Donna Tartt
Donna Tartt
di Maurizio Bianchini

TRUMAN CAPOTE sosteneva che lo scrittore affermato soffre di due malattie professionali, la celebrità e la mancanza di ispirazione. Solo alla seconda non c’è rimedio. Per la prima si può sempre scegliere fra due opzioni estreme: sprofondarci dentro, dannunzianamente, come Brett Easton Ellis, fino a farne un ferro del mestiere (non è difficile con i mezzi offerti dalla tecnica, a cominciare dalla rete) o ritirarsi nel rumoroso limbo che rende così attuale il ‘desaparecido’ Pynchon. O ancora, come Donna Tartt, optare per una via di mezzo. Presi nella versione titanica del quesito morettiano mi si nota di più se vengo ma sto in disparte, o se non vengo affatto?, rimanere fuori dalle luci del palcoscenico ma senza uscire di scena. Per essere una delle più reputate scrittrici americane rappresenta, in effetti, un personaggio di singolare discrezione. Quel che ne sappiamo si riduce a notizie che bastano le dita di una mano per contare. È nata (nel 1963) e cresciuta in Mississippi, figlia di un padre musicista rockabilly prestato alla politica e di una madre classica bellezza del Sud che lei stessa ricorda come “non particolarmente interessata” ai bambini. Ha vissuto gran parte dell’infanzia, dopo l’inevitabile divorzio dei genitori, insieme a sua sorella, in una congrega di nonni e vecchie zie (qualcosa che ricorda molto l’ambiente del Piccolo amico, il suo secondo romanzo). A 13 anni pubblica già poesie sulle riviste e fa man bassa di premi letterari. A 19, dopo un breve intermezzo all’Università del Mississippi, sotto l’influenza di maître à penser come Nietzsche e Sartre e di massime apodittiche come “Dio è morto… e noi l’abbiamo ucciso” e “L’inferno è gli altri”, uno dei suoi insegnanti, Willie Morris, la diritta nel college di Bennington, in Vermont, uno dei più reputati per le materie umanistiche, in particolare per lo studio del greco e del latino, raccomandandola per l’esclusivo corso di scrittura creativa di Barry Hannah come, semplicemente, ‘un genio’. Il soggiorno le ispirò il suo primo libro, Dio di illusioni, una ‘camp story’ definita da un critico come “L’attimo fuggente che incontra Il signore delle mosche scritto da F. Scott Fitzgerald sotto l'influenza di Joseph Conrad”. Ha una storia, mentre lo scrive, con un compagno di corso. Si chiama Brett Easton Ellis, e lavora anche lui al suo romanzo d’esordio, Meno di zero. I due si scambiano consigli ed impressioni. Qualcuno, all’uscita di The Secret History (questo il titolo americano) immaginò l’egocentrico Brett nei panni di uno degli annoiati, élitari studenti impegnati a riprodurre, nella prima metà del libro, l’atmosfera di un baccanale dionisiaco e, nella seconda, le conseguenze assai meno esaltanti che questo produrrà nelle loro scelte esistenze. Nessun dubbio sul professore di greco snob e paganeggiante Julian Morrow dell’Hampden College del Vermont: è il reale professore di lettere classiche Claude Fredericks del Bennington College del Vermont. […]

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