DAVID THOMAS & TWO PALE BOYS
DAVID THOMAS & TWO PALE BOYS
Stefano I. Bianchi

Una vecchia intervista - pubblicata su Blow Up #2 di Settembre-Ottobre 1997 - a David Thomas in occasione di Arezzo Wave 1997, quando si esibì con i Two Pale Boys. Per inciso una delle esperienze più belle della mia vita - sia il concerto che l'intervista.


“Oggi viviamo in un mondo in cui la cultura è stata ridotta alle scelte da fare dentro una boutique, la cultura oggi è comprare un paio di jeans, la cultura è ridotta a un’unica boutique mondiale.”


Non c’è che dire: il posto è appropriato. Concesso senza tema di smentite che non c’era intenzione, non si sarebbe potuto scegliere di meglio. Un ex Ospedale psichiatrico ospita David Thomas e i suoi due Pale Boys il 5 di luglio ad Arezzo Wave. Ci prenotiamo per l’intervista consapevoli della difficoltà di comunicare - prima ancora che di parlare - con questa autentica leggenda vivente. Conosciamo l’Uomo, d’altronde: e vederlo durante il sound check conferma quanto pensavamo. Introverso, solitario, sottilmente altezzoso, stizzoso a tratti, perfettamente consapevole dell’ingombro intellettuale che si porta appresso.
Ce lo godiamo in santa pace mentre pasteggia a noccioline e cognac aspettando il turno del sound check; ci divertiamo a osservarlo con un grembiulino rosso sangue da macellaio mentre accarezza quella bizzarra fisarmonica chiamata malodeon; ne comprendiamo la statura quando s’incazza, bizzoso come una primadonna, e si allontana dal palco; siamo leggermente intimoriti nel momento in cui ci fanno segno che possiamo iniziare quando ormai quasi non ci speravamo più.
David se ne sta ad occhi chiusi, e non sai se ieratico o sornione oppure se - scafato e basta - è consapevole di trovarsi davanti i soliti imbrattagiornali capitati lì per caso solo per farsi la cinque giorni spesata vittealloggio, inerme come un agnello in attesa di domande che offenderanno il buonsenso e l’intelligenza. In questo esatto momento ci disprezza. Accidenti, con qualcosa dovremo pur iniziare.

Come è iniziata la collaborazione con i Two Pale Boys?
Avevo già un gruppo negli Stati Uniti e ne volevo uno simile anche in Inghilterra, così chiesi al mio manager di trovarmi un paio di musicisti adatti. Lui suggerì Keith Moliné e poi Andy Diagram.

Non li conoscevi?
No, anche se loro suonavano già in altre band. Dapprima il manager mi suggerì Keith alla chitarra e io dissi subito ‘OK, è con noi’. A quel punto eravamo noi due e un violinista, che però dopo alcuni concerti lasciò la band. Chiesi chi potevamo prendere e venne fuori il nome di Andy. Anche se non avevo idea di chi fosse, dopo qualche concerto fu definitivamente con noi.

Risponde come da copione. Proviamo a sciogliere il ghiaccio.

Ad un certo punto della cover di Surfer Girl, nel cofanetto che hai appena pubblicato, fai un lungo monologo a proposito di Captain Beefheart, i Velvet Underground e una canzone country chiamata Stand by earth’s man. Sembra che tu voglia riscoprire la bellezza del rock più semplice, quasi un ritorno alle radici...
No, assolutamente. Le cose che dico nei miei dischi sono finzioni. Le metto insieme e le costruisco ma questo non significa che siano vere; vengono fuori così perché è così che servono in certe situazioni e per farmi arrivare al punto in cui voglio arrivare. Le cose che dico quando faccio arte, arte moderna, non sono conseguentemente esatte o vere, ma solo necessarie. E’ l’arte moderna ad esser vera, un risultato composto da una serie di finzioni. Per molto tempo ho pensato che esistesse una canzone chiamata Stand by earth’s man e non immaginavo quel particolare contesto. Tutto il resto della storia che racconto è semplicemente inventato, non ci sono certo voluti anni per metterlo insieme. Questo è quel che si chiama ‘fare arte, fare poesia’, è invenzione, esattamente come Shakespeare inventava e creava. Se dovessi spiegare perché l’ho inserita dentro Surfer girl impiegherei delle ore, è poesia e come tale deve essere accettata, e questo perché io sono un musicista invece che uno scrittore. Se fossi stato uno scrittore avrei scritto dei libri, invece sono un musicista e allora ho a che fare con delle visioni, con la poesia, con le emozioni. Tutto è emozione e visione. Se prendi le singole parti e le separi va a finire che le banalizzi, diventa difficile parlarne, diventa impossibile. Vedi come anch’io sto girando a caso con una semplice domanda, non si può spiegare...

