GIOVANNI L. FERRETTI
GIOVANNI L. FERRETTI
di Stefano I. Bianchi

Lettera aperta e appunti sparsi e confusi per/su Giovanni Lindo Ferretti, con devozione persino infinita

     Caro Giovanni,
     è un duro vivere, sappiamo bene.
     Un passar di moltitudini affrante, ciechi vedenti, pastori d’anime perse. Un turbine che non salva, stupidità infinite e infiniti stomaci vociferanti. Una goffa corsa verso l’alto coi piedi infangati alla terra. Tancredi non ci salverà. Forse Giobbe, ma ho ancora dubbi.
     Oltre la con/fusione, più velleitaria che marketing (e non solo) dell’anarchia metaforica dei CCCP, i CSI sono un gruppo con lo stomaco pieno. Una qualche pace interiore che sia una che sia. Duro vivere, umiliati e offesi dal troppo mondo, e parlare con bestie. Meglio Tancredi, ci dici.
     L’illuminismo è morto, Giovanni, sappiamo bene. È morta l’idea - ah! quanto più grande dei nostri corpi che vanno al cesso - di democrazia come bene assoluto, di mondo uno e non trino, d’universalismo e valori costanti. Nasciamo lì, ma dov’è che stiamo andando a finire? Scorre più sangue che vino sopra le nostre tavole, e il sapore ci piace indubbiamente di più. Dov’è che andremo a finire? Sono esauriti due secoli e passa di storia, mica scherzi. Di dentro c’è stato un po’ tutto: da Marx a Debord, da Marinetti a Benito. Con la costante costante della fiducia. Inutile dire: in qualcosa. Che fosse e che fosse e che fosse. Che importa? Che fosse. Si può, s’avrebbe potuto.
     No, non si può.
     Abbiam fatto una misera fine. Nessuna speranza ci resta. Nudi. Io, tu e Tancredi.
     Il comunismo più vero è stato il meraviglioso Medioevo. Regole certe, vite non distratte, luci distanti, inchini e sudore. Lo sai anche tu. Maometto è il profeta, mio, tuo, ma non di Tancredi. Ne abbiamo bisogno, lo andiamo a cercare. Non Tancredi. Lui ha i sensi, noi l’ipocrisia dei cervelli. Sei proprio sicuro che è “ripartire dal basso, da qui, dalla terra” che ci potrà servire? Non è che siamo troppo qui, in basso, sulla terra? Non potremo mai esserci come Tancredi. Facciamo dischi, stampiamo fanzine. Ci nutriamo del mondo. A lui basta l’erba. Che straordinaria intuizione, il peccato originale: è questo, il nostro peccato originale. Ci nutriamo. Di Huysmans s’è detto che dopo “A ritroso” non gli sarebbe rimasto che scegliere tra la bocca di un fucile e i piedi di una croce. Inventarsi una fanzine non sarà sufficiente.
     Tancredi non ci salverà. Forse Giobbe: e sarà il prossimo passo dei CSI. Non ho più dubbi, adesso.

     Il titolo originale di questo articoletto era “La parabola di Giovanni Lindo Ferretti dalle stelle (rosse) alle stalle (di Tancredi)”. Poi - chissà perché - ho avuto l’impressione che si sarebbe inteso male o forse solo paura di inimicarmi la massa sterminata dei nostri lettori, per i quali il Lindo è oramai un’istituzione permanente e intoccabile. Ma non escluderei l’educazione cattolica (dalla quale - il buon Croce sapeva bene - nessuno di noi può dichiararsi estraneo), capace di reprimere anche la più piccola intemperanza. Inconsciamente, certo. E visto che il Ferretti che ci interessa è quello morto nel 1990 - ce l’hanno pietosamente tenuto nascosto, che se n’era andato - è di lui che dovremo soprattutto dire.


L’Apocalisse
     Ferretti era innanzi tutto un grande scrittore apocalittico, forse il più grande dell’Italia recente. Vaticinava nientemeno che la fine del mondo (non di un mondo, troppo facile: del mondo) e noi lì, fermi a bocca aperta, incerti se alzare il pugno chiuso o piegare il braccio a novanta.

