FLYING LUTTENBACHERS
FLYING LUTTENBACHERS
di Stefano I. Bianchi

“Le mie influenze si possono riassumere nella musica dei Contortions, nel death metal, nel black metal e nell’odio per la razza umana. La razza umana nel suo complesso è stata veramente una grossa influenza per me, perché io odio tutti. Veramente tutti.” (Weasel Walter)
“Per me direi Havohej, Leadbelly, Sonny Sharrock, Sonny e Cher e il wrestling” (Chuck Falzone)
“George Harrison, il White Album e... che ne dici di Lisa Suckdog?” (Bill Pisarri)


    Nel momento in cui scrivevo l’articolo sulla Now Wave (B.U. n.2) non conoscevo ancora la lunga storia dei Flying Luttenbachers, che prima di Revenge avevano già pubblicato ben altri 3 album, ai quali adesso si deve aggiungere, oltre a quello, anche il nuovissimo Gods Of Chaos, album ottimo in sé e occasione perfetta per tornare sul gruppo e rendergli finalmente giustizia. Eviterò di disquisire sulle enormi difficoltà che si incontrano nel cercare notizie quando si naviga sui mari delle musiche ‘sommerse’ del pianeta Terra: alla bisogna necessiterebbero piuttosto sommergibili potenti che non i piccoli scafandri che Blow Up riesce a permettersi...
    A dire il vero però l’errore non era del tutto tale: in qualche maniera Revenge Of The Flying Luttenbachers era anche un esordio, visto che battezzava la più recente delle molte formazioni che si sono susseguite sotto la sigla, ne sanciva il legame con la Skin Graft e insieme dava il via su ‘grossa’ scala all’operazione ‘now wave’. Per di più i primi tre album della band sono circolati, fino a pochi mesi fa, molto malamente; in origine il primo era solo su cassetta e i due seguenti esclusivamente in vinile. Quindi ri(scoprirli) diventa questione di stretta attualità.
    I Flying Luttenbachers sono, innanzi tutto, la band di Weasel Walter, padrone assoluto del vaporetto e unico sopravvissuto delle molte incarnazioni che il gruppo ha conosciuto dalla fine del 1991, epoca in cui ebbe origine il primo nucleo. Egocentrico e megalomane, dittatoriale fino alla nausea (e al masochismo), scontroso, indisponente e parimenti geniale, Walter è un dinamico polistrumentista che ha soprattutto il vizio della batteria ma è capace di misurarsi anche al clarinetto, alla chitarra, al sax e al synth. Si presenta sul palco con la faccia sempre dipinta di bianco e due cornetti da diavolo che gli spuntano tra i capelli. E’ stato il primo e principale agitatore della nutritissima scena ‘no wave’ di Chicago, solo oggi conosciuta un po’ meglio e ribattezzata ‘now wave’. Definisce da sempre il suo progetto musicale ‘punk jazz’, e raramente ci si è avvicinati a un concetto simile quanto abbia saputo fare lui, nella forma e nello spirito.

“Il ‘punk-jazz’? In America tu devi avere una ‘dimensione’, come si dice. La parola però non è del tutto errata. Voglio dare l’idea di un approccio senza tanti fronzoli, irriverente e catartico nei confronti dell’improvvisazione e della composizione. Una parte di punk e una parte di jazz. Lester Bangs chiamava ‘punk jazz’ band come i Decoding Society, James Blood Ulmer, i Contortions e i Voidoids. Mi sembra che questo ci metta in buona compagnia! Credo anche che questo renda consapevole il pubblico del fatto che i Flying Luttenbachers non sono qualcosa di esoterico, ostile o ‘arty’. Noi vogliamo fare rock! Anche se strumentalmente una band come l’NRG Ensemble farebbe il culo a ciascuna delle diverse formazioni dei FL, il pubblico ci mette molto di più per comprendere a fondo una band come la nostra. Non capisce cosa facciamo; sembra una specie di jazz ma il più delle volte resta loro misterioso, incomprensibile. Una vera vergogna, ti pare?” (Weasel Walter)

    Le parole appena citate possono fungere da perfetto riassunto della loro musica ma non danno l’idea di quanto essa sia cambiata nel corso del tempo. Dagli inizi in perfetto stile free jazz alle successive trasformazioni verso un’anarcoide forma di free-noise-jazz-death, i Luttenbachers hanno definito parametri inediti per la musica legata agli stilemi del rock più spigoloso. La no wave rivive in loro esattamente come spirito libertario e illimitato, come connubio e fusione di culture tra loro estremamente differenti (il jazz e il death metal, per dire) in una forma che non sarebbe azzardato leggere come world music, se la parola non fosse stata definitivamente defraudata dell’originale e nobile significato di meticciato culturale e radicale provocazione estetica. Ma non aspettatevi operazioni stilizzate o eccentricità intellettuali; lo spirito che anima la band è in questo distante da quello - molto arty - che animò i newyorkesi di fine Settanta: è volgare, grezzo, ridanciano, animale. E il loro rock potente e sfacciato, irrimediabilmente inimmaginabile e sorprendente. Un cazzotto allo stomaco in un’epoca di estrema educazione e sin troppa cervelloticità, anche nel rock.

CHICAGO’S FREE JAZZ SONS OF SATAN
    La nostra storia comincia quando, nell’autunno 1990, l’adolescente Weasel Walter si spostò da Rockford a Chicago per studiare musica. Pur avendo trascorsi in piccole band punk, era interessato soprattutto alla scena free jazz, e in particolare al sassofonista Hal Russell dell’NRG Ensemble, da un cui album era stato folgorato avendo ritrovato in esso “la forza che il punk non aveva più e la capacità di uscire dagli schemi che il rock aveva dimenticato”. Una volta arrivato a Chicago, Walter iniziò a frequentare i locali legati alla scena dell’improvvisazione jazz e si fece conoscere nel circuito con una serie di effimere formazioni, riuscendo infine a contattare Russel. Il vecchio musicista sbarcava il lunario dando lezioni  private di musica, ed è proprio questa la scusa che Walter usò per avvicinarlo, visto che il suo insegnante scolastico lo aveva escluso dai corsi universitari avendolo sentito eseguire, durante uno stage, una cover di Impressions di John Coltrane trasfigurata in mostruosità noise (per inciso, uno degli studenti ad assistere all’esibizione era l’imberbe Bobby Conn che, al contrario, lo avrebbe poi chiamato a collaborare per il proprio album d’esordio).
    Colpito dalla furia iconoclasta dell’allievo, Russel decise di formare una band con lui e con il secondo sassofonista Chad Organ; i Flying Luttenbachers - la sigla è un omaggio a Russell, il cui nome completo era Harold Russell Luttenbacher - nascono così ufficialmente il 6 dicembre 1991 con formazione a tre: due sax e una batteria. Un concerto trasmesso via radio il 6 febbraio 1992 venne registrato e pubblicato in cassetta dalla personale etichetta di Walter, la ugEXPLODE, col titolo Live at WNUR 2-6-92. E’, questa, l’unica testimonianza della prima incarnazione del gruppo.

