Godflesh
Godflesh
di Jacopo De Blasio
Ci sono band per le quali la parola “fine” suona in maniera differente. I Godflesh di Justin Broadrick e Ben Green appartengono a questa categoria. In quasi quarant’anni di attività, questa creatura mutevole e sfuggente ha attraversato l’industrial, il metal, il dub, il post-punk e l’elettronica senza mai lasciarsi ricondurre del tutto a nessuno di questi territori. Sono una macchina sonora che ha fatto della materia ibrida e dell’attrito non soltanto una cifra stilistica, ma una forma di pensiero.
Per questo l’annuncio di “Decay” arriva con un peso specifico particolare. Il disco, uscito il 25 settembre per Relapse Records, è il decimo album in studio dei Godflesh e, soprattutto, il penultimo. Non è ancora l’ultimo capitolo, ma porta la consapevolezza di una conclusione ormai imminente. Si tratta della fine annunciata prima della fine stessa. Un epilogo che prende forma mentre il presente è ancora in divenire.
A partire dal titolo, “Decay” sembra presentarsi come una sorta di manifesto. Il decadimento, infatti, non implica necessariamente la perdita di qualcosa. Può significare trasformazione, erosione, consumo. Ma i Godflesh appaiono come un organismo che ha raggiunto il limite delle proprie possibilità e che, proprio per questo, decide di fermarsi. Dopo decenni trascorsi a spingere la propria musica verso luoghi differenti, spesso ignoti, esiste un momento in cui perseverare diventa una scelta estetica da rimettere in discussione. Il risultato è un disco di appena sei tracce che sembra prendere forma attorno a una precisa idea di tensione, tra groove ossessivi, riff sempre più abrasivi e sonorità dolorose che restituiscono le difficoltà fisiche affrontate da Justin Broadrick durante la realizzazione dell’album. Quella fisicità pressoché tattile riconducibile al sound della band ora diventa un limite effettivo e tangibile. […]
…segue per 10 pagine nel numero 341 di Blow Up, ottobre 2026
• Se non lo trovate in edicola potete ordinarlo direttamente dal nostro sito (BU#341) al costo di 13 euro (spese postali incluse) e vi verrà spedito immediatamente come ‘piego di libri’ (chi desidera una spedizione rapida ci contatti via email).
• Il modo migliore, più rapido, sicuro ed economico per avere Blow Up è l’abbonamento: non perderete neanche uno dei numeri pubblicati perché in caso di eccessivo ritardo o smarrimento postale vi faremo una seconda spedizione e riceverete a casa i quattro libri della collana trimestrale Director’s Cut il mese stesso della loro uscita per un risparmio complessivo di 60 euro!
Ogni mese Blow Up propone monografie, interviste, articoli, indagini e riflessioni su dischi, libri, film, musicisti, autori letterari e cinematografici scritti dalle migliori penne della critica italiana.
Ci sono band per le quali la parola “fine” suona in maniera differente. I Godflesh di Justin Broadrick e Ben Green appartengono a questa categoria. In quasi quarant’anni di attività, questa creatura mutevole e sfuggente ha attraversato l’industrial, il metal, il dub, il post-punk e l’elettronica senza mai lasciarsi ricondurre del tutto a nessuno di questi territori. Sono una macchina sonora che ha fatto della materia ibrida e dell’attrito non soltanto una cifra stilistica, ma una forma di pensiero.Per questo l’annuncio di “Decay” arriva con un peso specifico particolare. Il disco, uscito il 25 settembre per Relapse Records, è il decimo album in studio dei Godflesh e, soprattutto, il penultimo. Non è ancora l’ultimo capitolo, ma porta la consapevolezza di una conclusione ormai imminente. Si tratta della fine annunciata prima della fine stessa. Un epilogo che prende forma mentre il presente è ancora in divenire.
A partire dal titolo, “Decay” sembra presentarsi come una sorta di manifesto. Il decadimento, infatti, non implica necessariamente la perdita di qualcosa. Può significare trasformazione, erosione, consumo. Ma i Godflesh appaiono come un organismo che ha raggiunto il limite delle proprie possibilità e che, proprio per questo, decide di fermarsi. Dopo decenni trascorsi a spingere la propria musica verso luoghi differenti, spesso ignoti, esiste un momento in cui perseverare diventa una scelta estetica da rimettere in discussione. Il risultato è un disco di appena sei tracce che sembra prendere forma attorno a una precisa idea di tensione, tra groove ossessivi, riff sempre più abrasivi e sonorità dolorose che restituiscono le difficoltà fisiche affrontate da Justin Broadrick durante la realizzazione dell’album. Quella fisicità pressoché tattile riconducibile al sound della band ora diventa un limite effettivo e tangibile. […]
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TUTTLE Edizioni - P.iva 01637420512 - iscrizione rea n. 127533 del 14 Gennaio 2000