“Detestiamo il rock, non ne possiamo più della sua vacuità, della sua onnipotenza, del suo essere musica dei giovani stupidi, dei giovani sfigati, dei giovani ribelli, dei giovani.” (circa 1986)

     Vi sembra poco? All’epoca nessuno aveva ancora detto che il “rock è morto” e le ripetute sottolineature del proprio distacco non solo dalla scena italiana, più volte sarcasticamente snobbata (atteggiamento se vogliamo ancora diligentemente punk), ma dal proprio stesso pubblico, quello che gli comperava i dischi e i biglietti ai concerti, era cosa inaudita. Nessuno aveva osato tanto, neanche i punk, all’epoca più che mai famigliola chiusa tra le intemperie di neopsichedelia e rockcantatoinitaliano. Un’apocalisse. Il no future, ma no per davvero.


La Morte
     Aristocratico, schizzinoso e superbo come sempre accade ai migliori, Ferretti era poi un creatore di strepitosi slogan e inni mortiferi. Perché è la morte quello che più lo interessava. La morte di tutto, un no future trascendente, un’idea basilare di disastro (e sollazzo) isterico controllato esplosivo. “Fedeli alla linea la linea non c’è”, “Tifiamo rivolta”, “Produci consuma crepa”: quanti altri scrittori conoscete capaci di sintetizzare così bene la morte?


Il Moderno
     Ferretti era poi un antimoderno assoluto. Come Pasolini. Come molti eretici di destra, come pochi eretici di sinistra, forse nessuno. La sinistra che conosciamo oggi nasce due o tre secoli addietro, figlia del razionalismo, poi dell’illuminismo, della pretesa di dare spiegazioni assolute e univoche al mondo, figlia di un’incontrollata fiducia nell’uomo, figlia della spinta e della fiducia in un progresso e in una tecnica capaci di liberarci dalle antiche schiavitù (e poi persino dal lavoro). Nasce dal protestantesimo, dal libero arbitrio individuale. La sinistra e il capitalismo sono figli d’una stessa madre che si chiama modernità. Piaccia o no. Lode a Mishima e a Majakovskij?

“Questo mondo moderno è una truffa per i poveri e una beffa per i sapienti. Splende di tecniche, standard di vita, libertà del singolo, libertà del denaro, ma brucia di tutt’altro. Brucia di schiavitù nella droga. Brucia di schiavitù nuove scientifiche (nell’indifferenza e nel preteso guadagno acquisito la desacralizzazione dell’uomo è completa, il corpo umano si regala, si vende, si compra a pezzi e questa che 10 anni fa era una metafora è già realtà. Auguri).” (1989)

     Ferretti antimoderno. Che tristezza vederlo oggi, indistinguibile melassa d’antiche pulsioni e presentissime falsità, progressismo deteriore e richiamo dalla foresta.


Proposte decenti
     Tre provocazioni: il singolo Oh Battagliero, la dedica a papa Paolo VI allegata al terzo album e il mix con Amanda Lear.
     Se situazionismo era essenzialmente la volontà di penetrare nei mass media tentando di scardinarli - usandoli, e soprattutto con la loro stessa logica - mettendone in luce le contraddizioni o più semplicemente le debolezze, e se questo si poteva ottenere creando - appunto - delle situazioni terroristico-ambientali anarcoidi e destabilizzanti, e se, ancora, il punk rivendica(va) una discendenza più o meno diretta dai dettami del buon Debord, allora Giovanni Lindo Ferretti è stato indubbiamente il principe assoluto del punk, forse non solo nostrano.

“Se l’ambiguità permea di sé ogni atteggiamento ed è la patina che evidenzia il moderno, la normalità diventa un arcipelago che raccoglie milioni di comportamenti diversificati tra di loro, ma accumunati dalla necessità o dalla voglia di non essere evidenti, di tendenza, moderni.”

     Non so con quanta consapevolezza, ma certo predicare e prendere per il culo un pubblico avvezzo da sempre a logiche più comunistiche che anarchiche, un pubblico culturalmente poco libertario e disordinato a dispetto di continue rivendicazioni in tal senso, era azione quantomeno destabilizzante. Tanto destabilizzante che le generazioni underground si divisero agevolmente in tifosi e nemici assoluti: raramente avreste visto degli indifferenti o meno che parziali. Non date retta a chi predica di CCCP amatissimi e gruppo-culto. All’epoca divisero, e molto.
     E poi, quella firma per la Virgin! Scatenò un autentico putiferio: per molti ragazzi italiani fu esattamente come la firma dei Clash dieci anni prima. I punk rudi e crudi (cioè quelli che non lo erano) s’incazzarono di brutto. Gli infedeli a tutte le linee, per prima la propria (cioè i punk), risero. Estetica punk assoluta.