“Hal era veramente un pazzo furioso. E’ stato il mio idolo sin da quando ascoltai il suo album “Eftsoons”, che conteneva una serie di duetti con il sassofonista Mars Williams. Il primo minuto del disco è una cosa stupefacente, esplosiva, dissacrante; non ho mai sentito niente di simile, neanche nel punk. Iniziai a suonare la batteria per fare come lui, che aveva iniziato così prima di dedicarsi al sax, negli anni Settanta, illuminato da Albert Ayler. Suonare con lui era sempre eccitantissimo. Aveva un animo fanciullesco, candido, riusciva a dire e a fare qualsiasi cosa. Ce la spassavamo un sacco, insieme, ed è sempre nel mio cuore.” (Weasel Walter)

    Live At WNUR 2-6-92 è un bell’album di disordinato free jazz, tutto giocato sull’intricarsi dei fiati di Organ e Russell (sax il primo, sax e tromba il secondo) che si rincorrono continuamente tra atonalità, demenzialità e parodistiche trasfigurazioni di altri celebri fiatisti, in primis quell’Albert Ayler di cui si fanno anche due cover (una è la classica Ghosts) e il cui spirito caratterizza un po’ tutto l’album, tra scampoli di musica bandistica e popolare, stridori e dissonanze; sullo sfondo, a far da collante, la sferragliante, tambureggiante, illimitata batteria di Walter. L’album è però principalmente un giochino del vecchio Russell, che pare divertirsi molto con i due giovani e scapestrati compagni; la sua classe si scontra con l’energia degli altri due e la brillantezza della performance trova proprio in queste due speculari componenti il proprio punto di forza.
    Dal maggio del 1992 i contatti tra i tre divennero sempre più sporadici a causa dei crescenti impegni di Russell con l’NRG Ensemble, col quale aveva appena firmato un contratto di distribuzione europea che lo ‘costrinse’ all’abbandono della comunque estemporanea e fragile formazione. In ogni caso il sassofonista non sarebbe mai riuscito a godersi i possibili frutti dell’operazione: nell’ottobre seguente, infatti, morì improvvisamente.
    Dopo la sua defezione Walter chiamò con sé il sassofonista Ken Vandermark (oggi nei DK3 e nei Vandermark 5), già affermato nella scena jazz di Chicago. Con il suo ingresso - da strumentista certo più ‘classico’ di Russell com’è - la musica del gruppo iniziò ad avere una struttura più definita e meno legata all’improvvisazione pura, in un cammino che si sarebbe fatto via via sempre più compatto e progressivamente ‘rock’. L’8 agosto i Luttenbachers fecero la prima apparizione importante aprendo per Zeni Geva al Lounge AX, occasione in cui salì sul palco con loro anche l’onnipresente Jim O’Rourke, che divenne immediatamente fan entusiasta del gruppo e ‘padrino’ del nugolo di altre piccole band rock dedite a quell’improvvisazione scanzonata e sganciata dalle forme puriste del jazz che avrebbero poi dato forma alla ‘now wave’. Da lì in avanti i FL cominciarono a diventare una piccola attrazione locale, con Walter che alla fine di ogni concerto si metteva regolarmente in mostra distruggendo il set della batteria.

DISTRUGGIAMO TUTTA LA MUSICA
    Conscio della limitatezza delle possibilità espressive di una band composta solo da un batterista e due fiatisti, nel dicembre del ‘92 Walter decise di aggiungere altri elementi per dare maggior coesione e insieme dinamicità al suono. La fase successiva del gruppo iniziò appunto con l’ingresso di Jeb Bishop (ex Angels Of Epistemology) al basso e Dylan Posa (Brise-Glace ecc.) alla chitarra, nei primi mesi del ‘93. La band cominciò ad estendere anche la strumentazione adoperata in scena, con Organ che si destreggiava al moog e Walter e Vandermark che duettavano ai clarinetti bassi.
    La formazione viveva comunque una dimensione estremamente provvisoria e frammentaria, e su questo dovremo aprire una piccola parentesi. Le cronache dei concerti raccontano infatti di una formazione del tutto ‘aperta’ alla presenza di ospiti; pare addirittura che non ci fosse mai una line up uguale all’altra. Questa estrema libertà di ‘movimento’ e totale mancanza di struttura fissa era certamente dovuta alla natura stessa della musica suonata - di per sé propensa a ogni tipo di rimescolamento e casualità - ma anche a quanto stava accadendo nella ribollente scena di cui faceva parte. Come già detto, quello era un periodo estremamente fecondo per la città; i concerti si intensificavano ed erano sempre più i locali in cui si suonava libera improvvisazione tra rock, no wave e jazz. Il locale di riferimento era lo Czar Bar, dove la cosiddetta scena “Chicago No Wave” era nata ufficialmente il 29 gennaio del ‘93 con un concerto dei Luttenbachers, delle Scissor Girls e dei Trenchmouth. Oltre a queste, le altre band del giro si chiamavano Math, Specula, Dueces, Slope, Moonmen, Anthropod Vector, Mother Country Death Rattle, 2 Fast 4 Love, Carnival De Carnitas, Condeucent (la prima band di Bobby Conn), Mow. Nel ’94, poi, sarebbe nata la ‘seconda generazione’ di band, denominate ‘now wave’: Vagiant, Dot Dot Dot, Hott Lixx, Maggot, Duotron, Quintron, Strawberry Vanilla, Blackgrass, Short And Sweet, Bobby Conn, Monitor Radio, Coutures; praticamente quelle che ancora oggi vanno avanti e che possiamo ascoltare, ad esempio, nell’ottima compilation “Camp Skin Graft”. Tanto per dare un’ulteriore idea di quanto bolliva in pentola, ecco un piccolo elenco delle band di cui lo stesso Walter faceva parte nel 1994 oltre ai Flying Luttenbachers: Ectomorph, Vagiant, Rev Trio, Duotron, Cornelius Gomez, Vandermark/Cristol/Walter Trio, Improvised Music Workshop, 2 Fast 4 Love, Weasel Walter Nonet e Strawberry Vanilla. E lo stesso vale per tutti gli altri Luttenbachers... Si capirà quindi che, più che band, tutti questi erano qualcosa di simile a degli ensemble aperti, guidati generalmente da una sola persona che si sceglieva di volta in volta i musicisti di accompagnamento.
    I nuovi FL, dicevamo, erano diventati un quintetto. Dopo una lunga serie di concerti, nell’ottobre ’93 registrarono il secondo album, Constructive Destruction, pubblicandolo però in sole 300 copie vinilitiche; l’album è stato poi ristampato su CD nel 1996.
    Constructive Destruction è ancora molto buono ma impossibile da paragonare al precedente. L’ingresso di basso e chitarra aveva stravolto profondamente il suono del gruppo, che restava ancora molto jazzato ma conteneva anche robuste iniezioni di rock e complessivamente mostrava una definizione dei pezzi prima quasi inesistente. L’iniziale The critic stomp è emblematica per tutto l’album, un r’n’r a tempo di jazz che si rincorre continuamente tra una chitarra di stampo rock-noise e frasi di fiati impazziti. E’ il ritmo, infatti, l’altra componente che si fa strada; Walter non tambureggia né improvvisa: fornisce la base su cui le due primedonne Vandermark e Posa si alternano con spazi e importanza uguali negli assolo e nei ponti, anche se è piuttosto evidente come la ‘classicità’ jazz del primo strida un po’ con la formazione rock del secondo e stoni leggermente anche in confronto sia con la precedente anarchia di Russell che con l’attuale ruolo ‘di supporto’ di Organ. Il basso di Bishop si barcamena magistralmente tra giri jazz e improvvise squadrature rock (Pointed stick-93B). Ci sono momenti di puro delirio free (The indiscreet notion), ma sono limitati nell’economia complessiva, così come le eruzioni più rock (Fist through glass). Quanto emerge è un’originale mescolanza di generi e stili, dalla finale Coffeehouse in Flames, in perfetto stile ayleriano, a Eaten by sharks, tutto un gioco di dissolvenze del clarinetto di Vandermark, dagli splendidi accenni di derivazione folkie di Playing in the dumpster alla personale prova solista di Organ in Brainstorm. Piacevole e per niente scontato, questo è l’album meno iconoclasta e meglio assimilabile di tutta la storia della band. Certo ancora distante da quanto sarebbe arrivato in futuro e da quanto aveva in mente Weasel Walter.
    Il successivo periodo di relativa stabilità permise al gruppo di farsi conoscere anche fuori dalla cerchia cittadina, tanto che iniziarono ad arrivare offerte per un nuovo album da realizzare in tempi brevissimi. Nel maggio ‘94 i cinque si avviarono quindi in studio per registrare, ma le sessions andarono avanti per mesi, con ritardi, improvvise defezioni e repentini rientri. Il problema era soprattutto una questione di leadership tra Walter e Vandermark, con quest’ultimo che insisteva per riportare il suono verso il jazz mentre il primo voleva dare più spazio alla chitarra di Dylan Posa trasbordando il sound del gruppo verso lidi più rockeggianti. La diatriba culminò con l’abbandono definitivo di Vandermark, che in Destroy All Music, pubblicato a inizio ’95, figurerà solo per metà dei pezzi.
    Il nuovo lavoro mostra una potenza e una ferocia inedite. Chitarra e sax creano un muro sonoro bestiale, e prova ne sono l’iniziale Demonic velocities/20,000,000 volts, la reprise di First through glass (ben più caotica e brutale che nell’album precedente) e il barbaro frammento Sparrow’s thin ict. Adesso la definizione di ‘jazz’ perde completamente di significato (l’unico pezzo a cui il termine si può applicare è Tiamat en arc), restando solo nell’idea di improvvisazione completamente ‘free’ trasportata in ambito anarco-noiserock, come accade nelle splendide Splürge, tutta dissonanze e spasmi, e Dance of the lonely hyenas, o ancora nell’ennesima ripresa di Attack sequence, qui rititolata Final variation on a theme entitled Attack sequence. Verlag aus den ‘Turbo Scratcher ®’ è invece un frenetico funk di stampo Contortions e The necessary impossibility of determinism - con ottime performances di Organ al moog e Bishop al Casio (!) - potrebbe ricordare dei Rip Rig + Panic col cuore meno nero.
    L’album, complessivamente, risulta un’improvvisazione stonata e anarchica, se vogliamo meno focalizzata (e peggio registrata) ma complessivamente più efficace e convincente di Constructive Destruction, con richiami sempre più forti alla no wave anarcoide dei Mars e agli esperimenti più dissonanti dei Contortions: “Sì, la no wave newyorkese fa parte assolutamente delle mie influenze. Fondamentalmente si trattava di musicisti che non avevano un background musicale. Erano ‘arty’, direi. Ma prendevano del puro noise e lo trasferivano in un formato rock. Questo, ho voluto fare con Destroy All Music.” (Weasel Walter)
    Alla fine delle registrazioni, come già detto, Vandermark uscì dal gruppo, mentre i quattro restanti iniziarono a suonare anche fuori da Chicago. I tempi erano però maturi per l’ulteriore cambiamento di direzione, tanto che, al ritorno da un lungo tour che li aveva portati anche a New York e Boston, Walter informò il resto del gruppo che la band era sciolta perché lui non desiderava più suonare con loro. Il leader voleva un suono ancora più aggressivo, che avrebbe dovuto unire insieme le componenti più estreme del jazz e del rock e non dedicarsi allo studio e alla “ricerca estetica” come, a sentir lui, sembrava avviato a fare il quartetto.

