DALEK
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Stefano I. Bianchi

Ripeschiamo dal numero di Blow Up in edicola dieci anni fa il primo articolo che abbiamo dedicato ai Dälek.

I Dälek hanno pubblicato uno splendido album d’esordio (“Negro, Necro, Nekros”, vedi BU#8) a base di hiphop ‘contaminato’ da mille influenze diverse. L’ennesimo esempio di come la old skool del rap stia tornando magnificamente d’attualità. Abbiamo scambiato quattro parole con la band.


Raccontatemi la storia della band...
Siamo di Newark, New Jersey, e siamo Dälek (voce, produzione), The Octopus (‘sonic treatments’ e co-produzione) e DJ Rek (dj). Dälek e dj Rek prima avevano un’altra band hiphop che si chiamava 2nd Verse mentre The Octopus negli ultimi cinque anni ha lavorato come ingegnere di studio e produttore per ogni sorta di band e musiche: jazz, ambient, rock, punk, hiphop, indie rock. Ci siamo incontrati in studio dopo che Dälek e DJ Rek avevano lasciato i 2nd Verse ed abbiamo capito immediatamente di avere gusti molto simili in fatto di musica e opinioni. Abbiamo iniziato a lavorare insieme e il risultato è il nostro primo album, "Negro Necro Nekros".
Che significato ha il nome che vi siete scelti?
Dälek (pronunciato dia-lek) è un gioco di parole sullo spelling della parola “dialect”, dal momento che lo stesso Dälek parla una lingua che la maggior parte di coloro che seguono l’hiphop non comprendono, sebbene il suo linguaggio sia vero hiphop.
Il vostro hiphop ‘contaminato’ è uno dei più intriganti che io abbia ascoltato negli ultimi tempi, anche se devo confessare di non seguire troppo questa scena, preferendole materiali rock o d’avanguardia. Sapreste dirmi perché, secondo voi, questo album invece mi ha catturato immediatamente...?
Bella domanda. Probabilmente l’hai apprezzato perché, come tutta la vecchia scuola dell’hip hop (Africa Bambaataa, ecc.), è sperimentale. Generalmente tutti tendono a dimenticare che quando l’hip hop iniziò ad emergere era una delle forme musicali e artistiche più avanguardistiche in circolazione. Oggi tutti sono solo dei DJ ma allora quasi nessuno comprendeva cosa significasse la parola... Aggiungi a un DJ un poeta (il MC - ‘master of ceremony’) e avrai una forma musicale che si ricollega da vicino al primo jazz ‘spoken word’. L’hiphop è sempre stato un linguaggio che ha assorbito e rielaborato ogni cosa aveva attorno a sé. I primi hiphopper non avevano paura di provare nulla. C’erano pochi soldi nel giro, allora, e non esistevano precedenti simili, quindi essi suonavano la musica che preferivano. Per questo Dälek, Octopus e Rek sono influenzati da compositori e musicisti d’avanguardia come Phillip Glass, Glenn Branca, Michael Gordon, My Bloody Valentine, Silver Apples, Can, Shakti, Miles Davis, ecc. Quindi non devi necessariamente essere uno che segue il rap per apprezzare la nostra musica. La bellezza del sampling (quando è fatto bene) è che puoi fondere insieme tutto quello che ami per creare una nuova forma di musica. Ecco cos’è il vero hip hop. Guarda i Public Enemy: non devi essere un grande fan del rap per comprenderli e amarli. Credi che il rap sarebbe diventato così popolare se inizialmente non avesse inglobato tutte le altre forme musicali?
Voi usate le tablas e il sitar, strumenti che troviamo raramente nell’hip hop. Come nascono certe scelte?
Oktopus è di origine indiana. E’ cresciuto ascoltando la musica della sua gente, quella classica e quella folk. Come ti ho detto prima, è solo un’altra delle influenze da inserire nel nostro mix. Molti americani sembrano non comprendere il valore delle altre culture. Ma come accade sempre, più cose conosci, comprendi e apprezzi, più strumenti avrai a disposizione per dar vita alla tua personale forma d’arte. E poi non credo sia così strano oltrepassare i rigidi limiti che immaginiamo debbano esistere. Voglio dire, è il 1998 e il rap è in giro da un mucchio di tempo. Come il rock e il jazz nel tempo si sono evoluti, è ora che anche il rap inizi a muoversi oltre gli arrangiamenti, i suoni e i testi standardizzati.
Ci sono lunghe parti strumentali nell’album che sembrano un collegamento ideale con un certo periodo storico del rock - quello a cavallo tra i Sessanta e i Settanta - e con una certa psichedelia etno-progressiva... Quali sono i gruppi che amate di più nella storia della musica?
Ci sono senz’altro elementi del rock anni Sessanta e del jazz, così come ambient e musica sperimentale. Non è che abbiamo uno scopo stabilito o che studiamo a tavolino cosa fare. L’unica cosa che vogliamo è fare musica che ci diverta. Ascoltiamo così tante cose diverse che alla fine il risultato non potrebbe essere altro che questo... Ed è difficile quindi dire quali band ci abbiano influenzato... Hendrix era solito dire che poteva veder suonare ogni band del pianeta e anche se non gli piacevano tutte imparava qualcosa da ognuna. Noi cerchiamo di mantenere questa attitudine. Ma se proprio dovessimo fare qualche nome, diremmo quelli fatti prima, poi Hendrix, i Beatles, la Mahavishnu Orchestra, i King Crimson, gli Yes, John Coltrane, Tony Williams, i Black Sabbath, Jack DeJohnnette, John Abercrombie, il Gateway Trio, John Lee Hooker, Lightning Hopkins, Blind Lemon Jefferson, Muddy Waters, Jimmy Cliff, Lee Perry, i Clash, Iggy and the Stooges, i Public Enemy, Boogie Down Productions, Afrika Bambaataa, Kool Herc, i Dead Kennedys, i Bad Brains, A Tribe Called Quest, i Jungle Bros., Eric B. and Rakim, i De La Soul, i CroMags, i Flying Saucer Attack, Bob Marley, Prince Buster, Desmond Dekker, i Police, Zakir Hussain, Arjun Sejwal, Brand Nubian, Vilayat Khan, Ali Akbar Khan, Robert Johson, Bob Dylan, Jeff Buckley... e chissà quanti altri. Siamo stati fortunati ad avere una storia musicale simile alle spalle. Speriamo che ce ne sia ancora molta altra da ascoltare.
Che ne pensi del gangsta rap? Non credi che l’ossessivo legame con una ‘cultura di strada’ fatta di violenza e machismo abbia compromesso l’immagine e il messaggio iniziali?
I miei sentimenti nei confronti del ‘Gangsta rap’ sono contrastanti. Credo che agli inizi fosse la voce di una gioventù frustrata, pertanto il quadro che volevano dipingere era il più vivido possibile. Però quello che ne venne fuori fu un quadro rivoltante, come tu dici. Sono completamente d’accordo che chiamare le donne ‘cagne’ e ‘puttane’ o glorificare la violenza non risolva alcun problema e non comunichi a chi ascolta un bel messaggio. Credo però che il gangsta rap sia stato un male necessario. Ha fatto sì che si conoscessero anche i veri gruppi hip hop (A Tribe Called Quest, De La Soul, Jungle Brothers), che parlavano di coscienza politica, conoscenza, cambiamento. Mi fa male che sia stata la merda gangsta ad essere quella più conosciuta del movimento, perché è quella che ha confermato solo certi diffusi preconcetti sulla mia cultura. Molti ancora non capiscono la mia cultura, compreso chi a a che fare con la musica e i dischi. Gli MC sono poeti, non gangster. I veri gangster e killer sono per le strade. Non devo essere io a dire ai rappers cosa raccontare e cosa no. Noi siamo poeti e quindi i nostri lavori sono basati su quello che conosciamo e quello che vediamo intorno a noi, ma hai ragione quando dici che siamo responsabili delle cose che diciamo... E’ un problema molto difficile. Quello che ti può consolare è che comunque esistono delle alternative. C’è coscienza nell’hip hop. E non tutti hanno una pistola in mano, lungo le strade d’America.
[pubblicato su Blow Up #9, Gennaio-Febbraio 1999]