So che il nuovo album dei Pere Ubu a cui stai già lavorando si chiamerà “Pennsylvania”. E’ ancora il nome di un luogo, uno dei tanti luoghi a cui hai dedicato titoli di canzoni fino al ‘nessun posto’ di Erewhon. Perché?
Erewhon è l’anagramma di Nowhere. Si tratta di un album ‘utopico’: erewhon, nowhere, un posto che non esiste. Amo i luoghi, soprattutto quelli che non esistono, ecco perché arriverò a ‘Pennsylvania’ dopo Erewhon. Tutto quanto ha a che fare con la geografia, il suono stesso ha a che fare con la geografia; in particolare i suoni moderni, i suoni dell’era magnetica, hanno a che fare con lo spazio, e lo spazio viene compreso da noi in termini di geografia. Dietro a tutto il rock’n’roll c’è la nozione di suono come geografia. Oggi però le persone vivono progressivamente in luoghi che non esistono, in città che non esistono. I luoghi, le culture del mondo stanno tutti scomparendo, sono tutti Erewhon. Oggi viviamo in un mondo in cui la cultura è stata ridotta alle scelte da fare dentro una boutique, la cultura oggi è comprare un paio di jeans, la cultura è ridotta a un’unica boutique mondiale. E l’Italia non è più Italia, l’America non è più America, le persone considerate ‘di cultura’, quelle che sanno usare bene le parole, sono mentitori. Lo scopo delle parole scritte è mentire alla gente normale, sono un’arma in mano agli ingegneri sociali.
L’unica cosa che non può mentire è la geografia, la terra, la tua terra non ti mente mai. Per esempio, quello che mi collega a Mark Twain non è il sangue, non è la politica, non è un qualche continuum culturale. Voglio dire, Mark Twain era semplicemente un americano come me, solo di un’epoca diversa dalla mia: quello che ci lega è la terra in cui siamo nati. La mia generazione è l’ultima a potersi definire americana. I ragazzi che hanno meno di tredici anni in America non sono più americani, così come gli italiani che hanno meno di tredici anni non sono più italiani, sono tutti abitanti di un’immaginario villaggio globale. Nel villaggio globale non si è più niente, e guarda che non è una critica, è una constatazione. Quindi l’unica cosa che ti collega al passato è la terra, dove ci sono le colline che ti osservano, dove ci sono le montagne che dominano, dove il vento soffia, dove ci sono gli alberi e i frutti, dove cresce l’erba. Tutte queste cose sono le uniche che non ti mentiscono mai. Ecco perché ‘Erewhon-Nowhere’.

E “Pennsylvania”?
Pennsylvania perché... Oh, non so, non credo che molti potrebbero capire perché lo chiamerò così. Diciamo però che la Pennsylvania è uno stato molto lungo, chiunque voglia andare a New York o sulla costa atlantica deve passare per la Pennsylvania, ma nessuno ci si ferma. Quindi l’album ha a che fare con cose che devi attraversare per andare da qualche parte, posti per cui devi viaggiare per arrivare in qualche altro posto. Questo è il concetto che sta dietro l’album. Pennsylvania è un po’ un altro luogo che non esiste, un altro ‘nowhere’. Quando noi parliamo di Pennsylvania sappiamo cosa significa, significa solo ‘un lungo viaggio per andare da qualche parte’. E’ una cosa che dovrebbe far pensare a Orwell, c’è una chiave orwelliana per arrivarci. Quando pensi a Orwell e a cose che scompaiono tu inizi a pensare “Oh, questo è il concetto che sta dietro a 1984, il fatto di controllare la gente, il fatto che è possibile controllare le persone anche sui propri desideri” e così via, capisci?... Ma siamo una band troppo intelligente per poter spiegare tutto, ci vorrebbero venticinque anni per far capire tutto, quindi smettiamo adesso.