“Mi è sempre stato difficile trovare persone con cui andare d’accordo. Io voglio che ci sia una certa estetica di ‘severità intollerante’ e ‘movimento costante’, evitando le vaghe sciocchezze e l’ordinaria merda rock-funk-jazz che un mucchio di gente produce. Volevo colpire emotivamente il pubblico con un suono il più possibile organico. E’ facile accendere un amplificatore e colpire a caso una serie di piatti. Per me fare una cosa simile è noioso, è un suicidio musicale. Ci sono un mucchio di persone che lo fanno e fanno tutti cacare... E’ importante tenersi sempre in movimento. Non sono pagato per suonare, lo faccio solo per divertimento. Questo mantiene la mia visione incontaminata.” (Weasel Walter)

GLI DEI DEL CAOS
    Restato solo, Walter iniziò a ricostruire la band pensando a una strumentazione più stringata e soprattutto più violenta. Dopo diverse prove con una miriade di musicisti, concerti in cui suonava diversi strumenti accompagnato da nastri preregistrati e qualche incisione fatta suonando tutti gli strumenti, il batterista si rimise in contatto col vecchio amico Bill Pisarri (al basso) e con il chitarrista Chuck Falzone, dando vita alla terza incarnazione dei Flying Luttenbachers, quella attiva ancora oggi.
Il primo album della nuova band è Revenge Of The Flying Luttenbachers, considerabile l’ennesimo esordio non solo perché i membri che accompagnano Walter sono del tutto nuovi ma anche perché l’album è anche quello che fa registrare lo scarto musicale più sensibile rispetto ai precedenti.

“Non so... ‘punk jazz’ mi suona come una parola scaduta, non so se è sempre appropriato per definire quello che facciamo. A questo punto credo che noi siamo... Death Jazz! Sì, abbiamo rinunciato al punk. Lo lasceremo a Ken Vandermark; potrà ‘Nirvanare’ il suo jazz quanto vuole. Noi siamo una band death metal adesso. Quindi il punk è qualcosa di irrilevante a questo punto. In ogni caso, se la gente deve proprio definirci in qualche maniera può anche continuare a farlo così...” (Weasel Walter)

    Da Revenge quasi scompare il sax (solo occasionalmente suonato da Walter) e arrivano dosi di grindcore e metal, sia nell’uso della chitarra che nel rantolo e nella furia della batteria. La violenza della musica prodotta ricorda adesso più che mai i vecchi Mars, mentre la protagonista dell’album è definitivamente la chitarra di Falzone, capace di svilupparsi verso l’alto come in una delirante sinfonia o di indugiare in angoscianti sospensioni del respiro (vedi Murdermachinemuzak).

“La mia band preferita oggi sono gli Harry Pussy. Odio doverlo dire ma è vero. E il death metal, sebbene non sappia dire quanto realmente abbiamo in comune con esso dal punto di vista musicale. Ma io e Chuck siamo sempre più influenzati dal death metal e dai suoi ritmi, soprattutto dagli elementi di velocità, atonalità e chaos.” (Weasel Walter)
“A me piacciono molto le band noise giapponesi come i Boredoms e gli Hanatarash.” (Bill Pisarri)

    Il martellamento dell’iniziale Storm of shit è il manifesto programmatico della loro arte, così come i continui stop & go della splendida Spasm, le contrazioni e i crescendo di 4,5,6 e la furia spettacolare di Clank. Gli esperimenti di Number three sono tutti dissonanze e singulti; le plumbee atmosfere di Thoughts for americans, l’ossessività di Mercury Retrograde e le costipazioni di Death ray stanno tra Pere Ubu, Teenage Jesus e, a tratti, primi Gang Of Four; The holy mountain è uno stranito episodio che dopo una maestosa partenza sinfonica va a terminare in dialogo tra percussioni e clarinetto. Revenge è un vero e proprio capolavoro, ma ancora poco rispetto al quinto album del gruppo.

