Denis Johnson
Denis Johnson
di Maurizio Bianchini

[nell'immagine: Denis Johnson, foto di Cindy Lee Johnson]

1.
Ho avuto l’impressione, leggendo per la prima volta Jesus’ Son quasi venti anni fa, che i racconti brevi di Denis Johnson fossero appena scesi, non saliti, dalle cime abissali della letteratura americana, e che avessero più termini di riferimento che di paragone. Per dirla più semplicemente: che facessero storia a sé nella narrativa a stelle e strisce del secondo dopoguerra. L’uscita, un anno dopo la morte del suo autore, il 2018, de La generosità della sirena, tradotta ora in italiano da Silvia Pareschi – assai bene, sia detto per un volta senza alcuna piaggeria – conferma quella sensazione, aggiungendovi in più un’aura di olimpico distacco – il distacco che si raggiunge dopo avere scavallato ogni prova ed ogni inciampo, ogni caduta e ogni fallimento; ogni possibile illusione e disillusione, fino ad osservare la vita con lo sguardo impassibile e il cuore ferito a morte che rende lo scrittore una figura in qualche misura morale mistica: un exemplum, come avrebbero detto i latini.

2.
I riferimenti, per certi versi inevitabili, che emergono da una ricognizione critica dell’intero corpus di racconti nuovi e vecchi, spaziano da Hemingway a Cheever, da Carver a Bukowski. Vi aggiungerei Salinger e il Malamud del Barile magico (che vaga ancora negletto nei meandri del Discorso Esegetico), non tanto per renderci la vita più difficile (che, pure, ha il suo fascino) quanto per far emergere ancora meglio l’unicità di Johnson, o Denis, come ci si chiama fra amici, e pochi autori, come lui, puntano più all’amicizia del lettore che alla sua ammirazione. Fra tutti, il nome di Carver è il più citato. Naturalmente. La parentela stilistica è evidente. Denis ha seguito le sue lezioni, prima di passare a quelle della vita, nel lungo black out – gli interi anni Settanta – trascorso a bere e a farsi di tutto quello che l’artigianato dello sballo aveva da offrire in fatto di paradisi artificiali (e pure in questo l’esempio di Carver potrebbe aver avuto una qualche parte. Anche lui, come Denis, e molti altri – l’elenco è lungo – riteneva l’alcool parte in causa del processo creativo: non ha scritto Jung che “in ogni alcolizzato c’è un viaggiatore finito sul binario sbagliato”?). […]

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