FIONA APPLE
FIONA APPLE
Stefano I. Bianchi

Il titolo del quarto album di FIONA APPLE in sedici anni di attività è lunghissimo: “The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do”. Ma noi saremo brevi: si tratta semplicemente di un capolavoro, inevitabilmente una delle uscite più importanti dell’anno.


PER UNA SERIE di sfortunate contingenze e coincidenze sono riuscito ad ascoltare “The Idler Wheel…”, il nuovo album di Fiona Apple, solo dopo la chiusura del numero di settembre e quindi è giocoforza scriverne adesso, a più di tre mesi da quando è uscito, lo scorso 19 giugno. Ma non c’è fretta, in fin dei conti è solo un capolavoro, quindi possiamo prenderlo con tutta la calma necessaria: la sua onda lunga non passerà in pochi mesi.


È facile sbagliare
Con Fiona è facile sbagliare. È bella, sa di esserlo e non fa nulla per sembrare di non esserlo. È elegante, ha un aspetto raffinato, due occhioni da cerbiatta e quel tot di civetteria distaccata che fa tanto mannequin in libera uscita; di primo acchito le differenze con Carlà non sono poi tante. Eppoi è figlia, nipote e sorella d’arte (la madre è la cantante Diana McAfee, il padre è l’attore Brandon Maggart, i nonni erano nel giro e i fratelli lo sono), ha avuto i flirt giusti nel jet set giusto (il regista Paul Thomas Anderson, lo scrittore Jonathan Ames) e incide da sempre su major. Insomma, con lei è facile cascare nella trappola della nullità con microfono in mano e lavarsene le mani solo a vederla nelle foto promozionali, ancor prima di sentire una sola nota e un solo fiato. Errore. Anche perché quelle che un fisico bestiale ce l’hanno è giusto che lo mostrino di default, soprattutto le chanteuse dell’universo pop che occhieggia al jazz. Che poi sarebbe un errore anche questo. L’abito, insomma, non fa la monaca, e le medaglie hanno sempre almeno due facce.


Adolescenze e veleni
Fiona Apple venne violentata davanti al garage della casa di sua madre quando aveva appena 11 anni. E questa è la seconda faccia di una medaglia che ne conterà non meno di tre o quattro. La ragazzina impiegò sei anni della sua fragile e disturbata adolescenza per rimarginare le ferite di quella mostruosità, cercò di esorcizzare il dolore nella musica, decise per la vita che non avrebbe mai avuto figli, cadde vittima dell’anoressia, iniziò a bere pesantemente. A sedici anni lasciò scuola e casa per andare a Los Angeles a cercare fortuna nella musica; a un certo punto di quel calvario esistenziale riuscì a far sentire una cassetta demo con le sue canzoni alla produttrice Kathryn Schenker, che a sua volta passò il nastro alla Epic. Lì le trovarono subito una casa, convinti di avere tra le mani l’ennesima nuova cantante di appeal alt-mainstream alla Tori Amos, Alanis Morissette, Suzanne Vega o Ani DiFranco, che tanto successo stavano riscuotendo a metà anni ‘90…
Fu così che Fiona Apple McAfee Maggart nel ’96, quando aveva appena 18 anni, pubblicò il suo primo disco. Si chiamava “Tidal” e fu un successo da tre milioni di copie, trascinato nelle classifiche anche dal controverso video di Criminal, dove la ragazza si mostrava mezza nuda e in atteggiamenti provocatori senza fare alcun mistero della malattia che l’aveva afflitta e presumibilmente ancora l’affliggeva. Tutto a posto, con la fama? Per niente. Passarono tre anni tra crisi di nervi (dal vivo abbandonava spesso il palco a metà concerto) e piazzate clamorose (all’MTV Awards del ’97 ritirò il premio come miglior nuova artista sputando veleno su tutto e tutti) per dare un seguito all’esordio…

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