Cormac Mc Carthy. Penso che si sarebbe dovuto spingere oltre. Penso che avrebbe dovuto dichiarare solennemente, urbi ed orbi, in tutta la sua autorevolezza, che Cormac McCarthy è il Grande Autore Americano. Non il migliore in assoluto, ma il più profondamente americano. Quello in cui l’unica monarchia repubblicana possa sentirsi riflessa come in uno specchio. Con la sua storia, la sua mitologia e la sua epica. Soprattutto con la sua epica. Perché l’America, non diversamente da Roma, alle cui virtù dell’Età Repubblicana non a caso i suoi costituenti si ispirarono, è storia ed epica legate insieme in modo indissolubile. È per questo che ogni anno i dipartimenti di storia delle più prestigiose facoltà umanistiche sfornano studi sull’Impero Romano e non su quello Inglese, dalla cui costola in fondo gli Stati Uniti sono nati. Perché proprio come quelle di Roma, l’epica e la storia americana sono piene di immortali principi e innominabili nequizie. Di civiltà e di abomini. Di arte e di sopraffazione. Di cultura e di sterminio. Di imperialismo e multiculturalismo. Ma gli storici americani dovrebbero fare un passo avanti: studiare più McCarthy e meno Gibbons, l’autore del Declino dell’Impero romano. O rivedere Spartacus di Kubrick per trovarlo una prova generale di Meridiano di sangue, col Ragazzo nei panni dello schiavo ribelle e il giudice Holden in quelli, più raffinati ma non meno crudeli, di Cassio-Lawrence Olivier. Sembra una forzatura, ma pensateci: non lo è affatto. Lo sterminio dei pellerossa, dei nativi americani, è il peccato originale dell’America come la schiavitù quello di Roma (anche se gli Americani, non fosse mai, si sono concessi anche quella). Ed è qui che l’epopea fa la parte sporca del suo lavoro. Nel trasformare un genocidio nell’alba luminosa di una nuova civiltà.
Meridiano di sangue e la trilogia sono questo: il racconto, a tratti quasi insopportabile per il suo carico di atrocità, della nascita di una nazione e di un’epopea. Di uno sterminio e di una mitologia, quella della Frontiera, senza i quali L’America non sarebbe mai diventata la Terra delle Opportunità e il Sogno di Libertà che è stata per milioni di persone. Sono i grandi dilemmi della storia. […]

A seguire:
…And I live by the river: Suttree e la wild side / di Stefano Lecchini
Lo zenith del sangue: In bilico sul Meridiano / di Fabio Donalisio
«E a me?»: Sunset Limited, o il senso della vita / di Stefano I. Bianchi
Cormac McCarthy: The Counselor – Il procuratore / di Fabio Donalisio
Il tempo di morire: “The Counselor” dalla pagina allo schermo / di Roberto Curti

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