Dr. John e Leon Redbone
Dr. John e Leon Redbone
di Maurizio Bianchini

Con una coincidenza di tempi tanto singolare da sembrare studiata per un’uscita di scena degna di loro, Leon Redbone e Dr. John se ne sono andati a braccetto da questa valle di lacrime, che pure è stata con loro larga di soddisfazioni almeno quanto sono stati larghi loro di suoni ed eccentricità. (La famiglia di Redbone, per dire, ha dato così la notizia del suo congedo dal mondo: he crossed the delta for that beautiful shore at the age of 127. Erano 69, ma il mondo di Leon ha sempre contemplato varianti.)
Appassionati del loro, ma sì, chiamiamolo pure lavoro, anche se era di più, una questione di vita e di morte, e di meno: un infinito divertimento e uno sberleffo alla vita, Redbone e Dr John erano fra le ultime icone di quel Deep Sound americano, non c’è davvero altro modo di definirlo, che ha percorso carsico e trasversale le diverse confessioni i della popular music – com’era chiamata in un tempo di idee semplici e chiare, prima di diventare anch’essa un prodotto di sintesi – senza lasciarsi imprigionare in alcuna. (Di quelle rimaste non faccio i nomi, per ragioni ovvia di scaramanzia). Chiunque li abbia sentiti in concerto conserva indelebile il ricordo delle loro qualità di artisti al tempo stesso idiosincratici e comunicativi, sempre alle prese non con la riproposizione del proprio repertorio ma con la sua costante reinvenzione. Anche di loro si può dire, come di Bob Dylan, e a differenza di Vivaldi, che non hanno mai cantato due volte lo stesso brano, ma quel che resta del grande Bob lo fa per mettere alla prova la sua arte e la pazienza dei fan, mentre loro erano spinti da motivi più frivoli e non per questo però meno commendevoli: divertirsi e far divertire. Portare su e giù lungo il roller coaster della loro musica i compagni di bisboccia per far dimenticare le rogne della vita e fornirli magari di qualche cartuccia in più da spendere sotto le lenzuola (anche Ovidio lo faceva, se proprio vogliamo dargli un po’ di nobiltà posticcia). Such a night / it’s such a night / such confusion under the moonlight… to steel away, the time is right… (Vorrei farvi sentire anche la musica, ma sulla telepatia Apple e soci sono in ritardo. Potete però trovarne diverse versioni su YouTube. Vi consiglio quella di The Last Waltz e una dal vivo per solo piano con introduzione, assolo e finale da sturbo). Quello che voglio dire, insomma, è che vorrà pur dire qualcosa se uno butta alle ortiche il nome messo a disposizione dalla macchina burocratica per usare quello d’arte anche nella vita quotidiana, nel caso di Redbone cancellando anche le tracce di quello ufficiale.

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