“Quindi siete orientati verso una major?”
“No perché le case discografiche ufficiali ci spaventano almeno un po’. E poi se con una piccola casa tutto funziona come si deve, non vedo il motivo di firmare con una grande.”
“Mi è sembrato di capire che c’è un po’ di paura verso le grandi case discografiche?”
“Paura non proprio, se mai molta diffidenza. Non credo/diamo che ci lascino liberi totalmente nelle nostre scelte e se anche lo fosse mi sentirei sempre sotto controllo. Insomma non sono disposto a vendermi per il solo colore del denaro.” (circa 1986)

“Fedeli alla lira? Perché no? Dovremmo forse aspirare al dollaro, al marco, al rublo? Ma non credo che sia questo il vero problema. Qualcuno continua a pensare che sia sempre e solo una questione di soldi. E’ falso e triste. Se adorare il denaro rovina la vita, disprezzarlo non la salva... Non voglio più parlare di soldi. Me ne frego di ciò che pensate voi, di ciò che penso io, di tutto ciò. Ho altri problemi...” (circa 1987)

     Il gesto punk per eccellenza Giovanni Lindo lo compì nella seconda edizione di Arezzo Wave, nel lontano 1988. Rifiutatosi di cantare perché i soldi del budget erano pochi (e già qui potete fare le vostre belle riflessioni), lo ieratico cantore si convinse a ‘solamente teatrare’ sul palco coi suoi accoliti, in faccia a un pubblico che invece aveva fame d’inni e cadenze. A dire il vero c’era anche un nutrito stuolo di punk romani che era arrivato con il preciso intento di trattarlo male per non so quali - anche se li immagino - motivi. Capirete: successe di tutto, anche le immancabili cariche dell’ordine pubblico, precedute da un puntuale lancio di pomodori, verdure assortite, monetine e varie improbabili suppellettili personali. Magnifico. Uscito per fortuna indenne da quella vituperina protesta, il nostro si limitò a dire: “Anche questo è punk”. Di più, Giovanni: solo quello è punk.

“Sarà merito [dell’educazione di mia madre] ma non mi fregano nè le carte patinate nè i ciclostilati. Sarà merito suo se ho una conoscenza genetica del mondo, se le ‘nouvelles ideologies’ non mi turbano, se le ingenuità politiche mi fanno sorridere. Di mio ho imparato contro la mia volontà razionale che quasi sempre destra e sinistra sono le mie mani, e poco altro.”



Proposta indecente
     Ma il cambiamento era in agguato. Lo scarto avvenne nell’edizione 1993 di Arezzo Wave, quando i neonati CSI occhieggiarono esplicitamente  - e anche un po’ volgarmente - al pubblico con rimandi diretti a Berlusconi, alla Finivest ecc. ecc. Il nano pelato non era ancora sceso in campo (e a mio avviso non l’ha ancora fatto seriamente: se viene dalle mie parti vedrà lui in quanti campi potrà scendere) ma già rappresentava benissimo, nell’immaginario rockista, il nemico. E il pubblico non li sbeffeggiò più, quegli stessi di pochi anni prima, né restò spiazzato o incerto: erano finalmente dei nostri.
     Lo si adulava infine, quel pubblico berciante: “give the people what they want” funziona ancora, nonostante tutto. Da quel momento in avanti Ferretti invecchiò di colpo, rinnegò in pratica tutto quanto aveva fatto, si normalizzò e si appropriò di un pubblico potenzialmente enorme (ci vuole poco, a onor del vero, vedi come viene bene ai Modena City Ramblers). Gli unici che restarono accigliati furono quanti anche in precedenza non lo vedevano di buon occhio; solo che prima avevano torto e adesso ragione.
     Da quel preciso momento in poi anche riviste insospettabili gli riservarono progressivi - mai parola potrebbe essere usata con più oculatezza - e sperticati elogi. Naturalmente: “per l’impegno”, “per la straordinaria forza dei testi”, “per la proposta sonora moderna e meravigliosa”, “per l’altezza morale delle scelte”. Fortuna - e decenza - vuole che nessuno abbia ancora detto che è persino bello, il Ferretti.


