Eric Chenaux
Eric Chenaux
di Stefano I. Bianchi

“Posso scegliere? Preferirò sempre incontrare Miss Sperimentazione piuttosto che Miss Interpretazione. È una ballerina molto migliore.” (Eric Chenaux)

Chet Baker e Thelonius Monk, Robert Wyatt e Derek Bailey, John Martyn e Billie Holiday, Tim Buckley e Robert Fripp nonché un pizzico di Van Morrison. Doppie coppie da frullare in parti miste, senza ricette e nelle quantità desiderate. La canzone e l’improvvisazione, il songwriting, il jazz e il folk. Laterale e marginale, standosene in disparte senza far chiasso e senza clamori Eric Chenaux, songwriter, chitarrista e cantante canadese, ha messo insieme un piccolo patrimonio di canzoni e musiche che pochi altri possono vantare nel nuovo secolo. L’intensità di interpretazioni che lasciano trapelare un trasporto quasi sovrannaturale, ai confini col mistico; gli interventi strumentali in perenne equilibrio tra folk e jazz senza essere mai né l’uno né l’altro; le dosi d’improvvisazione che esaltano i refrain e le scarne melodie vocali; le parole, colme di poesia intimista e sguardi d’amore; l’originalità della scrittura e delle pratiche connesse, stessa razza di quelle che portarono così in alto, irraggiungibili, i nomi citati e particolarmente il fragile Tim che navigava tra le stelle e che oggi, consapevole dell’azzardo a cui mi espongo a scriverlo, mi pare di ritrovare in Eric Chenaux.
Padre svizzero originario del Portorico e madre svizzera francese, Eric nasce negli Stati Uniti, dove la famiglia si trova per lavoro; a dieci anni lo troviamo a Vevey, in Svizzera, dove resta per qualche tempo prima di trasferirsi a Toronto, città in cui vive stabilmente per buona parte dell’età adulta e dove inizia a suonare in una formazione post-punk chiamata Phleg Camp. Dopo “Ya’ Red Fair Scratch”, album pubblicato nel 1992 senza alcun riscontro, la band si scioglie ed Eric comincia a frequentare la scena cittadina legata all’improvvisazione: finirà per suonare con personaggi come Han Bennink, Michael Moore, Pauline Oliveros, John Oswald e Michael Snow. “La prima volta che ho ascoltato Derek Bailey ed Eugene Chadbourne”, racconta Eric, “ho capito che stavo ascoltando qualcosa che avrei tenuto dentro di me a lungo. Ma questo tipo di epifanie, chiamiamole così, non sono mai abbastanza se restano da sole. Sono facili da ricordare e da immagazzinare, ma restano solo punti di partenza a cui fare riferimento mentre si cammina verso il futuro. Così, dopo aver studiato chitarra con Lloyd Garber, incontrai alcuni musicisti di Toronto che come me erano interessati allo stesso tipo di musica e da lì iniziò la mia storia nell’improvvisazione”. […]

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