La recensione del primo album
DÄLEK
Negro Necro Nekros (CD Gern Blandsten) (5t-38:35)

Aspetto sanguemisto, feeling nero (noir...) e musica vertiginosamente caleidoscopica; questo è Dälek, rapper esordiente pubblicato dalla piccola ma attivissima Gern Blansten di River Edge, New Jersey. Oltre a Eric B. and Rakim la press sheet del CD citerebbe, tra gli apparentamenti possibili, il suono dei Faust e dei Velvet Underground; in realtà solo il primo dei tre risponde al vero, ma non pare lo stesso del tutto esatto parlare di questo come di un album hip hop. Le digressioni per sitar e tablas di Three Rocks Blessed, la distensiva ambient sinfonica di Images Of .44 Casings, il jazz old style di The Untravelled Road, la splendida sequenza finale Praise Be The Man, che mette insieme noise, filtri e campionamenti di ogni tipo, parlano una lingua ‘freaky’ d’estrazione parecchio bastarda.
Le lunghe parti strumentali, il rapping lento e per niente invadente, il frequente utilizzo di strumenti ‘reali’ e l’atmosfera notturna, sporca e stranita del suono vi ricorderanno spesso la musica del grande MC 900 Ft. Jesus, anche se Dälek non soffre certo per paragoni così ingombranti e Negro, Necro, Nekros è all’altezza di tutte le opere del texano. Un gran bell’album di hip hop ‘contaminato’. (7/8) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up #8, Novembre.-Dicembre 1998]

(nella foto la prima formazione dei Dalek)

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