Don Letts
Don Letts
di Carlo Babando

“Our lives begin to end the day we become silent about things that matter” [Linton Kwesi Johnson]


1. Namibia 1990
Ad un certo punto, quasi per caso, il trentaquattrenne Donovan Letts si trova in Namibia per filmare il momento in cui il paese si liberava definitivamente dal giogo coloniale. Voi ancora non lo conoscete, ma per tutta la vita Don aveva sentito parlare dell’Africa come l’unico posto a cui appartengono veramente i figli della diaspora. Così gli era stato insegnato nel giro della comunità rasta di Londra, la stessa che aveva iniziato a frequentare poco più che adolescente. La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze che incontrava bazzicando quei posti era esattamente come lui: nati da coppie giamaicane che, sull’onda lunga della Windrush generation, avevano raggiunto i porti del Regno Unito in qualità di sudditi, senza lo stigma dell’immigrazione e della fame. Ma il ritorno in Africa, come il nostro eroe aveva capito subito dopo averci messo piede, era un’altra cosa. Anche Marcus Garvey - uno dei padri del movimento panafricanista - era giamaicano, tuttavia non sarebbe bastato nemmeno quello a convincere Don che la Namibia era davvero casa sua. I bianchi della troupe con cui viaggiava per girare il documentario, paradossalmente, avevano meno problemi a dormire per terra o ad avventurarsi nelle zone desertiche; sembravano persino adattarsi meglio agli usi delle popolazioni locali. Insomma, possedere un differente corredo genetico non gli era servito granché. Ne aveva concluso che forse era cresciuto nell’idea di un’Africa cristallizzata fuori dal tempo, un posto che probabilmente non era mai esistito: non c’entrava nulla con ciò che gli avevano raccontato, e adesso toccava farci pace. Magari gli sarà venuto in mente il gilet leopardato che gli piaceva indossare tanti anni prima, quando faceva il commesso all’Acme Attractions, un negozio di abbigliamento in cui aveva letteralmente monopolizzato il juke box dettando il verbo del ritmo in levare. Era tutto iniziato così, da quella stanza a Kings Road piena zeppa di completi dai colori improbabili, mocassini lucidati a specchio e una Lambretta adeguatamente customizzata con i colori della Union Jack. Molto più di una semplice attività commerciale, a tal punto che presto l’Acme era diventato il rifugio di chi avrebbe acceso la miccia del punk. Lui e Jeannette Lee, inseparabile collega dietro il bancone (nonché amica di scorribande e talvolta fidanzata), diventarono il perno attorno a cui iniziavano a girare molti personaggi che appariranno nelle cronache musicali del tempo. Niente male per uno che era andato via di casa a sedici anni, lasciandosi alle spalle una famiglia tanto numerosa quanto complicata. Il padre lavorava per l’azienda del trasporto pubblico londinese e gestiva un sound system, il “Duke Letts Superstonic”. Tanti figli, poca pazienza, eppure sia lui che la moglie provavano ogni giorno a rendersi rispettabili agli occhi degli altri per favorire un processo di integrazione che, in realtà, non si compirà mai del tutto. Più diventava grande e più Don capiva che i sacrifici dei genitori non sarebbero stati ripagati davvero. […]

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