“C’è qualcosa che mi è sempre piaciuto delle prime band di Frank Zappa. Ci ho pensato a lungo, e il perché sta nel fatto che avevano questa mistura di completa incompetenza e assoluta competenza. Per esempio, Motorhead Sherwood, il loro sassofonista baritono, non conosceva le note eppure era nel gruppo! C’erano persone come Don Preston che... be’ magari questo è un brutto esempio... Ma c’erano dei non-musicisti che suonavano insieme a dei virtuosi come Ian Underwood. Ma intendiamoci, non vogliamo fare dei collage come Zappa o quegli altri, quei giapponesi, come si chiamano... Sì, i Ground-Zero... che non mi piacciono per niente. Pastiche, kitsch, fasulli, bleah. Credo ci siamo problemi quando metti insieme diversi stili musicali. Ad esempio anche John Zorn, quello che produce non è altro che un mucchio di merda. E’ come se si mettesse a sedere e dicesse: ‘Oh, bene, adesso metto insieme un po’ di musica per cartoni animati insieme a un po’ di roba che suoni death metal, poi ci piazzo del country & western e una porzione di... Non ho niente di personale contro di lui, è un grande musicista e una persona molto intelligente, i suoi primi album sono fottutamente incredibili. Album come Archery e Pool sono assolutamente eccellenti ed originali. E mi sembra una vergogna che oggi lui si riduca a questi trucchetti per attirare un po’ d’attenzione. Mi suona falso, solo falso.” (Weasel Walter)

    Il nuovo album si chiama Gods Of Chaos ed è uscito a gennaio ‘98. L’unico problema che troverete nell’affrontarlo è che dovrete superare l’impatto delle prime due tracce, rispettivamente l’annuncio dell’arrivo della band e un bestiale attacco di apocalittico free noise. Fate uno sforzo e andate avanti. Scoprirete un album memorabile e una band ancora una volta superlativa. Gods Of Chaos nel complesso abbandona l’impatto prettamente rock del precedente per ricongiungersi idealmente alle partiture free (anche jazz) di Destroy All Music.
    Le tracce indicate dal lettore sono 12, i titoli però solo 6, senza altra indicazione che l’idea di un’unica suite di 45 minuti suddivisa, appunto, in 6 momenti. Se i miei calcoli rispondono al vero, possiamo dire che il mastodontico varco aperto dell’appena citata Pointed stick variations si diluisce in una sequenza per batteria distorta fino a introdurre Stream of needles, altra marziale apertura percussiva che scompare tra svisate di chitarra, campane e synth. La seguente The floatation method è l’episodio più sconcertante dell’intero lavoro: percussioni sparse di ogni genere, cinguettii di chitarra e risucchi di moog in un miscuglio dall’apparenza gratuita, una specie di gioco all’improvvisazione dove ogni particolare lega con quello vicino fino ad assumere un aspetto di estrema coerenza interna, e pertanto paradossalmente tutto fuorché improvvisato. Alien autopsy gioca ancora all’insegna del ribaltamento delle regole, con un riff di chitarra a introdurre un’informe quadriglia che sembra la negazione della squadratura rock data dalla chitarra. The sun is bleeding è l’episodio più lungo del CD, una sarabanda in cui si passa da conati hardcore a piccoli passi di valzer incontrando gemiti di sax che imitano chitarre e chitarre che imitano sax, inserti di violino e clarinetto; Sun Ra e Captain Beefheart, Albert Ayler e Jimi Hendrix, tutti insieme. La parte che termina il CD si chiama Cryptosporidium: dopo tanto delirio vi sembrerà di bere un bicchiere d’acqua fresca; una parte introduttiva per chitarra jazz che sfocia nel crescendo wagneriano che chiude definitivamente l’album. Tra i ringraziamenti, Jim O’Rourke e il suo computer.

“Non conosco né le note né gli accordi. Suono completamente a orecchio, una specie di ‘flusso di coscienza’ musicale, capisci? Credo che ci sia molta libertà in questo. Molti hanno paura a spezzare le strutture che gli hanno insegnato i Pearl Jam, per dire. Ascoltare la radio fa pensare loro che sia impossibile fare qualcosa di diverso. Il nostro è un modo per dire a tutti ‘guardate, chiunque può provarci’, anche se in realtà la cosa ha a che fare con una vera e propria esatta estetica. Non è che qualsiasi stronzo che sale su un palco sia buono, insomma.” (Bill Pisarri)

    Gods Of Chaos è l’apocalittica rappresentazione di un rock in via di definitivo disfacimento, forse anche il disperato tentativo di tenerne in vita la forza anarchica e futuribile. Anzi, per esser più precisi e seguire quanto scrivono loro stessi, “Gods Of Chaos è la rappresentazione della fine della razza umana, della quale l’album illustra gli ultimi, pochi eventi che ne determineranno la fine, in uno schema che è per forza di cose compresso.” Eppure ad ascoltar cose simili si sarebbe tentati di dire che una speranza dove ancora pur esserci, in fondo... “La sezione finale dell’album riflette la serenità che deriverà dalle conseguenze di quell’evento, almeno secondo i protagonisti”, scrivono ancora. Chissà, forse il rock, allora, tornerà ancora una volta a stupirci.

ULTIME
“Il 14 febbraio scorso abbiamo fatto l’ultimo concerto, a Chicago, con la line up Walter-Falzone- Pisarri. La band era molto buona ma troppo limitata per lo scopo che mi sono proposto. Abbiamo fatto quanto era necessario e quanto dovevamo fare, però adesso ho bisogno di far avanzare gli ideali del mio progetto e per far questo ho bisogno di musicisti migliori ad accompagnarmi. Inizierò a lavorare su muova musica con nuova gente anche se lascerò aperte le porte a Falzone e Pisarri per potersi ricongiungere il giorno che avranno qualcosa di nuovo da dire. La strumentazione del nuovo gruppo probabilmente comprenderà due bassi, violino e batteria. Sto cercando persone che siano molto più complesse dal punto di vista della composizione e che siano più abili nell’improvvisazione.” (Weasel Walter)

    Anche la più recente incarnazione dei Flying Luttenbachers non ha quindi retto oltre i due album. In attesa degli sviluppi futuri (accanto a Weasel Walter, nei nuovi F.L. ascolteremo Michael Colligan ai fiati, Kurt Johnson al contrabbasso, Julie Pomerleau al violino e Fred Lonberg-Holm al violoncello), vi segnalo due importanti ripescaggi; il primo è la ristampa su CD (Skin Graft) del terzo LP della band, Destroy All Music, originariamente uscito nel ’94 solo su vinile. Non la farò lunga (vi rimando al #4 di BU per un lungo articolo sulla band): è una bomba. Anarchico e caotico come tutte le altre uscite, Destroy All Music (il secondo e ultimo con il sassofonista Ken Vandermark in formazione) rappresenta il passo decisivo che Walter fece verso quella musica che ama definire ‘death jazz’, sua propria e, sul serio, di nessun altro. Free jazz strabordante e inverecondo che copula con un noise che più arty non si potrebbe, consistenti frammenti di no wave e un’attitudine che è la più esplosiva che si possa immaginare. La seconda uscita è Retrospektiv III (ugExplode/Quinnah), raccolta di pezzi usciti solo su compilation e singolo, un album che, oltre a dare meritata dignità a episodi altrimenti irreperibili, offre una visuale completa ed esauriente delle molte, diversissime, formazioni del gruppo.