Uhm... non c’è un po’ di rimpianto per i ‘bei tempi andati’, nelle tue parole?
Non ho mai detto ‘i bei tempi andati’. Noi siamo tutti cittadini del mondo televisivo, una volta tutti i popoli erano diversi dagli altri, così i tedeschi, gli italiani, gli americani. Avevamo idee, culture molto differenti. Quello che si poteva apprendere gli uni dagli altri era molto eccitante, era come vedere le cose attraverso dei vetri, era eccitante sapere come si interpretavano le stesse emozioni e le stesse paure secondo differenti punti di vista. Man mano che passa il tempo tutto si omogeneizza e va a finire che guardarsi negli occhi diventa come guardarsi allo specchio; quando guardo dentro te progressivamente vedo me stesso. Non è una questione di ‘bei tempi andati’, è una questione di differenze. Quel che accade oggi in questo mondo così ‘politicamente corretto’, dove tutti dobbiamo sembrare felici, uguali e omogeneizzati, è che le differenze stanno scomparendo, mentre dalle differenze si può sempre imparare. Poi arrivano questi ingegneri sociali a dirci ‘Oh, che accade?’ e a scoprire che non ci sono più razze diverse! Quello che vorrei da te è che tu fossi diverso da me - capisci? - perché potrei imparare da te molto di più se fossi diverso piuttosto che se guardandoti vedessi il riflesso di me stesso. Non è nostalgia, non sono un nostalgico. Sto solo osservando quello che accade a noi, quello che accade ai nostri figli.

Finalmente mi guarda negli occhi. Si sente che la cosa lo prende parecchio. Il rapporto è franco e l’uomo ben poco accomodante: se faccio domande non gradite non ha problemi a dirlo. Potrei anche essere il giornalista più importante d’Italia - d’altro canto non sa neppure il nome del mio giornale - e lui farebbe lo stesso. C’è sarcasmo nelle sue parole, quasi acredine. Non ama il mondo moderno e non te lo nasconde. E tu sei parte del mondo moderno.

Quali saranno i musicisti del disco?
Saranno gli stessi della band con cui suono dal vivo. Tom Herman, Robert Wheeler, Michele Temple e Jim Jones, anche se quest’ultimo non può fare tour perché sta poco bene.

Ci saranno due chitarre?
Mah, non ho idea, forse ci saranno due chitarre, forse Michele suonerà la chitarra, forse chissà... registrare è diverso da suonare in concerto. Magari Jim suonerà il basso o le tastiere e Tom potrebbe suonare il sax. Quando le persone sono affiatate non importa chi suonerà questo o quello, e io personalmente non me ne preoccupo.

Nel booklet allegato al box dei tuoi lavori solistici scrivi che l’album Winter Comes Home non esiste.
Giusto.

Ne sei sicuro?
Sì.

Ma io ce l’ho...
Tu vivi una vita di illusioni.

E’ un’illusione?
E’ un’illusione. E’ ufficialmente scomparso. Non è mai esistito.

Ma non è un album così brutto...
Nessuno ho mai detto che fosse brutto, ho detto semplicemente che non è mai esistito.

Si scalda, alza la voce.

Come ho spiegato da qualche parte, non ricordo dove, forse nel sito Web, tutto quello che accade nell’epoca moderna, come l’Ubu Project nell’epoca moderna, non può essere compreso semplicemente attraverso gli albums. Come ho spiegato, quell’album era ideato per avere una vita molto limitata, un album relativo semplicemente a un’esperienza teatrale. Quando facevamo quello spettacolo decidemmo di registrare una performance perché volevamo che ascoltandola la gente venisse a vederci. Ormai non la replico più da almeno dieci anni e non c’è alcun motivo per tenere un souvenir di quello spettacolo. Oggi potrebbe esistere solo per poter giudicare quell’evento teatrale, ma non era stato creato per questo scopo e quindi ho deciso che non possa e non debba più esistere. Se si decide di fare dell’arte moderna non si dovrebbe continuare a fare riferimento alle esperienze precedenti, almeno questo è il mio modo di intendere l’arte moderna, che si crea usando tutto allo stesso tempo. Non voltarmi mai le spalle.

