Eiko Ishibashi e Nikaido Kazumi
Eiko Ishibashi e Nikaido Kazumi
di Federico Savini

[nell'immagine: Eiko Ishibashi]

IL PROBLEMA che hanno le donne giapponesi è che non c’è niente da fare, ai nostri occhi sono oggetti misteriosi. Irrisolvibilmente misteriosi. Al punto che nel rapportarsi a loro si oscilla di continuo tra l’ideale della musa aliena, dal fascino imprendibilmente esotico, e il ripiego mentale un po’ becero sull’idea del giocattolo erotico senz’anima, dallo sguardo impenetrabile, probabilmente vuoto visto quant’è puntuale e ridondante con le buone maniere. Ma poi vallo a sapere cosa cova dietro a quel conformismo macchiettistico e a quei modi svenevoli, sotto sotto magari un po’ disperati. D’altra parte pure noi siamo impreparati, nel senso che per codificare l’intrico di suggestioni che ogni ragazza orientale porta in dote non appena viene rilevata dagli scanner occidentali ci mancano proprio le basi. Fate un test fra i vostri amici, chiedetegli una buona traduzione di geisha e vediamo quanti diranno “artista” e quanti “prostituta”. Ok, chi non lo sa si appunti che è più corretto “artista” (saperlo può far colpo sulle ragazze, anche le occidentali); e qui si apre una questione perché se è vero che la società giapponese è parecchio maschilista, è altrettanto vero che a proposito di arte e di musica la tendenza sfuma considerevolmente e non è solo un dato indigeno. Infatti, se si pensa ai pochi musicisti giapponesi noti in Occidente si scopre velocemente che, al netto di un Sakamoto che non era certo famoso come cantante, le voci nipponiche femminili sono quelle meno indigeste per l’orecchio occidentale (e magari anche il sintomatico mistero di cui sopra fa la sua parte nel fomentare la fascinazione complessiva per le ninfe dagli occhi a mandorla). […]

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