Emanuele Trevi
Emanuele Trevi
Fabio Donalisio (con Mirco Depaoli)

Parlando di Pasolini, di tragedia, di narrazione e di moderno con EMANUELE TREVI, fresco reduce dallo Strega con “Qualcosa di scritto”.


SI SONO APPENA ACCESE le scintille di un episodio le cui braci probabilmente sedimenteranno a lungo. Vincenzo Ostuni, editor della casa editrice Ponte alle Grazie (e del libro di Emanuele Trevi di cui parliamo qui e di cui si è già detto su BU#168, “Qualcosa di scritto”) è stato querelato da Gianrico Carofiglio, scrittore e senatore PD, per le frasi supposte infamanti pronunciate (anzi scritte su Facebook, e questo aprirebbe un ulteriore fronte, sui “luoghi” della “critica”) in margine al premio Strega, come sempre foriero di polemiche e regolamenti di conti personali e aziendali. Non entriamo nella questione. Notiamo solo, a margine, che questo fatto crea un precedente, segna l'ingresso anche nel mondo dei libri, di un certo modus di dirimere le controversie (o di crearle) che si è parecchio diffuso durante l'ultimo Ventennio. Finora ne era stato immune, almeno così platealmente. Forse perché è un mondo in cui i soldi non ci sono e, nonostante chi ci sia dentro si senta di solito l'epicentro dell'universo, viene percepito come più che marginale e incapace di incidere. Ma tant'è. Quale sarà l'esito, si vedrà. Dopo l'indignazione e le dimostrazioni di solidarietà l'attenzione, complici i tempi biblici della “giustizia” italiana, andrà scemando per poi riemergere il giorno della sentenza. La questione tornerà a essere privata. Noi con Emanuele Trevi abbiamo chiacchierato prima, proprio a cavallo della malaugurata notte del responso. Abbiamo parlato del suo libro, di Pasolini, di letteratura, di modernità, di impegno. Di libri. Cose importanti. Le cose di cui si dovrebbe parlare, pensare. E che vengono spesso “semplicemente” rimosse dall'orizzonte dell'attenzione.

All’inizio del libro dichiari rimpianto per quella lunga stagione del Novecento in cui allo scrittore era permesso costruire opere ambiziose, capaci di sfidare l’intelligenza del lettore. Dagli anni Ottanta, sostieni, lo scrittore è stato rinchiuso nella riserva indiana dello storyteller: il suo compito è intrattenere il lettore e assecondarne le emozioni, attraverso un buon repertorio di trame e sotto la stretta sorveglianza dell’editor, un “tecnocrate” ossessionato dall’efficacia narrativa del libro. “Ciò che l’editor intende fare” affermi “è trasformare tutta intera la letteratura in narrativa… un colpo di stato spirituale”. È tempo di ribellarsi ai tecnocrati?
È tempo di tornare a incoraggiare l'originalità, l'azzardo, l'apertura di nuovi mondi - tutte quelle che sono state le prerogative della letteratura moderna. Oggi l'industria editoriale è sempre più dominata dal marketing, dai manager. In generale, io credo che i manager abbiano condotto il mondo all'attuale rovina economica. Bisognerebbe che il mondo ne facesse del tutto a meno. Nel campo dei libri, non è condannabile in sé l'esigenza di vendere, figuriamoci, tutti siamo contenti di vendere, ma si nega alle opere la loro naturale durata, che è lunghissima. Voglio dire che il tempo non è una variabile, è l'ecosistema stesso della letteratura. Oggi un grande editore non ha nessuna cura di ciò che ha pubblicato quattro o cinque mesi prima. E l'unico prodotto letterario che può adattarsi a questa follia è il romanzo standard, con la sua assoluta deperibilità e la sua rapida sostituibilità. […]


…segue per 2 pagine nel numero 174 di Blow Up, in edicola nel mese di novembre 2012 al costo di 6 euro.

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