Nei tuoi primi singoli con i Pere Ubu, nel ‘74-’75 ti facevi chiamare Crocus Behemoth.
Mi facevo chiamare così fin dal ’71, quando scrivevo in una rivista di Cleveland che si occupava di musica, teatro e altri avvenimenti culturali. Arrivai al punto che la scrivevo quasi interamente da solo, visto che il mio lavoro era quello di correggere le cose di altri ed erano tanto mal scritte che dovevo riscriverle quasi sempre per intero. A un certo punto mi chiesero di scrivere di musica in prima persona, e anche se io non avevo molto interesse per la musica iniziai perché era meglio scrivere cose mie piuttosto che correggere quelle di altri. Allora iniziai a compilare un mucchio di articoli, quasi il giornale per intero. Arrivai al punto che dovevo nascondere il fatto che il giornale era scritto quasi esclusivamente da una sola persona, pertanto iniziai a scrivere con una serie di nom de plume. Quello pseudonimo nacque perché... Avevo una ragazza che era nei Weathermen White Painters Jazz 5, vivevamo in una comune e usavamo dei nomi falsi per fregare il governo e la compagnia telefonica. Aprivamo il dizionario e usavamo i primi nomi che trovavamo, ecco come nacque Crocus Behemoth.

Poi però lo cambiasti.
Oh, certo, non volevo essere Crocus Behemoth per tutta la vita e non c’era più motivo per farlo. Non avevo idea che qualcuno fuori Cleveland avrebbe potuto conoscermi, poi accadde che dopo il primo singolo dei Pere Ubu Crocus era diventato il nome più conosciuto tra tutti quelli che usavo; non volevo essere Crocus per tutta la vita e troncai appena mi resi conto di tutto.

Non credi che per certi versi l’eredità dei Pere Ubu oggi sia portata avanti più dai tuoi dischi solistici - ad esempio dai Two Pale Boys - che dai Pere Ubu?
No.

Non intendo per la musica prodotta ma nel senso della sperimentazione...
E di Ray Gun Suitcase che mi dici?

Certo, Ray Gun Suitcase è un ottimo album, ma quelli che stanno tra The Tenement Year e questo...
E va bene, i Two Pale Boys tendono ad essere più chiaramente sperimentali, ma non nel senso di ‘esperimento’. Una volta che hai fatto della musica sperimentale, sembra che tu la debba fare per sempre. Queste parole poi, sperimentale, avanguardia, credo che siano dei termini che usano solo i giornalisti, le persone ‘civilizzate’ e i cosiddetti ‘musicisti veri’, perché gli uni e gli altri devono in qualche maniera riempire i giornali. Sono parole che usate voi per i vostri scopi, sono parole che io non penso e per me non significano niente, non ne capisco il concetto.
I Two Pale Boys, per esempio, hanno a che fare... Diciamo che ci sono due maniere di guardarli, la tua maniera e la mia. Tu dici “Oh, questo gruppo che fa tutta quest’improvvisazione, che compone così le canzoni” ecc. ecc., e così costruisci una tua personale visione dei Two Pale Boys che risponde esattamente a quello che tu vuoi che sia, con ogni altro musicista, che automaticamente diventa quello che tu vuoi che diventi. Per me la cosa è molto semplice: voglio un gruppo con cui non ho bisogno di provare. Questo è il mio concetto dei Two Pale Boys: semplicemente un gruppo con cui non devo provare. Ma non posso dirlo perché le persone ‘civilizzate’ come te - non te in particolare, è chiaro, ma il mondo intero - non accetta questa idea, l’idea che non si facciano prove prima di suonare e incidere, perché questo non ‘suona’ bene quando lo devi scrivere: “Accidenti, che sta succedendo?”. Adesso, per esempio, tra noi c’è una specie di transazione commerciale. Io sto tentando di vendere dischi e tu hai qualcosa da scrivere sul tuo giornale. Noi stiamo facendo uno scambio commerciale, OK? Allora, io so che non posso dirti che i Two Pale Boys non provano e tu devi scrivere qualcosa che sia adatto per i tuoi lettori, in una precisa prospettiva, affinché non dicano “Oh, non mi suona bene, è improvvisato, non comprerò il CD”. Per vendere meglio i nostri lavori io devo farli apparire buoni per la gente ‘civilizzata’ e non farli sentire come troppo radicali, devo farli apparire di un qualche interesse artistico per la gente, e quindi io e te stiamo cooperando per far bere questa balla a tutti. Così la menzogna si perpetua e va a finire che ci ritroviamo in un mondo artistico che è senza senso, pieno di standard e dogmi. E tutto inizia quando ti dico che io non voglio provare, capisci?

