Harold Brodkey
Harold Brodkey
di Luca Malavasi

Per qualcuno, Harold Brodkey è stato un genio – The Genius è il titolo della lunga intervista che lo scrittore concede a Dinitia Smith del “New York Magazine” nel settembre del 1988, l’anno di pubblicazione di Storie in modo quasi classico, il suo libro più importante (tradotto nel 2012 da Fandango, a cura di Delfina Vezzoli); per qualcun altro (per esempio Andrew Rosenheim), l’emblema della forza con cui l’ambizione individuale e la celebrazione da parte del mondo editoriale statunitense (newyorkese, per la precisione) possono nutrire ma, anche, corrompere un indubbio talento, fino a trasformare uno scrittore nella caricatura del culto della celebrità (anch’esso tipicamente statunitense); per altri ancora – primo fra tutti Harold Bloom, che inserisce Brodkey tra gli scrittori del suo “canone occidentale” – un novello Proust, anche per suggerire, con questa similitudine piuttosto impegnativa (ma tutt’altro che azzardata), che Brodkey sarà anche stato così maledettamente statunitense e anzi newyorkese («Fuori da New York mi sento strano»), ma l’origine e la qualità della sua scrittura non hanno eguali nella storia della letteratura made in Usa (con l’eccezione parziale di Faulkner). Di certo, però, egli ha condiviso con alcuni dei più grandi autori contemporanei – Salinger, Pynchon… – una “tradizione” molto americana, quella di scrivere molto e pubblicare poco, imprimendo alla propria produzione un timing imprevedibile e ad alto tasso mitopoietico. Anzi, di questa tradizione Brodkey rappresenta probabilmente il campione – o forse, per dar ragione a Rosenheim, l’estrema perversione: tra la sua prima, celebratissima raccolta di racconti (Primo amore e altri affanni, 1958, anch’essa pubblicata in Italia da Fandango) e il suo primo romanzo (The Runaway Soul, 1991, mai tradotto) passano più di trent’anni. Durante i quali i sentimenti di critici e lettori mutano lentamente ma inesorabilmente, passando da un’attesa spasmodica – il romanzo sarà probabilmente Il Grande Romanzo Americano – a un risentimento feroce (mentre Brodkey cambia almeno cinque editori usando il libro come un’ipoteca continuamente rifinanziata); e quando il libro uscirà davvero, sarà quasi inevitabile che nella bilancia del giudizio critico la delusione – anzi, il disappunto – serpeggi anche tra le righe di chi (e sono i meno) lo recensisce favorevolmente, riconoscendovi se non altro qualcosa di unico. Il Romanzo, in ogni caso, non è quel romanzo. E la critica – americana e anzi statunitense – può infine chiudere un cerchio che essa stessa ha aperto e alimentato (con la complicità, almeno iniziale, dello stesso Bordkey), liquidando con diffidenza (ma senza addebitarsi alcuna colpa) un Autore – anzi il suo fantasma – che non è stato quello che ci si aspettava che fosse, quello che avrebbe dovuto essere. Lo spiega bene Salman Rushdie in apertura alla sua recensione di The Runaway Soul pubblicata sull’”Indipendent on Sunday”: «È stato detto che Brodkey è vacuo, che è arrogante (colpa di cui altri scrittori almeno all’apparenza non sono mai stati accusati). Broadkey ha permesso davvero che la critica lo accostasse a Joyce o a Proust, a scrittori realmente grandi! Adesso, veloci, veloci, abbattiamolo». […]

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