Cormac McCarthy.
Cormac McCarthy.
di Fabio Donalisio

Se non fosse diventata una matematica cosa le sarebbe piaciuto essere?
Morta.
È una risposta seria?
Io ho preso sul serio la sua domanda. Lei dovrebbe prendere sul serio la mia risposta.


(intro)
Io ci andrei piano. Forse avrai notato che il nostro è un po' reticente. È vero che fa lavori subacquei pericolosi per un lauto compenso, ma è anche vero che la profondità lo spaventa. Be', dirai tu. Ha superato le sue paure. Manco per niente. S'inabissa in un'oscurità che è del tutto incapace di afferrare. Oscurità e un freddo paralizzante. Contrariamente a lui, parlare di lui non mi dispiace. Sono sicuro che ti piacerebbe sentire la parte su peccato ed espiazione. Come minimo quella. È un uomo affascinante. Le donne vogliono salvarlo. Ma ovviamente la cosa non lo tange. (John, su Bobby)

Cormac McCarthy è morto. Qualche mese fa. Normalmente, i trapassi dei (pochi, grandi) artisti inducono in me un vago fastidio che sa di senile: come ti permetti, tu quoque, di abbandonarci in questa valle di lacrime senza il conforto (lo sconforto) di un altro commento, un'altra possibile rappresentazione della stessa? Il fastidio del reduce che comincia a vedere le facce degli amici sui manifesti funebri. E quello della compulsione a leggere le ovvietà del cordoglio d'occasione codificato in formule consolidate, vuote come la morte che provano a dire. Narcisiste, in ultima analisi. Dov'ero, io, quando è successo? Come fa sentire, me? Esattamente quello che sto facendo, io, ora. Con un filo di guilty pleasure, stemperato dall'urgenza dell'amore. Spoiler: ora la scrivo, la frase più incriminata: leggere McCarthy mi ha cambiato la vita. A volte i libri lo fanno ancora, i dischi forse meno. 1996. Poco prima della maturità. Appena ripreso dal lungo lutto (che fu veramente tale, stavo imparando precocemente) per Kurt Cobain, consolandomi con l'apice (ancora non lo sapevo) della fase forse più orgogliosamente triste della musica popolare e divorando gli americani del secondo Novecento quando nel riquadro contornato di bianco di un supercorallo Einaudi vidi (mi concedo un aborrito passato remoto) un paio di stivali, bianco e nero, torvi e inspiegabilmente violenti. Lo volevo, immediatamente (il western leoniano era un'altra delle mie categorie interpretative del cosmo e, in buona sostanza, lo è rimasta). Lo rubai. All'epoca ero un ladro di libri, e lo ammetto senza vergogna. La paghetta e la biblioteca di paese non bastavano alla mia bulimia. Ennesima ovvietà: da lì nulla è più stato lo stesso. Dopo Meridiano di sangue ho letto tutto quello che veniva pubblicato in italiano di McCarthy, e ho affinato l'inglese principalmente per poterlo leggere in lingua (quello, e le canzoni) prima che uscisse qui; quell'inglese così terso, aspro, ostico. Mi infuriavo perché gli intervalli tra un libro e l'altro erano così lunghi ed estenuanti. Poi, ho capito, e ringraziato. Solo uno scrittore parco poteva condensare tanta materia in poche parole. Un poeta – forse avrebbe aborrito il termine, chissà. E poi, era uno che nel momento della realizzazione definitiva della società dello spettacolo (en passant: quanto cazzo avevi ragione, su tutto, Guy) era capace di scomparire.

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