[articolo pubblicato su Blow Up #4 - Gennaio/Febbraio 1998]


TUTTE LE RECENSIONI PUBBLICATE SU BLOW UP
Retrospektïw III (CD UgExplode/Quinnah) (16t-51:42)
La religione dei Flying Luttenbachers (e, devo dire, anche della ‘now wave’) si sta diffondendo anche dalle nostre parti, e questo è già un bel segnale. Questa preziosa antologia fa il punto su una discografia delirante in quanto a partecipazioni a compilation, split, singoli ed EP vari. Erano proprio due di questi ultimi il più oscuro oggetto del desiderio dei fan della band: 546 Seconds Of Noise e 1389 Seconds Of Noise, ognuno con tre pezzi poco meno che stratosferici ma stampati in sole 500 copie immediatamente dissolte, sono finalmente disponibili ‘in eterno’. Ascoltando la sequenza dei brani, tutti in ordine rigorosamente cronologico, si comprende bene l’evoluzione dei Luttenbachers dalle origini free jazz alle ultime contaminazioni noise e death. Emergono la classica The Critic Stomp, Throwing Bricks, le vecchie Sram (con Hal Russell) e Life Of Grime, la recente Son Of Sisyphus, con in formazione Falzone e Pisarri. Stupiscono Logic Negation System, Modulation Decay Unit e Deception, eseguite da un Weasel Walter in completa solitudine e alle prese anche con strumentazione elettronica, una strada interessantissima anche se mai più percorsa. Un CD fortemente consigliato a chi ama il jazz meno canonico, la musica globale, il vero indie rock, Blow Up, e una band destinata a un presente da culto esoterico e a coccodrillesche riscoperte future. (8) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up#10, Marzo 1999]

...The Truth Is A Fucking Lie... (LP ugEXPLODE) (6t-39:38)
Squeak e screak di trombetta in botta/risposta con un violoncello che meno violoncello non si potrebbe a dimenarsi sopra un groove scuro come doom metal e pesante come Melvins col peperoncino nel posto giusto. Sono tornati i Flying Luttenbachers.
C’era timore, come sempre accade per dischi che si attendono tanto, che l’ennesima nuova versione della band del funambolico batterista Weasel Walter (tutto sui FL in BU#4) non reggesse il confronto con se stessa. Niente da fare, aspetteremo il prossimo disco per dubitare, quest’uomo per adesso è ancora incontenibile. In pratica ora non c’è una nuova versione dei FL ma un ensemble aperto con dentro Fred Lonberg-Holm, Michael Corrigan, Kurt Johnson, Dylan Posa, Julie Pomerlau/Monica BouBou e i due ‘ex’ Chuck Falzone e William Pisarri. The Truth... è forse il lavoro più avanguardistico prodotto finora, sebbene restino tracce molto evidenti di free jazz e di no wave. Gli inserimenti di violoncello, Casio, clarinetto, tromba e violino in un contesto in cui la roboante batteria del leader padroneggia ancora apocalittica e disintegrante rendono il disco insieme raffinato e bestiale, cervellotico e fisico, istintivo e selvatico - come sempre d’altronde. Meno noise in senso proprio e complessivamente più improvvisato, talvolta cacofonico ma comunque misurato, The Truth... potrebbe aprire nuove strade al musicista e far avvicinare anche ascoltatori insospettabili.
Dopo il già citato attacco di De Futura e la lunga improvvisazione squilibrata tra effettistica spaziale e tappeti percussivi della title track, tocca al cupo tripudio noise di Black Perversion, con Weasel agli storm electronics e alla batteria, Falzone alla ‘abyssic guitar’ e Pisarri allo ‘shriek’, che immagino sia il corrosivo e acutissimo assolo finale. Un capolavoro. Il secondo lato parte con P.A.L.S. Nipple-Clamped, la Penguin Café Orchestra che fa una jam insieme ai Napalm Death suonando con una cover di Ayler. Poi tocca a Medley, chitarra-basso-batteria per una cosa che sta tra Sonic Youth, Dead Kennedys e Ruins. Infine il fracassamento free di If I’m Going to Become a ‘Seminal Artist’ I’d Better Suck Up to the Critics a Little Better / The Big Finale (buon titolo, direi). Ormai questi sono gli eredi più plausibili di Contortions, Boredoms e Melvins messi insieme.
Se vi piacciono l’avanguardia e l’improvvisazione più astratte ma il vostro corpo è ancora fatto di sangue e muscoli ‘rock’ questo è l’ennesima uscita irrinunciabile. L’album, sebbene solo in vinile (perché!?), è ben distribuito anche da noi, quindi ci sta che adesso se ne accorgeranno in molti. Non potranno farne a meno, perché i Flying Luttenbachers sono oggi la band più potente del pianeta Terra. (8) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up#19, Dicembre 1999]

Alptraum (CD Pandemonium) (5t-50:28)
Registrato in tre locali di Chicago tra Maggio ‘99 e Gennaio 2000 con due diverse formazioni a tre (Weasel Walter alla batteria e Michael Colligan ai fiati accompagnati ora da Kurt Johnson al contrabbasso ora da Fred Lonberg-Holm al violoncello), “Alptraum” è il secondo album ‘puramente’ live dei FL dopo l’esordio “Live at WNUR 2-6-92” e contiene del disordinato e febbricitante free jazz, in pratica gli stessi materiali presentati nel corso delle recenti esibizioni italiane. Una sorta di ‘ritorno alle origini’ della band, come quando, accompagnata dal vecchio Hal Russel Luttenbacher dell’NRG Ensemble, muoveva i primi passi in nome d’un muscoloso aggiornamento dei linguaggi free e non c’era ancora alcuna ombra di ‘metal mutante’. L’incontenibile Weasel si muove freneticamente con mille mani diverse e con una leggerezza insospettabile (chi l’ha visto sa di cosa sto parlando), Colligan ondeggia e riempie gli spazi vuoti, Johnson e Lonberg-Holm (realmente magistrale nella lunghissima The Green Glow, che chiude l’album con toni più avant) ritoccano, svisano, occhieggiano, s’abbandonano.
Non è un album che cambierà le sorti del jazz - oggi in ben altre faccende affaccendato - e neppure dei FL, che hanno marchiato a fuoco i Novanta in virtù d’un sincretismo di materiali estremi per forza di cose qui non rintracciabile. È comunque un album di notevole caratura, abbastanza sentito ma nondimeno vitale. (7) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up#26/27, Luglio/Agosto 2000]

