Enrico 'Amok' Piva
Enrico 'Amok' Piva
di Vittore Baroni

Che fine ha fatto Enrico Piva? Ci sono musicisti che fanno di tutto per sabotare la propria carriera e restare confinati nell’ombra. Seppure costoro paiono aspirare ad una qualche forma di riconoscimento per il lavoro svolto, al tempo stesso sembrano del tutto appagati dalla loro condizione di operatori marginali e “invisibili”, liberi di mettere in atto i progetti più strampalati e destabilizzanti. In una simile tipologia di autori possiamo senza dubbio includere l’enigmatico Enrico Piva (nato a Salò e vissuto a Berlino e in diversi luoghi nei dintorni di Brescia, in particolare a Rezzato), che prima sotto la sigla Amok e poi col proprio nome anagrafico è stato negli Ottanta uno dei più promettenti sperimentatori attivi nell’area sotterranea della cosiddetta “Cassette Culture”. Nell’arco di un decennio, Piva ha realizzato una quindicina di tape album e una varietà di progetti grafici e letterari fieramente carbonari, prima di dileguarsi nel nulla tanto repentinamente com’era apparso. Una sparizione così completa e definitiva anche dai radar della stampa musicale più accorta, che persino in rete è pressoché impossibile procurarsi informazioni certe e di prima mano sul personaggio: niente pagina Wikipedia (come prevedibile) e neppure uno straccio di scheda biografica, ma solo una discografia abbozzata nel portale Discogs e, cercando con attenzione tra una selva di omonimi, qualche fugace accenno in blog dedicati alle produzioni su nastro del glorioso “tape network”. Davvero troppo poco, per un autore che con approccio stilistico e concettuale davvero peculiare, insieme “colto” e schiettamente viscerale, ha battuto aree al tempo ancora poco esplorate sul confine tra musique concrete, field recordings, elettronica industriale e audio art. I suoi lavori più rappresentativi potrebbero oggi essere profittevolmente riproposti ad uso e diletto di nuove generazioni di ascoltatori, ben più a ragion veduta rispetto a tanti epigoni del primo Maurizio Bianchi. […]

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