Don Cherry
Don Cherry
di Luca Collepiccolo

Partiamo dal fondo se preferite, ogni maniera è buona per interiorizzare il percorso di Don Cherry, per ogni decennio – forse sarebbe meglio dire lustro – teorie e pratiche musicali avanzate, premesse necessarie al suono che verrà, un’idea di globalità che abbraccerà il bop, il free jazz, i prodromi della world music e finanche della mutant disco. “Home Boy, Sister Out”, disco licenziato nel 1985 dalla Barclay, indicava come il nostro non fosse affatto avulso alle più recenti iniezioni in salsa club, sfoggiando un numero che a lungo avrebbe animato le notti newyorkesi: I Walk, 3 minuti e 14 secondi di purissima mutant disco tra spigolature funk e trombette che sembrano il preludio all’imminente invasione dell’acid jazz, poi il rapping dello stesso Cherry (che non a caso prenderà parte al benefit Stolen Moments: Red Hot + Cool del 1994, in cui duetterà con l’ensemble hip-hop dei Watts Prophets) su un tappeto di morbide percussioni.
Un numero da antologia che indicava appunto l’appartenenza al decennio dell’edonismo e dell’individualismo, quando i grandi del jazz seppero guardare all’imminente futuro ma anche – come ben sanno i più maliziosi – al portafoglio. Discorso in realtà per nulla applicabile al nostro caso, dato che Donald Eugene Cherry, nato ad Oklahoma City il 18 novembre del 1936, era uno spirito nomade che si adattava bene a qualunque contesto, quindi il giochino gli riusciva bene a prescindere: ricordate la pocket trumpet dell’iconografico singolo italo-disco Stop Bajon di Tullio De Piscopo? È la sua, e le percussioni aggiunte sono di un altro mago afro-black come Don Moye dell’Art Ensemble Of Chicago... Già nel 1977, nel fin troppo bistrattato album “Hear & Now”, suo malgrado divenuto un classico post-balearic, le connessioni con il dancefloor assumevano connotati mistici, si vedano il manifesto Universal Mother, un funk acido con lo spoken di Cherry, le acrobazie alla sei corde di Ronald Dean Miller in Raw Silk, il basso di un giovane Marcus Miller, le congas di Sammy Figueroa e l’arpa di Lois Colin. Produceva il tutto – ai famigerati Electric Lady Studios di New York – un certo Narada Michael Walden, sostituto alla batteria di Billy Cobham nella Mahavishnu Orchestra ma soprattutto Re Mida dietro fenomeni pop miliardari come Whitney Houston e Mariah Carey. Licenziato da una major come la Atlantic, “Hear & Now” è il disco crossover definitivo nonché un buon sunto della carriera di Don Cherry fino a quel momento, sempre in bilico tra tentazioni pop e world e irrorato da spettri di jazz elettrico. […]

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