La stalla
     Il nuovo album dei C.S.I è forte, coraggioso e brutto. Forte e coraggioso perché propone suoni inusitati per tipi come loro e dimostra un benché minimo desiderio di rimettersi in discussione e una qualche voglia d’educata sperimentazione. Brutto, poi, perché brutto. Alcuni pezzi sono di una pesantezza asfissiante, prolissi oltremodo, incauti e improbabili. Le parole, poi, friggono e rifriggono le solitissime banalità: ‘la biblioteca di Sarajevo brucia e noi siamo tristi’, ‘mai avere rimpianti', ‘che bella la vita a contatto con la natura e il mio adorato Tencredi cavallino storno’. Venditti lo invidierà.
     Gesto punk per eccellenza? Sarebbe stato forse cantare: “Sarajevo brucia, viva quel fuoco, torna l’impero sovietico per mano dei compagni serbi, viva quelle bombe salvifiche...” Temo però che sarebbe stato troppo.
     E poi la strombazzata cover di Battiato, una delle più brutte a memoria d’uomo: ingrassata e ingessata dov’era sottile, agile, mistica ed estatica, terrena e polposa dove prima impalpabile e tesa verso l’alto. Ragazzi: Battiato è Battiato, non lo si coverizza impunemente, anzi, non lo si coverizza affatto. È impossibile anche per un prodigio come Ferretti. Che non sa cantare e non può farlo e quindi non deve farlo. Sfortuna (sua) vuole pure che per cinque secondi compaia nella canzone lo stesso autore, e allora sì che capiamo la differenza. Per non dire infine dei giochetti di marketing come il singolo omaggio (da sganasciarsi dalle risate, sentirli dire che quello era un pezzo arrivato troppo tardi per essere incluso nel disco!) regalato a chi compra compra compra. E che dispendio d’energie (qualcuno le chiama così), tutta quella promozione su giornali e giornalacci (e in contemporanea, e anche per il pessimo CD degli Ustmamò...) Aggiorniamo gli inni:

“Produci, consumami, crepa.”

     Ho però l’impressione, vaga e certa al contempo, che Ferretti (e Zamboni con lui, il grande, grande Zamboni) abbiano voce molto minore nell’odierno capitolo. Mi sembra proprio che oggi identificare in lui/loro i C.S.I. sia sbagliato. Il timone è saldamente in mano agli altri, che ci appartengono poco o nulla. Anzi, proprio nulla. E in ogni caso questo nuovo album ha diviso anche la nostra piccola redazione (vedi recensione al termine del giornale). Va a gusti, come sempre.


Tempi moderni nuovi forti interessanti
     La fine della lotta. Il privato (non è un paradosso). Ci sono arrivati tutti, e spesso con molta meno dignità personale. Perché non ci saresti dovuto arrivare anche tu, Giovanni? Toccherà anche a me un giorno. A tutti. I nostri coglioni non sono pietre ma carne. Spariranno, un giorno, diventeranno polvere, cibo per vermi. Fortunati i cavalli quindi, che almeno ce li hanno così grossi.
     Resta la contraddizione dell’impegno progressivo, ma se tu sei onesto con te stesso piano piano sparirà pure quello. Fossimo credenti potremmo almeno sperare in una resurrezione, e invece niente, neanche quell’estrema bugia. Magari una reincarnazione... macché, niente, neppure buddisti siamo. Una prece, almeno. Ma no, neanche, nessuna panacea. Solo il deserto, a noi atei, ci tocca.


Che fare?
     Caro Giovanni, non sono/siamo i primi a chiedercelo, non sono/saremo certo gli ultimi. Questa vita brillante. Tentata ogni piccola scappatoia, alla fine resta ben poco. Magari - certo! - Tancredi. Mentre sto scrivendo arrivano le notizie della ‘nostra’ vittoria alle elezioni. Bordighista patetico, per me l’odiata democrazia è solo una bestemmia inventata dai potenti per mettercelo meglio nel culo. Qualcuno ha anche pianto. Un autoconsolatorio istinto di sopravvivenza, credo sia quello. Come quando lei ci lascia per un altro e agli amici diciamo “tanto non me ne fregava niente”. Si vive solo d’illusioni perenni, illusi persino di vivere mentre solo si sopravvive.

     Ti voglio bene, Giovanni. Sapremo mai se siamo qualcosa di più che carne, Giovanni? Dimmi Giovanni, lo sapremo mai?


[pubblicato su Blow Up Fanzine #4, Maggio 1996]
© Tuttle Edizioni 2008
Tag: GIOVANNI L. FERRETTI
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