Trauma (2LP ugEXPLODE) (11t-70:00 circa)
Incontenibile, rissoso ed egocentrico Weasel Walter. Ha già disfatto l’ennesima incarnazione della sua band e ne ha ricomposta un’altra completamente nuova per poi uscirsene con questo doppio LP - registrato da Rob Wilkus e Todd Rittman (US Maple) - che celebra proprio la penultima. In formazione ci sono quindi, oltre a lui, Michael Colligan ai fiati e Kurt Johnson al contrabbasso. Quel che abbiamo visto quando sono calati in Italia, qualcosa di simile ad “Alptraum”, l’album precedente, che era inciso per buona parte dalla stessa formazione? Non esattamente perché “Trauma” è realizzato in studio e si sente. La furia iconoclasta del trio resta intatta ma le sottili sbavature dei live set (che si sentivano anche su “Alptraum”) vengono ‘ridotte a più miti consigli’, il dettaglio e le sfumature emergono in tutta la loro forza devastante (più che restare perennemente in fieri) e il risultato è una spettacolare performance in cui – come sottolinea nelle note un criticamente puntualissimo Weasel – non si assiste tanto a una “session di free jazz” quanto alla sua brutalizzazione selvaggia e incontrollabile (anche qui un distinguo non inutile: non ‘incontrollata’ perché i tre seguono coordinate ben precise e non c’è nulla di ‘casuale’ o ‘free’), alla sua riduzione a pura e sanguinolenta energia. Un attacco premeditato ai nostri centri sensoriali, la trasfigurazione in musica di un’esplosione grindcore eseguita con anarchica maestria e animalesca raffinatezza. Non lasciatevi intimidire dall’impatto e seguite le funamboliche tessiture delle percussioni, le variazioni infinite del contrabbasso, i fili e le trame del sax. Scoprirete che questa maniera di suonare free (scusa Weasel…) è molto più nuova di quanto non si sospettasse e che se un’ispiratore c’è lo si può cercare solo in Peter Brotzmann. Nelle note a cui facevo riferimento poc’anzi, Walter polemizza tanto con i “salottieri” esegeti della ‘new thing’ anni Sessanta quanto con gli attuali ‘avanguardisti’ (quelli della “politically-corrected avant-garde hierarchy/conspiracy and its lemming-like followers”, come li chiama senza tanti riguardi), capaci solo di osservare con attenzione i propri piedi e costruirsi una solida casetta piena di ‘referenti passati’: “Our music is noy about having a good time… it’s about being pushed down in the dirt and getting pissed on”… (8) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up#41, Ottobre 2001]

Infection and Decline (CD Troubleman) (6t-47:20)
Delle mille strade percorse da Weasel Walter nel suo cammino verso la ‘costruttiva distruzione della musica’ quella tracciata nel nuovo album non è propriamente nuova; chi ricorda “Revenge” sa cosa aspettarsi. Come quello, anche questo è registrato in trio e il modello ‘power’ è rispettato nonostante si tratti di due bassi e, ovviamente, una batteria. Due bassi che macinano bestialmente rifferama parachitarristici e una batteria che ricompone modelli del tutto free in un coagulo che sa di hardcore, improvvisazione, metallo pesante, death, noise. Un tiro formidabile per l’ennesima volta, e per l’ennesima volta del tutto progressivo nella volontà di costruirsi un’epica metal-classicheggiante di dimensioni esagerate e pompose almeno quanto l’ego della mente che la genera. Un insopportabile tripudio wagneriano di rasoiate e scudisciate che vi fanno venir voglia, più che di suonare la classica chitarra aerea, di prender tra le mani un’immaginaria bacchetta da furibondo direttore d’orchestra involandovi verso la distruzione del palco manco vi sentiste i Bin Laden del rock. Alla fine dell’ascolto si resta letteralmente spossati da tanta lucida furia. Già, alla fine dell’ascolto: prima però dovrete succhiarvi la versione luttenbacheriana del De Futura dei Magma. Che è superba e definitivamente, incommensurabilmente, prog-prog-rock. Honni soit qui mal y pense… (7) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up#48, Maggio 2002]

Retrospektiw IV (CD Mountain) (16t-72:38)
Che la stella dei Luttenbachers sia prossima al tramonto? Dagli ultimi sviluppi è lecito attendersi questo ed altro, visto che sua eminenza Weasel Walter ha ben pensato di mettere alla porta tutti i suoi più recenti collaboratori. L’avventura solista è destinata a chiudere definitivamente la storia di una delle più irascibili e mutevoli realtà del panorama chicagoano? Prima di rispondere all’imbarazzante quesito, potete far riferimento a scampoli dell’avventura discografica dei nostri nel quinquennio 1996-200. “Retrospektiw IV”, che come il precedente “Retrospektiw III” mette in fila materiale pubblicato parallelamente agli album da studio (recuperando altresì tracce rare ed estratti da compilation) indugia maggiormente sugli aspetti più cacofonici della band, mettendo in bella vista un’attitudine grind e fracassona. Altri erano i tempi con il nonnetto Hal Russell (un consiglio spassionato è quello di recuperare i suoi dischi ECM, con precedenza assoluta per il lavoro in solo “Hal’s Bells”) al timone, o le inebrianti collaborazioni con Ken Vandermark (“Destroy All Music” è per chi scrive il miglior disco dei Luttenbachers). “Retrospektiw IV” è l’anima virulenta di Walter con i caratteri M-O-R-T-E impressi a caratteri cubitali sulla bass drum. Per ascoltare dei numeri pregiati è opportuno saltare all’impro elettro-acustica di The Importance Of Discomfort‚ o al funambolico lavoro di Walter nell’attacco free di Utz‚ benedetta dal violoncello di Longberg-Holm. Alla mattanza partecipano - tra gli altri - Chuck Falzone, William Pisarri, Michael Colligan, Kurt Johnson, Az, Adris Hoyos e Julie Pomerleau. Una testimonianza destinata ai soli completisti del gruppo chicagoano. (5/6) (Luca Collepiccolo)
[pubblicata su Blow Up#55, Dicembre 2002]

Systems Emerge From Complete Disorder (CD Troubleman Unlimited/Goodfellas • 7t-45:21)
Se la memoria non fa cilecca l’ultimo lavoro in studio dei Flying Luttenbachers, raccolte a parte, era “Infection And Decline”, CD uscito poco meno di due anni fa (BU#48). Ora il buon Weasel Walter si ripresenta con il dodicesimo album della sua creatura – come puntualmente segnala nel CD – e, manco a dirlo, l’ennesima variazione di line up. E per l’occasione fa le cose veramente in grande: manda tutti a casa e resta completamente solo.
Batteria, basso e sax: la prima a fornire una specie di carrarmato tecnologicamente perfetto, il secondo suonato compresso e strappato, quasi l’evocazione di una chitarra che non c’è, il terzo a rifinire assieme a una mezza miriade di altri strumenti tra cui vibrafono, pianoforte, synth. È proprio la presenza di certi elementi ‘estranei’, o meglio il loro utilizzo piuttosto eccentrico rispetto a quanto Walter ha proposto fino a oggi, a dare la misura del nuovo disco. Per esempio in Thorned Lattice, delirante suite che mette d’accordo computer games, liquido pianismo jazz, fanfare folkie, aperture wagneriane e cosmogonie free manco si trattasse della reincarnazione di uno Zappa che fa finta di essere Sun Ra. E ancor più e con ancor maggiore volontà di potenza nei terminali venti minuti finali di Rise Of The Iridescent Behemoth, che chiudono il lavoro all’insegna di una irresistibile cavalcata free jazz suonata come da un branco di bisonti death metallici che tanto per gradire piazzano dentro anche una chitarra.
Inarrestabile e irresistibile, Weasel Walter è uno dei pochi autentici musicisti di culto – di quelli che alimentano il culto della propria personalità restando ai margini e producendo lavori incommensurabilmente belli per alcuni e assolutamente inascoltabili per altri – di questi anni scomposti e incerti. Un bambino musicalmente dotatissimo e altrettanto bizzoso ed egocentrico, un magniloquente e insopportabile pavone che ogni volta sa stupire variando leggermente la pietanza. Anche adesso, per esempio, è unico. (8) Stefano I. Bianchi
[pubblicata su Blow Up#68, Gennaio 2004]

