Don DeLillo - Zero K
Don DeLillo - Zero K
di Maurizio Bianchini

1.
La morte è una presenza ubiqua nei libri di De Lillo. Rumore bianco, il romanzo che dopo altri sette ben accolti dalla critica lo rivelò nell’85 al grande pubblico col National Book Award, lo mette nero su bianco: “tutte le trame tendono alla morte. Trame politiche, trame terroristiche, trame narrative, trame che fanno parte dei giochi fra bambini. È la loro natura. Ci avviciniamo un po’ di più alla morte ogni volta che elaboriamo trame. È come un contratto che impegna tutti, chi tesse le trame e chi ne è oggetto.” Zero K, il suo sedicesimo romanzo, non fa eccezione alla regola; la ribadisce semmai, nello stile controverso dell’‘ultimo periodo’ - storie scarne come versi di Montale; fondali fissi dai quali la dura materia del contendere narrativo emerge in forme severe, stilizzate e rituali, da play medievale. Una scrittura essenziale che imbastisce una meditazione sulla morte degna della Pietà Rondanini, quasi il ‘ritorno alla materia inorganica’ annunciato in Punto Omega (“Pietre lasciate in terra. È questo che vogliamo essere”). Ma bisogna intendersi bene sulla morte. Maneggiarla con cura. Accoglie e contrappone troppe cose - paure antiche, oscuri istinti, sordidi interessi, attrazioni fatali - per non bruciarsi le mani. Ad occhi che credono a ciò che vedono, la morte appare solo la scontata e impervia fine di tutto. Ma per chi si affida a quanto essi non vedono, a ciò che sta oltre - un aldilà su cui si può solo scommettere al buio -, morire è l’inizio di un viaggio che l’esperienza terrena ha solo evocato, come un film il trailer che l’ha preceduto. In ogni caso, è l’ultimo, teatrale, struggente gesto con cui la vita si congeda da noi; ci cancella come gli esseri perituri, ma avvertiti dell’immortalità, che siamo stati; ci riconsegna per sempre, per ogni singolo attimo di tutto il tempo infinito, al vuoto perennemente uguale a se stesso del Dio semita. Ma se nessuna morte è uguale a un’altra, il morire si ripete, inosservato, indistinguibile, assolutamente ininfluente, del tutto casuale, milioni di volte per milioni di persone, ogni singolo giorno, ai quattro angoli della terra. Non ci badiamo - e come potremmo continuare a vivere sennò? – che quando ad uscire di scena è una persona cara – o noi stessi, se ci è concesso il prologo di una degna agonia. Solo allora scopriamo, prima che il sipario si abbassi per sempre e l’ottusa eternità tiri dritto, solo allora viviamo, oppressi dai ricordi, nudi e abbandonati a noi stessi, ciò che per ogni essere ‘gettato nella vita’ rappresenta il momento della verità - l’addio al mondo che, umiliazione finale, continua la sua corsa indifferente ai sogni che ci turbano, le pene che ci accompagnano, le gioie rare, le speranze inutili, le delusioni cocenti, le aspettative esorbitanti. Noi non moriamo soltanto, come le altre creature. Noi pensiamo la morte. L’anticipiamo e la rimuoviamo. La immaginiamo per poterla domare nelle nostre fantasie mentali. La racchiudiamo dentro linee di difesa sempre più sofisticate: gioventù, stimolanti, rilassanti, salute fisica, superlavoro, sport, progressi della medicina. Ma non serve. Il tempo avanza contro di noi come una falange macedone. Giorno dopo giorno, il corpo perde i pezzi, la forza scema e d’un tratto non siamo più in grado di opporre resistenza. Una via l’altra, dobbiamo abbandonare a se stesse le opere di contenimento. Sola ci resta allora, per rendere tollerabile l’idea di doversene da un istante all’altro separare, la tragica consapevolezza, che gli anni portano con sé, della follia del mondo cui siamo aggrappati come ostriche. […]

…segue per 6 pagine nel numero 222 di Blow Up, in edicola a Novembre 2016 al costo di 6 euro

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