Don DeLillo
Don DeLillo
di Flavia Vadrucci, Fabio Donalisio, Luca Mirarchi, Stefano Lecchini, Roberto Curti

I feticci e le ossessioni di Don DeLillo
di Flavia Vadrucci

IN UN TRAMONTO chimico, incendiato da residui tossici fluorescenti, si possono vedere molte cose. Un grande Paese bambino, gli occhi pieni di merci salvifiche e miti analgesici. I colori della paura, compagna discreta o debordante di una società sempre sull’orlo del disfacimento. Lo splendore della folla, le sue miserie, la sua pelle sudata, i volti infiacchiti da una vita satura di stimolazioni.
In oltre quarant’anni di carriera, Don DeLillo non ha mai smesso di fissare il crepuscolo acido del presente e di restituircelo con una precisione e un nitore di intollerabile bellezza. Dell’infanzia nel Bronx ricorda la strada, i pomeriggi passati a far finta di essere lo speaker della sua radio preferita, l’italiano parlato in casa dai genitori molisani. La lettura e la scrittura arrivano un’estate, con la noia di un lavoro adolescente da omino del parcheggio: ore e ore davanti a scatole semoventi guidate da facce frustrate o rabbiose o rassegnate o sole. È bello immaginare che abbia cominciato lì a guardare negli occhi la nazione – i prodotti importanti come figli e i tinelli che languono nella luce azzurrina dei televisori, le nevrosi da gioventù perenne, la Storia fatta di momenti, la paura della morte. Americana, il primo romanzo, esce nel 1971 ed è la rivelazione di uno sguardo chirurgico, di una voce consapevole. È il racconto antiepico di una contemporaneità psicotica e di un Paese annoiato. È il disvelamento di un corpo sociale che è un’unica serie di tic, violenti o sommessi, forzosi oppure ornamentali. Nel viaggio al fondo dell’America (e di sé) di David Bell, giovane manager di una rete televisiva, ci sono tutte le crepe del sogno che sta per infrangersi, lo scricchiolio della sconfitta che arriva, l’odore marcio che abita gli angoli di un frigorifero pieno. Questa minaccia strisciante e nera pervaderà l’intera opera dell’autore newyorchese, infetterà gli animi dei suoi personaggi e le sue rappresentazioni degli Stati Uniti. Prenderà la forma di crisi artistiche e rapimenti encefalici, di trame segrete e attacchi terroristici, di drammi familiari, crolli finanziari e nuvole velenose.
Nel 1973, con Great Jones Street, è il mito della celebrità a cadere: le pose del rock and roll e l’isteria del suo pubblico vengono fatte a pezzi, e i pezzi mescolati, da uno spietato processo al ridicolo. Nella Stella di Ratner gli occhi si alzano al cielo e lo illuminano con la matematica di un cervello alieno, «prematuro in tutto, grande quanto un soldo di cacio», prigioniero delle foschie di una società gretta e ossessiva almeno quanto Alice lo era delle buone maniere dell’Inghilterra vittoriana. La nomea di scrittore profetico fa capolino nel ’77 con Giocatori. All’ombra di Twin Towers “precarie”, si sviluppano le spinte centrifughe di una coppia inquieta, che prova ad annegare dentro amori gay e intrighi internazionali le frustrazioni da letto ormai disfatto. Le ossessioni che popoleranno l’orizzonte di DeLillo ci sono tutte: l’Occidente vacillante, il tedio casalingo, i feticci del consumismo, la tossicità della vita pop. La forma – i dialoghi cesellati, l’ordito poliedrico, la lingua da cerusico, gli eventi spiazzanti – è una gioia. Il capolavoro arriva otto anni dopo, con una processione di station wagon che invade un campus universitario. È Rumore bianco: il romanzo dell’apocalisse tossica, dell’intellettualismo da strapazzo, della famiglia disintegrata e alla meglio ricomposta; il romanzo delle fobie dei singoli e della follia del gregge, del bisogno lancinante di distrarsi dalle proprie miserie cercando altrove l’orrore, della critica feroce all’umano e ai supermercati dell’anima. Rumore bianco è insieme una luce e un suono, un congegno postmoderno di inusitata lucidità che racconta questa Terra malata meglio di come farebbero sette miliardi di specchi. «Qui non moriamo, facciamo acquisti. Ma la differenza è meno marcata di quanto si creda.» Non c’è scarto tra le corsie di un mall e le autostrade della villeggiatura, un’evacuazione da rischio pseudonucleare e un concerto rock. «Quelle folle accorrevano per fare da scudo alla propria morte. Farsi folla significa tenere lontana la morte. Uscire dalla folla significa rischiare la morte individuale, affrontare la morte solitaria. Quelle folle accorrevano soprattutto per questa ragione. Erano lì proprio per essere folla.» [...]

…segue per 8 pagine nel numero 184 di Blow Up, in edicola a Settembre 2013 al costo di 6 euro

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