Dossier 07: Punk 1976-2026 (pt.3)
Dossier 07: Punk 1976-2026 (pt.3)
di Federico Guglielmi e Giuseppe Aiello + Lucia R.

It’s a punk, punk, punk world
Per tanti il 1976, l’anno zero del punk, equivale solo a Sex Pistols e (ma neppure per tutti) Ramones. Sbagliatissimo / di Federico Guglielmi
È da oltre mezzo secolo che sul punk si dicono e si scrivono inesattezze se non addirittura clamorose baggianate, prima fra tutte quella che ne colloca i natali nel Regno Unito e per la precisione a Londra. Per fortuna nessun cronista omette di menzionare la precedente scena newyorkese che aveva come padrini Richard Hell e Ramones e come madrina Patti Smith, e quelli un po’ più informati e/o un po’ meno in malafede ricordano anche che “Horses” della Patti vide la luce nel novembre 1975 e la fanzine Punk un mese dopo, ma gli avvenimenti cruciali svoltisi all’ombra dell’Empire State Building sono di norma spacciati come un antefatto o una cosa a sé, una sorta di preambolo ai soliti Sex Pistols, al solito Malcolm McLaren e a quel povero disadattato di Sid Vicious. Magari pure sui Clash, dimenticandosi però quasi sempre dei Damned e degli altrettanto magnifici Buzzcocks. Negare (o minimizzare) il peso di Johnny Rotten e partners in crime per la propaganda e la diffusione del punk sarebbe, naturalmente, un’eresia: senza di loro, e soprattutto senza il loro scaltro manager, il movimento non avrebbe goduto delle stesse attenzioni mediatiche locali e di riflesso planetarie, non si sarebbe espanso al di là di ogni rosea previsione e con tutta probabilità verrebbe oggi catalogato e trattato come un capitolo secondario dell’epopea r’n’r, tipo il pub rock o il baroque pop. Quindi, sottolineiamolo a scanso di equivoci: i Sex Pistols sono stati fondamentali e meritano tutto il clamore raccolto dal 1976 in avanti, ma non hanno inventato il punk. Ne sono stati senza dubbio i testimonial di gran lunga più efficaci, oltretutto con il valore aggiunto di aver conquistato il ruolo grazie a un unico, vero album, e hanno generato infiniti emuli più o meno credibili/degni, ma senza quello che c’è stato prima non sarebbero esistiti, o lo avrebbero fatto in una forma assai meno roboante. […]

No future: la terza strada
Una nuova forma di bellezza, una nuova forma di ribellione. Una storia / di Giuseppe Aiello e Lucia R.
«Il motivo essenziale per cui i CCCP esistono è perché, alla fine degli anni ‘70, l’Europa continentale, quindi al di là di quello che è l’Inghilterra e l’America e il punk più conosciuto, ha conosciuto questa esplosione musicale che diceva – “Affanculo qualsiasi tecnica, quello che mi interessa è l’anima di chi suona e non la qualità dello strumento”.» Giovanni Lindo Ferretti, 198?
«Già, ce lo hanno detto. Ma gli abbiamo fatto dire di no. È troppo pulito per noi. A noi piace il punk, capisci, no?» Kim Gordon dei Sonic Youth, 1990.
Approssimativo ma efficace, come sempre, l’angelico Ferretti, che teneva talmente tanto al concetto del superamento della tecnica da riportarlo come traccia a sé in un disco pubblicato a CCCP ormai dissolti. Nel punk il diverso approccio alla tecnica fu un elemento centrale, ma non era il cardine del cambiamento di paradigma culturale del quale fu portatore per due decadi. E non era rinuncia alla padronanza degli strumenti espressivi, perché Mick Jones non era certo Jimi Hendrix, e tuttavia suonava in maniera perfetta per quello che i Clash dovevano e volevano fare. Subentrò piuttosto la consapevolezza che uno studio rivolto al virtuosismo e la competenza come valore in sé erano diventati un ostacolo all’inventiva, alla potenza, alla bellezza. Questa “nuova forma di bellezza” poteva nascere solo scrostandosi di dosso le centomila note che era capace di mettere giù Rick Wakeman e cercando nuovi splendenti grezzi diamanti capaci di raccontare l’ultima parte del secolo, irta di disillusioni e deserta di speranze, alla quale però dovevamo pur sopravvivere. Recuperare il fuoco dell’essenziale non era una novità, vi si erano largamente dedicate le avanguardie artistiche del ‘900, ma il punk non era un’avanguardia, casomai la mutazione imprevista di una musica indecisa tra il popolare e l’impopolare. Di quale popolo, poi. I capelloni che erano venuti prima formavano legioni e costringevano gli apparati sociali nella loro interezza a occuparsi delle istanze messe sul tavolo: pace, amore, libertà. Il punk invece era una frammentata internazionale di disadattati che faceva proprio un rinnovato nichilismo, e gettava sabbia negli occhi del Sistema da angolature impreviste. [...]

…segue per 14 pagine nel numero 341 di Blow Up, ottobre 2026

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