Void (CD Troubleman Unlimited • 9t-33:00)
Per il precedente “Systems Emerge From Complete Disorder” (2003, BU#68) Weasel Walter faceva tutto da solo, batteria, basso e sax. E faceva benissimo: era uno dei dischi migliori e più ‘diversi’ di tutto il nutrito catalogo Flying Luttenbachers. Ma evidentemente l’egocentricissimo musicista, per quanto tale sia – un irresistibile pavone – ha ben chiaro il senso del gragariato, si rende conto cioè che a far sempre da solo avrebbe annoiato rapidamente chiunque. E quindi rimette insieme la band e lo fa tornando al trio chitarra-basso-batteria, situazione nella quale si è misurato una sola volta, col vecchio “Revenge”.
Ad accompagnarlo in questa nuova prova di (camicia di) forza che, come dicono le note, è stata “registrata a Oakland, California, sotto l’illegale occupazione repubblicana del governo degli Stati Uniti”, è ispirata “dall’osservazione delle infinite stupidità, avidità e distruttività perpetrate dai folli che controllano il nostro destino” e raccomanda di “stare attenti alla morte della democrazia e alla fine della razza umana che si stanno verificando in un pianeta vicino al vostro” (almeno una presa di posizione limpida), ci sono il chitarrista Ed Rodriguez (Gorge Trio, Colossamite) e il bassista Mike Green (Burmese). Potete immaginare. Un’apocalisse pomp-metal nella quale ‘pomp’ sta per wagneriani squarci ed epiche aperture d’immani proporzioni e ‘metal’ per feroci e inarrestabili schitarrate come se piovesse. Il maniacale Rodriguez ruba completamente la scena a Walter e fa scomparire di vergogna qualunque Sepultura e Slayer voglia presentarsi a chiedere il conto. Se esiste un’idea di ‘musica metallica’ dite a chiunque che si ascolti The Void Part Five per capire che non c’è alcun bisogno di vestirsi da pagliaccio e sputare parole da troglodita impotente per impressionare e annichilire: secca, acida, cattiva, nervosissima, disumana, la chitarra di Rodriguez fa letteralmente bollire il sangue nelle vene. Non si fa troppa fatica a immaginare che mentre suonavano questi tre forsennati immaginavano proprio di avere George W. tra le mani invece che i loro strumenti… Non tutto il disco però è alla stessa altezza, e a tratti la band si perde nel vizio cervellotico-virtuosistico, anche se per fortuna senza mai abbassare la guardia di un suono disperatamente incompromissorio. È solo l’ennesima faccia dei FL. Per il prossimo disco, già lo sappiamo, ci sarà una formazione ancora rivoluzionata e un suono radicalmente diverso. Se non altro con Walter non ci si annoia mai. (7) Stefano I. Bianchi
[pubblicata su Blow Up#80, Gennaio 2005]

Incarceration By Abstraction (CD ugEXPLODE [http://nowave.pair.com/ugexplode/] • 8t-44:17)
Uscito in edizione limitata a 500 copie nello scorso novembre ma prontamente ristampato appena esaurite le scorte, questo è dichiaratamente il canto del cigno dei Flying Luttenbachers. Il dispotico batterista ha fatto bene a farla finita, la formula aveva ormai abbondantemente stancato (peccato solo che il sequel continui a nome “Weasel Walter & altri” ma con identici motivi e risultati…), trasformandosi nel tempo da free jazz/no wave in puro progressive; evidenziando, come nell’occasione, furibonde smanie virtuosistiche raramente supportate da altrettanta inventiva. Insomma: accortosi di esser molto abile con le mani, WW ha iniziato a darci dentro come un ossesso; per l’occasione difatti fa tutto da solo: chitarra, basso, mellotron, organo, clarinetto, elettronica e ovviamente batteria. Un suono netto e pulito quanto valchirico, pomposo, metallico (e metal nell’anima pur non essendolo nella pratica), sfiancante, colmo di scale vertiginose tutte uguali, sempre ascendenti, cariche d’enfasi e di retorica. Senti un pezzo e ti esalti, senti il disco e ti uccide. (5) Stefano I. Bianchi
[pubblicata su Blow Up#120, Maggio 2008]

DISCOGRAFIA ALBUM
Live at WNUR 2-6-92 (cassetta, ug EXPLODE 1992) (rist. CD ug EXPLODE/Coat-Tail 1996)
Constructive Destruction (LP, ug EXPLODE/Quinnah 1994) (rist. CD ug EXPLODE 1996)
Destroy All Music (LP, ug EXPLODE/Elavated Chimp 1995) (rist. CD Skin Graft 1998) (rist. con pezzi aggiunti “Revisited” ug EXPLODE 2007)
Revenge of the Flying Luttenbachers (LP/CD, ug EXPLODE/ Skin Graft 1996)
Gods Of Chaos (LP/CD, ug EXPLODE/Skin Graft 1998)
Retrospektiv III (LP/CD ug EXPLODE 1998) (compilation)
“...The Truth Is A Fucking Lie…” (LP/CD ugEXPLODE 1999)
Alptraum (CD ugEXPLODE/Pandemonium 2000)
Trauma (2LP ugEXPLODE 2001)
Infection and Decline (CD/LP ugEXPLODE/Troubleman Unlimited 2002)
Retrospektiw IV (CD ugEXPLODE/Mountain Collective 2002) (compilation)
Systems Emerge From Complete Disorder (CD/LP ugEXPLODE/Troubleman Unlimited 2003)
The Void (CD/LP ugEXPLODE/Troubleman Unlimited 2004)
Spectral Warrior Mythos Volume One (CDEP ugEXPLODE 2005)
Cataclysm (CD ugEXPLODE 2006)
Incarceration By Abstraction (CD ugEXPLODE 2007)

Solo su cassetta:
The Final Solution (ugEXPLODE 1992 - registr. dicembre 1991)
Live At The Middle East Cafe (Bourgeois Chimp 1996 - registr. 8/30/94)

Collaborazioni:
La Click, su Sang Phat Editor (LP/CD, Skin Graft 1997 degli U.S. Maple. I Flying Luttenbachers appaiono negli ultimi 30 secondi della canzone)


