Demetrio Stratos
Demetrio Stratos
di Silvia Lelli, Riccardo Bertoncelli, Roberto Masotti, Luca Majer e Christian Zingales

Riccardo Bertoncelli: Io Demetrio l’ho conosciuto tramite Gianni Sassi, che aveva appena fondato la Cramps per sue curiosità di nuova musica, lui che non era un discografico ma un pubblicitario – le quarte di copertina di Topolino con le macchinine Polistil, un culto per quelli della mia generazione, erano farina del suo sacco. Demetrio credo di averlo incontrato la prima volta proprio nello studio di Sassi, alla Al.Sa., in via Leopardi se ricordo bene; se prendete Pollution di Battiato e aprite la copertina, lo studio era quello della foto e Sassi il signore a destra in penombra, con l’immancabile cappello in testa.
Sassi era un cinico passionale (un ossimoro?), con antenne sensibili. Aveva capito che il vecchio tavolo discografico era stato sparecchiato e si era seduto lui, che pure di musica non aveva esperienza, a giocare la nuova partita. Teneva il mazzo con la sua faccia burbera e i modi sprezzanti, che incutevano riverenziale timore, e ogni tanto calava qualche carta strana. Avrebbe dato la sua collezione di cappelli più altri asset, credo, per mettere sotto contratto Battiato, di cui aveva intuito il potenziale - ma non gli riuscì mai. In compenso scovò Demetrio e gli Area e, be’, insomma, fu un grande colpo. Il primo LP mi entusiasmò e fu un dispiacere che fosse uscito pochi mesi dopo la pubblicazione di Pop Story, la mia fotografia della musica giovane di quegli anni.”

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Roberto Masotti: Anch’io arrivai a Demetrio tramite Sassi e la Cramps. Era il 1974, l’anno in cui fra l’altro nacque Gong. Diciamo che la nostra rivista era un riferimento ideale per quel tipo di progetto, e quindi venni subito coinvolto come fotografo, dal vivo e non. Ho tanti ricordi ma, a ben pensarci, neanche tantissimi, nel senso per esempio che non seguii mai una tournée degli Area; a Parigi, che so, a Cuba, dove andarono a suonare. Sarebbe stato un arricchimento, ne sono certo, ma i miei ricordi sono soprattutto milanesi: il Teatro Lirico, il Teatro Uomo, avevo l’incarico di fotografare per la Cramps e dunque decisi di stare sul palco e da lì potevo cogliere appieno la gioiosa sintonia, totale, fra il pubblico e gli Area. C’era un coinvolgimento straordinario, gente festante, inneggiante, che agitava bandiere, immagina di che colore. Non si cantavano le canzoni, ci si sfogava. Si partecipava rumorosamente a sostenere un’idea di musica e un’idea di vita, di società. Insomma, qualcosa di molto diverso dagli show di oggi, tipo Ligabue o Vasco Rossi.

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Silvia Lelli: L’ultimo ricordo è il più brutto. Facemmo un viaggio a New York e ci rimanemmo un mese, era la primavera 1979. Andammo a casa di John Cage, e di Merce Cunningham, che stava sullo stesso pianerottolo, facemmo incontri importanti, assistemmo a concerti bellissimi; e prima di tornare scoprimmo che Demetrio era ricoverato lì, al Memorial Hospital, per tentare di sconfiggere quel suo male che non si capiva bene cosa fosse. Andammo a trovarlo e lo ricordo seduto sul letto, era il Demetrio di sempre, bello vigoroso forte. Lui stesso non capiva.

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Luca Majer: I Soft Machine di “Third”, mi disse Robert Wyatt nel 1980, ambivano a scimmiottare il Miles di “In A Silent Way” e a quel punto - diceva lui - si faceva prima ad ascoltare l’originale. Ecco una critica che mai potemmo muovere agli Area! l’International POPular Group che ha dominato una certa scena italiana degli anni Settanta. Erano gli anni del rock-jazz (dei Return To Forever, o “Birds Of Fire” del Mahavishnu e Il Perigeo) e il prog-rock faceva classifica. Ma gli Area non furono mai proprio né rock né jazz. Né vendettero mai come i gruppi anglo-americani o il Banco di Mutuo Soccorso. MA, al contrario di tutti questi, improvvisavano anche totalmente (e già per questo facevano categoria a parte) e quando tiravano fuori i loro memorabili riff saettanti fuori da rigorose strutture scritte (Cometa Rossa, Luglio agosto settembre nero, L’elefante bianco ecc ecc), il tutto sprizzava odori mediterranei: mirto e finocchio selvatico, alici essiccate al sole e incensi importati dallo Yemen. Diciamolo pure che c’era una “rabbia”, una sbavatura nella riproduzione dell’esecuzione che li rendeva necessariamente diversi da metronomi-celoduristi (per carità! sommi tecnici, sia chiaro) come i Weather Report di quegli anni.

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Intervista a Patrizio Fariselli

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Christian Zingales:
Non avevo contezza fosse sempre lui quello palesatosi con fragore inaudito a colpi di Pugni chiusi, il bolide melodico scritto da Ricky Gianco per i Ribelli nel ’67 e incrociato da qualche parte nell’infanzia tra radio e TV, ma quella familiarità che avvertii nella vera, sconvolgente epifania di Stratos, trascendeva quel precedente pop. Prima adolescenza, l’acquisto compulsivo di LP iniziato già da anni e danni era in breve stand by dopo l’arrivo di un Sony Walkman rosso fiammante che mi spinse a comprare qualche cassetta. Prima di allora avevo fatto in tempo a familiarizzare con la Cramps attraverso i vinili di Finardi e Camerini (come accennato su queste pagine un paio di numeri fa vero big bang musicale su testa novenne), e degli Area circa un lustro dopo rimanevano nel negozio della mia città giusto tre cassette, “Maledetti”, “Caution Radiation Area” e “Event ‘76”, i loro capolavori e manco a farlo apposta i tre dischi più radicali della band, che acquistai nell’arco di un paio di settimane esattamente nell’ordine citato. Ricordo nitidissimamente il momento del contatto con “Maledetti”.

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