Felt / Lawrence
Felt / Lawrence
Dal sogno dei FELT al glam dei DENIM al novelty rock dei GO-KART MOZART, un unico filo rosso nel genio di LAWRENCE. Storia e novità di una vera leggenda dell’indie inglese, che abbiamo intervistato.

UN UOMO IL CUI più grande cruccio è quello di non aver avuto il grande successo che meritava o piuttosto uno la cui più grande ambizione inconscia è sempre stata sentirsi intimamente e pubblicamente un fallito? Un sensibile crocevia tra ideale e sofferenza? Senz’altro un nobile eccentrico Lawrence, un enigma nella storia del pop. Una stella nera che brucia serena il suo fuoco. Un percorso in due parti il suo. La macchina Felt, dieci anni negli ’80 per dieci album e dieci singoli che rappresentano per suoni e attitudine la quintessenza dell’indie inglese. Il dopo Felt, venti anni dai ’90 ad oggi, in cui ha danzato disillusioni con la grazia del loser definitivo e in questo non privo di gioia, di orgoglio, tre album coi Denim e tre coi Go-Kart Mozart all’insegna del rovesciamento del sogno atmosferico feltiano, in una ironica giostra fatta di didascalie glam e novelty rock colorato e sintetico che stigmatizzando industria discografica e sé stesso però ribadiscono lo stesso genio. Dopo anni difficili oggi il sole torna a riscaldarlo, è appena uscito il terzo album dei Go-Kart Mozart, “On The Hot Dog Streets”, il film “Lawrence Of Belgravia” (mix tra Lawrence d’Arabia e il quartiere londinese dove abita) fatto da Paul Kelly, già autore di “Finisterre” su Saint Etienne e Londra, in UK ha risvegliato la passione degli inglesi più accorti per questo incredibile artista e uscirà a fine anno in DVD, è fuori anche un libro fotografico sui Felt, e i progetti futuri tornano a parlare di vita dopo tanti brutti segnali. Uno che si è salvato con l’ironia, con le sue manie ormai mitologiche, con un talento capace di rimanere nel tempo e lavorare col tempo. E che al tempo ha regalato una storia emozionante. Per giocare con due sue massime, “I was a moment that quickly passed” e “forever breathes the lonely word”, Lawrence è un momento che respira per sempre.

Water Orton, A Stagnant Heaven
Del nostro eroe conosciamo il nome, Lawrence. Il cognome non è mai stato certificato ma sembra proprio essere Hayward. È nato a Birmingham nel 1961 e si è trasferito da piccolo poco fuori, in un piccolo paese in campagna chiamato Water Orton. Arriva a 18 anni che di quella vita non gli piace nulla, il contesto famigliare con il padre che gioca d’azzardo, la mentalità diffusa. La sua testa persa in un sogno sonico e nelle immagini della cultura pop. Si innamora di Marc Bolan ma anche di Fripp e Eno e del punk. Ha una passione per lo stile, si cerca i vestiti giusti. Poi scopre “Marquee Moon” dei Television. Per lui è il miglior disco mai uscito. Una band inglese nuova che sente particolarmente vicina al suo ideale sono i Subway Sect di Vic Godard. È il 1979 quando Lawrence apre la scatola e trova l’incipit del libro della sua vita. Index, 7 pollici autoprodotto su Shangai Records, 500 copie, sul retro copertina una nota non solo descrittiva ma programmatica, “un rumore fuggito da una chitarra, una voce distante che implora silenzio in un linguaggio desueto”. Voce e chitarra sono quelle di Lawrence, che da solo inaugura la macchina Felt con queste due tracce mono impresse su un registratore a cassette, la title-track e la B-side Break It, corde elettriche fatte scendere in modo infantile, sparsi e radi mugugni, è quasi un voler dire “che strano, esisto”, a sé stesso prima che agli altri. Felt. Il nome deriva dall’ossessione di Lawrence per i Television, e nello specifico dal modo in cui Tom Verlaine dice “felt” in Venus De Milo. Ossessione che imporrà subito al reclutato Maurice Deebank, che conosceva perché nel paese era “uno che suonava la chitarra”, ma con cui non c’era amicizia particolare. Maurice è un chitarrista di formazione classica, e prende quindi a suonare su premesse verlainiane, ma per dare l’idea del suo sound possiamo dire che ha affinità atmosferiche con Johnny Marr e Vini Reilly. Il primo condividerà la vertiginosa agilità armonica byrdsiana, il secondo il travaglio psichico, l’umoralità domestica. Lui accorda però un suo florilegio estetizzante e tendente al barocco, profumi fuori dal tempo. Lawrence canta senza mai invadere il campo, come quel gentleman che è, un po’ mutazione british tra Verlaine e Lou Reed, con nel cocktail qualche stilla dylaniana a dare retrogusto. I suoi testi sono letterari e inediti in una scena inglese non ancora travolta dal ciclone Morrissey. Come dirà Lawrence: “Television, Patti Smith e Richard Hell, gente che cercava di unire poesia e rock. Era quello che volevo fare, formare una band art rock. Credevo nella poesia e questo trovava sostegno in Patti Smith e Television”. [...]

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