Weasel Walter raccomanda personalmente i seguenti artisti:
Harry Pussy (soprattutto l’album del ‘97)
Von Lmo
The Contortions
Teenage Jesus and the Jerks
Immortal (soprattutto “Battles in the North”)
Mayhem
Iannis Xenakis
Magma
Magma (2)
Magma (3)
Sparks (soprattutto gli album Island)
Anal Cunt (soprattutto “Morbid Florist”)
Mars
Albert Ayler
DNA
Fushitsusha
Cecil Taylor
Ruins
Couch
Flossie and the Unicorns
Whitehouse
Kataklysm
Cryptopsy
Drop Dead
Nervous Gender
Diamanda Galas (soprattutto “Plague Mass”)
Emperor
The Pop Group
Caroliner
The Residents (soprattutto i primi 5 albums)
Derek Bailey
Balinese Gamelan Music
Globe Unity Orchestra
To Live and Shave in L.A.( soprattutto “30-Minuten Mannercreme”)
Tuvan throat singing
The Electric Eels

“Per quanto possa sembrare sciocco, essendo ogni nota più piena di energia dell’intero catalogo dei Fugazi, questo singolo potrebbe segnare l’avvio di una nuova generazione di band punk-jazz fatte da ragazzi per i quali Coltrane è Ian McKaye, straight edge significa canne ben calibrate [inteso come parti di strumenti, ndr.] e chi comanda sono dei fiati forti e veloci. Sto parlando seriamente.” (Marc Masters su 546 Seconds of Noise, Crank n.3, primavera 1993)

“Il secondo 7” di questo trio che se ne arriva con un urlo e un attacco totale di post jazz strumentale. Come il primo singolo, anche questo è veramente buono e apparentemente ispirato dall’amico Hal Russell, un genio dell’hardcore jazz. Questo singolo vale il tempo di qualsiasi ascoltatore avventuroso.” (Thurston Moore su 1389 Seconds of Noise, Sonic Death, inverno 1993)

“Un album di speed-jazz completamente strumentale e straordinariamente eccitante. I Luttenbachers hanno sempre fretta di arrivare dov’è che vogliono arrivare ma nonostante ciò riescono ad arrivarci  con sorprendente forza e precisione... Sono 45 minuti di tremendi sballottamenti a base di pura adrenalina.” (Douglas Wolk su Constructive Destruction, CMJ, 1994)

“Questa musica deve essere ascoltata per poterla credere vera. Immaginate Albert Ayler rinato come punk incazzato e comincerete ad avere un’idea di come suonino i Luttenbachers. Il loro suono è un incrocio tra Coltrane, i Mothers Of Invention e i Napalm Death. Fondamentalmente si tratta di improvvisazioni free jazz suonate da ragazzi bianchi e catapultate a livelli altissimi con chitarra e basso. Vi faccio un esempio. Mio fratello è un vero free-jazz dipendente, gli ho suonato questo album e lui l’ha trovato offensivo. ‘Potrei suonarti io del vero free jazz se tu solo volessi ascoltarlo’, mi fa.  Considerata la reazione che ha avuto lui ascoltando questo album, potete considerarlo un gran disco... Secondo me quest’album è un must per chiunque volesse farsi un’idea di quanto bolle nella pentola della musica alternativa di Chicago.” (Ted Gray su Constructive Destruction, Destroy Amerikkka n.1, 1995)

“Questo è un jazz spaventoso. Esplosivo. Non-stop. Una musica incredibilmente feroce. I F.L. potrebbero essere la prima band jazz a girare nella testa di tanti headbangers. Un sax urlante, una chitarra stridente, un basso tuonante e una batteria free-death. Come se degli zingari vi rapissero un figlio e lo mutilassero davanti ai vostri occhi. Come Nerone che cantava mentre Roma bruciava. Eccovi una vaga idea. Non provate a scopare con questo album in sottofondo.” (Lee Pembleton su Constructive Destruction, The Lumpen Times Vol.3,  n. 21, agosto 1994)

“Pubblicando l’equivalente di una serie di calci in bocca e sulle palle, i Flying Luttenbachers fissano uno standard per tutte le forme musicali aggressive, muovendosi agilmente da precisione militare a sciatte orge di tonfi e strimpellamenti primitivi [...] Raramente incontrerete un esempio tanto straordinario di musicisti capaci di utilizzare la dissonanza senza scadere nelle tediose pose dell’improvvisazione...” (Bill Cohen su Revenge, Alternative Press gen. 1997)

“Revenge Of The Flying Luttenbachers è un appuntamento con l’inferno.”
(Jonathan Selzer, recensione completa, Melody Maker 26 ott. 1996)

“In parti uguali Blurt, Space Streakings, grind-core e Void, i Flying Luttenbachers riempiono le loro canzoni di una cacofonia di chitarre, sassofoni e percussioni. La follia che ne deriva è spigolosa e sgradevole ma articolata dentro una logica strutturale che attanaglia la gola dell’ascoltatore. Un’altra uscita di qualità della Skin Graft e un’altra buona ragione per farvi smettere tutti di suonare: voi non ce la farete mai a suonare così.” (Dave Clifford su Revenge, Your Flesh n.36, estate 1997)

“Le vostre orecchie hanno bisogno di un po’ di buon casino? Questo potrebbe essere quello che state cercando: 10 pezzi del più indigesto e avanguardista guitar noise mai uscito dagli States. Questi sono proiettili di rock’n’roll che fischiano in aria e atterrano ancora roventi nel vostro giardino. Cibo per la vostra mente e il vostro corpo. Compratelo.”  (Meany su Revenge, Kerrang dic. 1996)

“I folli Luttenbachers riducono in brandelli ogni suono come un perfetto e stracarico gingillo a orologeria, non preoccupandosi minimamente per convenzioni come le ‘canzoni’ o la ‘musicalità’. Titoli come Storm of Shit e Murdermachinemuzak riassumono perfettamente l’ultracore ‘speed jazz’ codificato dai Naked City di John Zorn. Difficile da ascoltare prima di aver aperto le valvole dell’adrenalina con parecchie pinte di caffè, i vostri teneri nervi non vi permetteranno di dimenticare in pochi minuti l’incontro con i Luttenbachers.” (Grahame Bent su Revenge, Metal Hammer dic. 1996)

“Il nome è disarmante: The Flying Luttenbachers suona come una gioviale bar band, un complessino polka-punk. Ma nel caso il pentagramma del CD non vi avverta, state attenti: i FL sono eredi dei Machine Gun, non dei Brave Combo... Una strepitosa band di punk-jazz, anche se il suo abbaiare è peggiore del morso che dà realmente. Nonostante la ferocia, il solido drumming di Weasel Walter, insieme grezzo e intelligente, si tiene stretto l’elemento jazz e nonostante tutto c’è un feeling surf tra le note della chitarra che alleggerisce l’insieme... Ciononostante, non vorrei trovarmi sulla loro strada.” (David Krasnow su Revenge, Option marzo 1997)

“Per esperienza personale, lasciatemi dire che questo è il perfetto accompagnamento per quando vi trovate a camminare in mezzo a una folla di letargici relitti umani, tentando diperatamente di prendere l’ultimo autobus verso casa mentre la vostra mano cerca freneticamente nella tasca della giacca per trovare il biglietto, attenta a non scuotere il vecchio e scassato walkman che sta suonando e che non potete permettervi di cambiare, e chiedendovi insistentemente se quel vago scampanellio che sentite nella vostra testa viene dal nastro o è la prima avvisaglia di una perdita dell’udito. Per come la vedo io, questo è un complimento.” (Nik Rainey su Revenge, Lollipop n.33 1997)


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Tag: FLYING LUTTENBACHERS
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