Capisco, e sono d’accordo con te. Per me però scrivere ‘sperimentale’ oppure ‘improvvisato’ è un modo per far capire a chi legge che cosa c’è dentro un album. Se dovessi scrivere di Sting... non lo voglio fare e non lo farò, ma se dovessi, direi che fa musica pop, mentre parlando di te devo usare determinate altre parole...
Certo, certo, capisco bene cosa intendi. Se io scrivessi in un giornale farei esattamente come te, ma non è affar mio. Se facessi domande come tu stai facendo saprei già che tipo di risposte aspettarmi. L’ho anche fatto, come ti ho detto, e quando intervistavo persone come Jim ‘Dandy’ dei Black Oak Arkansas o Jeff Lynne dell’Electric Light Orchestra sapevo cosa avrebbero risposto prima ancora di aprire bocca, e le risposte non mi interessavano per niente. Alla fine mi sono detto “Devo farlo anch’io”, pertanto se preferisci ti dirò “Io sono un musicista, io sono intelligente, mi sono fatto da solo, posso farlo meglio di tutti”, OK? Allora finiamola con questa storia, mi fa sembrare arrogante e non mi piace. Non mi interessa parlare di questo, non mi emoziona, non mi tocca. Perché la musica alla fine è solo un linguaggio del cuore, una questione di visioni, di poesia e mai un fatto di parole, che feriscono sempre. Io non posso descrivere cose che non si possono descrivere, questo è un problema tuo. Non sono pagato per questo.

Neppure io, se è per questo.
Probabilmente sei pagato in altre forme che non sono soldi...

Be’ guarda, il mio tipo di giornalismo non è dissimile dal tuo tipo di musica... So bene di cosa parli quando parli di arte e poesia, altrimenti non sarei qui con te...
OK, bella risposta, ma è un atteggiamento pericoloso per il tuo mondo...

Finalmente ridiamo tutti di cuore, ma è una bella lotta tenergli testa. Spero capisca da che parte stiamo, anche noi. Apre ancora gli occhi e mi guarda fisso mentre ride di gusto. Il ghiaccio pare definitivamente sciolto.

Nei primi anni Ottanta tu eri alla Rough Trade con il Pop Group, i Red Crayola... Cosa ti ricordi di quegli anni?
Mah, sinceramente non ricordo niente di quegli anni. Ricordo che andavo alla Rough Trade e... Quello che ricordo è che andavo lì per vedere le date dei concerti e l’ordinaria amministrazione... Ricordo che una volta entrai negli uffici e c’era quel ragazzo dei Fall, come si chiama?... Sì, Mark Smith... Se ne stava seduto là e io non lo riconobbi, lui s’incazzò e per un sacco di tempo non mi ha rivolto la parola solo perché l’avrei dovuto riconoscere... Questo è tutto quello che ricordo della Rough Trade.

