Flavio Giurato.
Flavio Giurato.
di Christian Zingales

Come il bambino di Intrepid Cosmonaut, il pezzo che apre il nuovo album, Flavio Giurato ha sempre viaggiato in un suo spazio immaginario, una forma canzone errante e libera, uno spazio legato a doppio filo al Novecento dove il realismo è pretesto per una serie di trip poetici visionari e sentimentali, di flussi molto visuali, come fossero musiche per gli occhi o film aurali. Un mondo a parte dove rielaborare nella distanza gli altri pianeti che hanno influenzato il suo viaggio. La discografia, rifuggita nella sua espressione burocratica a inizio ’80 dopo i primi tre album che lo hanno reso leggenda e praticata poi in una gloriosa maturità creativa nelle forme più autenticamente indipendenti. La famiglia, dal padre che è “Il console generale” a cui il titolo del nuovo disco si ispira, al nonno Giovacchino Forzano, librettista di Puccini, passando per i fratelli in arte, il televisivo Luca e il cinematografico Blasco. E poi Roma, la città Stato che sempre nella title-track è dipinta come impero dove tutto si snoda, in un’allegoria sulla vita come battaglia, perché “saremo quello che avremo fatto/ saremo il sangue che avremo addosso”, e dove spunta quello che lui definisce un vezzo, la citazione di fantasmagorici “arcieri Orbetello”, che evocano il mitologico dittico orbetelliano da “Il tuffatore”, là dove Intrepid Cosmonaut pone a guida di tutto gli “arcieri tibetani”, con un’indicazione che sa di riepilogo: “Dopo le più attente considerazioni l’inimitabile respiro degli arcieri tibetani è quello che consiglio per l’accordatura di tutti gli esseri umani, in tutte le prigioni pubbliche e personali”. Tutto tra una mezza ossessione attuale per gli imminenti influssi della fisica quantistica e i due progetti con cui vuole coronare il suo percorso, un disco in inglese e un film western. […]

…segue per 6 pagine nel numero 335 di Blow Up, aprile 2026

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