Enzo Jannacci
Enzo Jannacci
Roberto Curti

O VIVERE O RIDERE

TATTA TIRA tira tira tatta tera tera ta.
Questi pazzi, pazzi italiani (1965) è uno dei tre lavori realizzati dal regista Tullio Piacentini (gli altri: 008 Operazione ritmo e Viale della canzone) unendo video musicali ante litteram, girati per il circuito dei Cinebox – quegli effimeri jukebox audiovisivi lanciati alla fine dei ‘50 –, ormai in crisi a metà del decennio successivo per gli alti costi, l’usura delle pellicole e le continue necessità di manutenzione delle macchine. Sfilano bei nomi della musica leggera del periodo, da un Ricky Gianco dimesso e pensieroso che emerge dalla fermata della metropolitana milanese in piazza del Duomo tra piccioni e turisti per una cantautorale È la fine, a un Nicola Di Bari camuffato da pizzaiolo nell’apoteosi kitsch di Una cosa di nessuna importanza.
Ed ecco Enzo Jannacci. Seduto al tavolino di un bar, davanti a un biccchiere di rosso, circondato da pensionati, canta L’Armando. E capisci subito che è su un altro pianeta. Non solo per la canzone, quella surreale storia di un delitto di gelosia camuffato da incidente raccontata dallo sprovveduto assassino durante l’interrogatorio («Commissario, sa l'Armando era proprio il mio gemello, / però ci volevo bene come fosse mio fratello./ Stessa strada, stessa osteria / stessa donna, una sola, la mia / Macché delitto di gelosia, / io c'ho l'alibi a quell'ora sono sempre all'osteria.»). Ma per il modo di presentarsi, disarmante: quel tizio occhialuto dagli strani tic, magari anche brillo, l’aria di uno che davvero l’han picchiato col martello come faceva l’Armando col suo “gemello” «per sembrare lui il più bello». E che davvero a quell’ora è sempre lì, all’osteria.
Col senno di poi, a vederlo in quel breve frammento, si coglie già l’essenza di Jannacci Vincenzo detto Enzo. Come il Giovanni telegrafista di uno dei suoi pezzi più struggenti, «tagliando fiori, preposizioni per accorciar parole, per essere più breve nella necessità», scrive e canta canzoni con la maschera occhialuta e un po’ ubriaca del fool che svela attraverso il riso il dolore, l’ipocrisia, l’assurdità della vita. Perché «sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam». Tatta tira tira tira tatta tera tera ta. […]


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