Potresti dire che ai tuoi inizi c’erano dei musicisti a cui ti ispiravi?
Onestamente non ricordo, mi piacevano molte cose diverse. Il problema dei tempi moderni nei confronti della storia, e in particolare della storia del rock, è che... Per esempio, nei primi anni Settanta, come alla fine degli anni Sessanta, c’era qualcosa di veramente grande che stava accadendo, situazioni diverse ed eccitanti. Per noi uno come Marc Bolan nel ‘70-’71 era un musicista d’avanguardia, era considerato un grande come i Can, i Soft Machine, gli MC5, Gary Glitter e tutto l’underground. Tutta questa gente si equivaleva, era grande... be’ forse sto esagerando un po’, ma... non c’erano tutte le divisioni che si dicono. Il problema della musica rock è che non è presa seriamente come una forma d’arte. Questo ha a che fare anche con il movimento punk, con la natura del movimento punk, che fu una sorta di controrivoluzione. Il movimento punk fu creato per sovvertire la rivoluzione, per mettere al tappeto la musica rock. Il punk, i Sex Pistols e roba del genere furono inventati dalla Sony, dalla Warner Brothers e da compagnie simili.
Vedi, tutto ha a che fare con un mucchio di cose come la ‘natura del rock’, che è un idioma americano... Se quello che accadde allora alla musica rock nella cultura americana fosse stato fatto in un’isola lontana, per esempio a una tribù del Borneo, tutti avrebbero alzato le mani, sarebbero inorriditi. Così voi, ragazzi, avete sconvolto la nostra cultura. Se questo fosse stato fatto a qualche tribù lontana tutti avrebbero detto “ehi, cosa diavolo state facendo?” Accidenti! Voi l’avete fatto a noi! Però noi siamo americani, benestanti... Così tutti possono dire che questo è giusto. Tutti pensano che l’America governi il mondo con la sua cultura, senza avere il minimo dubbio... ma McDonald non è America!!! McDonald non ha niente a che fare con l’America, ha a che fare con l’America come con tutto il mondo in cui viviamo, con la nascente cultura globale di cui tutti siamo cittadini, capisci? Quindi quello che accadde alla musica rock in quegli anni è la stessa cosa... Una violenza.
Tutti guardano agli anni Settanta come ad un’epoca noiosa, ma questa storia è stata scritta da gente che non sa niente degli anni Settanta. C’erano cose molto eccitanti durante quegli anni; oggi tutti li immaginano come l’epoca della disco music, ma è solo la mitologia che ci è stata ricamata sopra. Ogni successiva decade ricrea una mitologia sul passato recente, e questo è logico e persino giusto direi, visto che tutto il resto del mondo, tutti voialtri vedete la musica rock nel senso di una semplice moda da consumare e perpetuare. Perché non ce l’avete nel sangue, non è vostra, non è la vostra cultura, non è nel vostro DNA, non è qui, capisci? Quindi voi la vivete solo come moda, costruendoci sopra i vostri assurdi teoremi, e la moda significa cambiamento, band che vengono e vanno, che prendono il posto delle precedenti e si sostituiscono. Tutti sono colpevoli di guardare alla musica rock in questa maniera, come qualcosa che non sta nello stesso contesto di Victor Hugo, Michelangelo, William Shakespeare, Mark Twain, Ernest Hemingway. Questo è un vero problema, dovremmo pensarci. La vostra interpretazione delle cose è molto diversa dalla mia interpretazione delle cose come la mia interpretazione è del tutto diversa da quella di chiunque altro. E così la mia interpretazione è quella giusta e quella di tutti gli altri è sbagliata...

Ridiamo ancora di gusto. Ha detto molto, ha detto sempre giusto, ed è difficile fargli capire quanto condivido quello che pensa. Gli chiedo se gli va di fare una firma fantasma sopra un album fantasma. Mi guarda, finalmente sorpreso. Gli porgo Winter Comes Home. Ride e fa uno scarabocchio. Mi mette una mano sulla spalla. Ha capito, forse.

P.S. ringrazio l’amico Massimiano Bucchi per l’insostituibile aiuto datomi in sede di composizione e trascrizione dell’intervista.


NOTE DEL CONCERTO
La gente non è moltissima, considerato che il concerto è gratuito, ma è tutta in piedi: un’ovazione ininterrotta per un’ora e mezzo circa. La band che lo accompagna è la stessa di Erewhon: solo Andy Diagram (Honkies, Spaceheads) alla tromba synth e Keith Moliné alla chitarra. Il concerto è bellissimo e coinvolgente quanto ostico e poco compromissorio, tutto incentrato sulla performance vocale di David, che si agita, recita, canta, si atteggia in maniera teatrale ma mai enfatica, ci ipnotizza e ci lascia scivolare nel suo mondo mentre gli altri due generalmente improvvisano tra sprazzi art rock e melodie impossibili.
Continua a pasteggiare, tra un pezzo e l’altro. Presumo che il liquido giallastro che ingurgita con un ridicolo bicchierino di plastica continui a esser cognac; certo è che adesso gli fa compagnia anche della birra in lattina. “Non starebbe bene bere cognac in pubblico”, conferma a un tratto mentre canta, “e poi la birra è veramente pessima, dentro le lattine”.
I momenti migliori sono le due straordinarie versioni di I can’t help falling in love e Surfer girl (che appaiono anche sul cofanetto), con un grande Diagram al controcanto e alla tromba. Il servizio d’ordine è incredibilmente assente e quindi la ‘regolarità’ è completamente lasciata al buon senso dei fans sotto il palco, tra cui purtroppo nessuno s’incarica di dare una benemerita gomitata sullo stomaco ai due stronzi che continuano imperterriti a rompere l’anima tra un “Vai, ciccione”, una bottiglia di plastica lanciata sul palco (per cui David interrompe la musica minacciando di andarsene) e spastici salti completamente fuori luogo. Incerti degli spettacoli gratuiti.
Dopo un generoso bis lo vediamo sparire dietro il palco insieme a Diagram. Mentre escono li vedo sorridersi come a dire “E’ andata bene, vero?”. Benissimo, David.


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